Ai tempi della Rivoluzione

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Da un maestro del romanzo storico d’appendice, I Bianchi e i Blu sono un’opera fluviale ambientata tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico che, secondo le intenzioni di Dumas, doveva raccontare la storia recente della Francia mescolando fatti storici e inventati, personaggi noti e sconosciuti, e dare eguale importanza ai vincitori (i Blu, i rivoluzionari) e ai vinti (i Bianchi, i realisti) riconoscendone l’eroismo. Il romanzo è strutturato in quattro parti a sé stanti e separate nel tempo: la guerra contro i prussiani sul Reno durante il Terrore nel 1993, l’assalto alla Convenzione nazionale nell’ottobre 1795, il tentato colpo di Stato del settembre 1797 e la campagna d’Egitto del 1798-99. Sulla scena compaiono Saint-Just e Barras, Napoleone e Joséphine, Madame de Staël e Benjamin Constant, scioani e vandeani, incredibili e meravigliose, insomma tutto il variopinto e irrequieto mondo della Parigi degli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese. Senza dimenticare i valorosi Roland e Morgan, destinati a essere i protagonisti de I Compagni Jéhu dello stesso Dumas, e i tanti soldati verso cui va la simpatia dell’Autore che ne ammira la bontà, la spontaneità e il coraggio. Infatti, se è chiaro il suo sostegno alla causa rivoluzionaria e napoleonica, è altrettanto spietata la sua condanna nei confronti della violenza del popolo, della meschinità dei carnefici e degli inganni perpetrati da chi detiene il potere.

Alexandre Dumas, I Bianchi e i Blu, Fede & Cultura, pp. 720

Prefazione di Paolo Nardi.

