Jérôme Lejeune: scienziato in difesa della Vita

lossy-page1-220px-jerome_lejeune21 marzo: Giornata mondiale sulla sindrome di Down

Jérôme Lejeune nasce nel 1926 a Montrouge sur Seine. Fin da bambino è attirato dalla “scienza”, ma solo dopo aver vissuto il dramma della guerra matura la decisione di studiare medicina, conseguendo la laurea a Parigi nel 1951. Ed è proprio durante il percorso di studi che il giovane fa un incontro che gli cambia la vita: in quel periodo, infatti, il professor Turpin stava cercando un assistente che lo aiutasse nello studio del mongolismo e lui si sente “chiamato” dalle circostanze ad accettare l’incarico.
Erano gli anni Cinquanta e la teoria di riferimento sul mongolismo rimaneva ancora quella elaborata da Langdon Down nel 1866, secondo la quale erano affette da “idiozia mongoloide” tutte le persone intellettivamente deficienti che presentavano caratteristici tratti somatici.
Le conclusioni cui Down era giunto erano improvvisate da un punto di vista scientifico ed avevano una base razzista: secondo il medico britannico, infatti, nelle persone affette da mongolismo la razza umana regrediva verso forme primigenie, e a farne le spese era l’intelligenza.
Questa teoria aveva generato importanti ripercussioni sul piano sociale: sia per i mongoli, deprivati della loro dignità di persone, sia per i loro genitori, accusati – più o meno esplicitamente – di aver generato una razza inferiore.

Jérôme Lejeune non accettò mai come vera la teoria elaborata da Down. Egli era fermamente convinto che, nel momento in cui si sviluppava una malattia di carattere genetico, la causa non fosse determinata dal cambiamento della qualità del messaggio ereditario, bensì fosse attribuibile ad una mutazione di ordine quantitativo, ossia da un eccesso o  da un difetto di alcune proporzioni del codice genetico.
Dopo aver studiato approfonditamente un caso di mongolismo, nell’agosto del 1958 Lejeune scoprì l’esistenza, nei pazienti affetti da tale sindrome, di un quarantasettesimo cromosoma. Cromosoma che morfologicamente è identico agli elementi del ventunesimo paio: ecco perché  lo studioso propose di chiamare la sindrome di Down “trisomia 21”.
La scoperta – comunicata al mondo insieme al professor Turpin e a Marthe Guatier nel 1959 – era rivoluzionaria. Non ebbe solamente importanti ricadute sul piano sociale, ma contribuì anche ad infondere nella gente la speranza circa possibili terapie utili a curare la malattia.
Nei dieci anni successivi l’identificazione genetica della sindrome di Down, Jérôme Lejeune ricevette moltissimi riconoscimenti internazionali e nel 1964 gli venne anche assegnata la cattedra di “Genetica Fondamentale” presso la Facoltà di Medicina di Parigi, creata appositamente per lui.
Sul finire degli anni Sessanta, tuttavia, cominciarono i problemi, in quanto in Francia venne formulata la proposta di legge “Peyret”, che prevedeva la soppressione in utero dei feti che fossero stati diagnosticati come “malformati”.
La scoperta scientifica della trisomia, compiuta in nome dell’amore per la vita, voleva essere subdolamente posta al servizio della morte.
Lejeune non poteva accettare questa strumentalizzazione delle sue scoperte e fin da subito si schierò apertamente contro l’aborto. Egli era infatti profondamente convinto che “all’inizio c’è un messaggio. Questo messaggio è nella vita e questo messaggio è vita. E se questo messaggio è un messaggio umano questa vita è una vita umana”[1], indipendentemente dalle sue caratteristiche: “A man is a man, era solito affermare.
Alcuni giunsero ad accusarlo di mescolare scienza e fede, ma ad essi Lejeune rispondeva: “Se, Dio non voglia, la Chiesa arrivasse ad ammettere l’aborto, allora io non sarei più cattolico”.

Per Lejeune furono anni difficili: le comunità scientifiche, che fino a poco prima lo lodavano, iniziarono ad osteggiarlo e i fautori dell’aborto lo vedevano come un avversario da combattere con tutte le forze. Per farlo tacere arrivarono anche all’intimidazione violenta.
Ma lo studioso non si fece abbattere, anzi: continuò a svolgere con dedizione la sua professione di medico e di ricercatore, senza tralasciare la cura per sua moglie e per i suoi cinque figli.
Jérôme Lejeune, insomma, visse la sua fede in ogni aspetto del quotidiano, amando Dio e il prossimo con tutte le sue forze, anche a costo di perdere l’opportunità di ricevere il premio Nobel. Di fatto ciò accadde dopo il discorso di ringraziamento per l’assegnazione del “William Allen Memorial Award 1969”, quando disse a chiare lettere: “La tentazione di sopprimere con l’aborto i piccoli d’uomo malati va contro la legge morale di cui la genetica conferma la fondatezza; e tale morale non è una legge arbitraria”.
A questo punto, però, a valorizzare la sua figura di medico e scienziato intervenne la Chiesa: nel 1974 Lejeune divenne membro della “Pontificia Accademia delle Scienze” e nel 1994, quando era ormai morente, papa Giovanni Paolo II, con grande determinazione, volle nominarlo primo presidente della “Pontificia Accademia per la Vita”, in virtù della gratitudine che provava nei suoi confronti e in nome della loro sincera amicizia.

Il fondatore della genetica moderna morì il giorno di Pasqua del 1994, lasciando il ricordo di un uomo che seppe molto amare e che, fino all’ultimo, fu strenuo “difensore della verità sulla vita umana”, senza porre alcuna condizione e senza nutrire mai alcun dubbio.
Durante i funerali, svoltisi nella cattedrale di Nôtre Dame di Parigi, Cecilia, una sua piccola paziente, recitò per lui questa poesia: “Mio Dio, per favore / veglia sul ‘mio amico’; / per la mia famiglia io sono brutta assai, / lui mi trova persino carina, / perché sa com’è fatto il mio cuore”.

BIBLIOGRAFIA

Jerome Lejeune, Il messaggio della vita, Cantagalli, Siena 2002
Jean-Marie Le Méné, Il Professor Lejeune – fondatore della genetica moderna, Cantagalli, Siena 2008
Francesco Agnoli, Perché non possiamo essere atei, Piemme, Casale Monferrato 2009
P. Antonio Maria Sicari, Ritratti dei Santi – Servo di Dio Jérôme Lejeune, Mediaprint, Verona 2012

Fonte: Radici Cristiane n. 74, maggio 2012

 

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