La sua fama è legata principalmente a capolavori come Il conte di Montecristo e al ciclo dei moschettieri (I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne), ma in realtà Alexandre Dumas è ancora oggi uno dei romanzieri tra i più prolifici e amati del mondo. La sua fama di gaudente libertino gli restò sempre cucita addosso e la critica ufficiale e accademica non lo ha mai amato troppo, ma la sua produzione è sterminata e conta centinaia di titoli fra romanzi, opere teatrali, saggi, memoriali e pamphlet polemici, a riprova di una versatilità davvero fuori dal comune. La storia fu sempre il suo terreno preferito e la utilizzò come sfondo privilegiato sul quale tratteggiare i suoi grandi affreschi narrativi, restando sempre il più aderente possibile alla realtà.
È il caso di questo I Bianchi e i Blu, corposo romanzo ambientato tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico che mescola allo stesso modo storia e finzione, personaggi noti e sconosciuti; insieme a I compagni di Jéhu e a Il cavaliere di Sainte-Hermine, va a formare una trilogia che doveva portare a compimento il ciclo dei grandi romanzi storici francesi: già dal titolo è chiaro l’intento celebrativo di quanti combatterono in così delicati frangenti, da una parte i Blu, i sostenitori della Rivoluzione, e dall’altra i Bianchi, i sostenitori della controrivoluzione.
I Bianchi e i Blu presenta una struttura in quattro parti, che costituiscono ognuna un nucleo narrativo a sé stante, separato nel tempo, senza un protagonista principale e con personaggi che compaiono, spariscono e magari ricompaiono. La prima parte, intitolata L’armata del Reno, è ambientata a Strasburgo, nel dicembre 1793, in pieno Terrore: la ghigliottina continua a tagliare teste e i prussiani sono alle porte della città, che vive in una specie di follia paranoica mentre la Repubblica è in guerra contro i suoi nemici interni ed esterni. La seconda parte, Attacco alla Convenzione, ci trasporta nella Parigi della “reazione termidoriana” dopo la caduta di Robespierre, nell’ottobre 1795, appena prima dell’istituzione del Direttorio, quando le sezioni di Parigi presero d’assalto la Convenzione nazionale. La terza parte, Il colpo di Stato, ci trasporta nel settembre 1797 e racconta le tensioni e i complotti interni al Direttorio, che in teoria avrebbe dovuto assicurare alla Francia la stabilità ma che in realtà porta allo scoperto le tensioni accumulate negli anni precedenti, ormai pronte a deflagrare con il tentato colpo di Stato organizzato da tre dei cinque membri del Direttorio con il sostegno dell’esercito. Infine, la quarta e ultima parte, L’ottava crociata, ci catapulta nella campagna d’Egitto di Napoleone nel 1798-99, quando il futuro imperatore dei francesi (il quale si è già distinto nell’appoggiare il Direttorio) mette sotto assedio San Giovanni d’Acri con lo scopo di completare la conquista della Terra Santa e di annetterla all’Egitto, indebolendo così l’esercito turco alleato degli inglesi.
La trama dunque non è lineare e potrebbe disorientare un po’ per la sua natura frammentaria e l’inserimento di così tanti fatti e personaggi storici con cui magari i lettori italiani hanno poca dimestichezza (si contano, tra gli altri, Saint-Just, i giovani Charles Nodier ed Eugène de Beauharnais, i generali Pichegru e Cadoudal, Madame de Staël e il suo salotto, oltre a svariate nobildonne e personaggi della politica del tempo). A ciò si deve aggiungere la propensione alla digressione, arte nella quale Dumas eccelleva, con interi capitoli volti a raccontare il background di determinati dettagli storici o geografici e con l’autore che interviene personalmente per dare giudizi sulle vicende narrate. Da una parte Dumas fa un panegirico della Convenzione, capace di difendere il Paese dall’aggressione esterna e resistere ai diversi estremismi interni; dall’altra mette in scena la ragioni degli altri, i legittimisti (scioani e compagni di Jéhu), in qualche modo celebrandoli. Meno simpatia riserva invece per chi abusa del potere, come Euloge Schneider, ex frate cappuccino ora commissario rivoluzionario e fanatico estremista (è incredibile quanti invasati prima di diventare rivoluzionari fossero preti, come il Cimourdain de Il Novantatré di Victor Hugo), il quale cerca di sposarsi con una fanciulla ricattandola e minacciando suo padre. Oppure per François Goulin, annegatore di nemici della Rivoluzione e capace di replicare all’orrore di una fanciulla di fronte alla vista della ghigliottina: “Vorrei sapere chi è l’aristocratico che parla con così poco rispetto dello strumento che ha contribuito maggiormente al progresso umano dopo l’aratro”. Non è un caso che contro di lui si formi una vera e propria alleanza tra governativi rivoluzionari e ribelli controrivoluzionari per porre fine alla sua esistenza utilizzando lo strumento da lui tanto amato.
C’è poi una sezione su Avignone, città papale invasa dalla Rivoluzione, che gronda letteralmente sangue: in episodi come quelli del poveraccio massacrato sui gradini dell’altare, dell’uccisione del conte di Fargas e del massacro dei rifugiati nella torre Trouillasse (ottenuta dietro la somministrazione di eccitanti al popolaccio per renderlo rabbioso), Dumas è incredibilmente efficace nel ritrarre la violenza del popolo, gli inganni perpetrati da chi detiene il potere, la meschinità dei carnefici. Soprattutto, ammette chiaramente di essere sempre stato attratto dai vinti e di essersi rivolto a loro, avvertendo il bisogno “se non di riabilitare, almeno di attirare la pietà delle generazioni che verranno sugli uomini che per esse si sono sacrificati”: per questo si sofferma a lungo sul doloroso viaggio e l’agonia dei prigionieri del colpo di Stato, costretti a privazioni indicibili e alla fine condannati alla deportazione in Guyana, non solo compatendoli ma trasformandoli addirittura in eroi.
Nel romanzo ci sono molte scene memorabili: il brindisi di Schneider che beve dal collo di una bottiglia rotta tagliandosi le labbra; Saint-Just che condanna a morte un suo amico d’infanzia per essersi svestito prima di andare a letto e non aver rispettato l’ordine di restare vestiti per i militari; ancora Saint-Just che legge della riconquista della città insorta di Tolone da parte di Bonaparte e impone ai soldati di restare schierati ad ascoltare mentre vengono decimati dalle cannonate del nemico; la spia polacca di Pichegru travestita da suonatore di organetto; il sottotenente Faraud che combatte da solo contro un branco di lupi e poi baratta il grado di caporale in cambio di alcuni prussiani catturati; il duello tra lo stesso Faraud e Falou sotto gli occhi di Napoleone a proposito della disputa tra signore e cittadino e quindi del voi e del tu con cui rivolgersi agli altri (tu e cittadino sono rivoluzionari, signore e voi monarchici); Coster de Saint-Victor, capace, nella stessa sera, di dare origine a una sollevazione e di rubare amante e cena a Barras, uno dei cinque membri del Direttorio; Napoleone e Joséphine de Beauharnais che si recano individualmente, entrambi sotto mentite spoglie, dall’indovina che li smaschera e predice loro il futuro.
Molto efficace è anche il ritratto che Dumas fa della società della reazione termidoriana, quando Parigi vede affermarsi nuove tipologie sociali, gli incredibili e le meravigliose, giovani seguaci di un lusso ostentato e stravagante: i primi si lasciano crescere lunghe trecce alla maniera aristocratica ed esibiscono affettazione nei modi e nella parlata (si rifiutano di usare il tu rivoluzionario e la r di rivoluzione), le seconde sono vestite con tuniche provenienti dall’antichità pagana. Nel frattempo, la provincia è scossa dalla reazione monarchica, soprattutto grazie ai Compagni di Jéhu, società segreta comandata dall’inflessibile Morgan che si occupa di procurare ai ribelli della Controrivoluzione i soldati necessari per l’armata e che ha il suo covo nell’abbandonata certosa di Seillon: i Compagni non conoscono misericordia nei confronti dei loro membri traditori, neppure se hanno ceduto alla tortura, e ne uccidono giustappunto uno mediante un coltello a forma di croce perché il condannato possa baciarlo al momento di morire in mancanza di un crocifisso.
Grande spazio è poi dedicato alla vita militare, alle operazioni belliche dell’esercito rivoluzionario, alla bontà e alla spontaneità dei soldati francesi, tanto che si capisce che Dumas simpatizza con loro e ne celebra le gesta (non resta mai neutrale, ma si riferisce sempre ai francesi dicendo “i nostri”), aspetti portati all’estremo con l’ultima parte ambientata in Egitto, dove Dumas, figlio di un generale di quella campagna caduto in disgrazia, ci porta sul campo di battaglia, tra le cariche e le palle di cannone, in un crescendo di atti cruenti ed eroici, e ritrae le eroiche truppe francesi che, fronteggiando ogni possibile difficoltà (malattie, privazioni e clima ostile), combattono strenuamente in luoghi resi famosi dalla Bibbia e dai Vangeli; anzi, l’intera campagna si configura come una vendetta nazionale della sconfitta dei Corni di Hattin (1187) dei cavalieri crociati guidati da Guido di Lusignano contro il Saladino, e assume le connotazioni di una nuova crociata. Anche in questo caso ci sono scene memorabili come quella in cui Napoleone chiede ai suoi generali informazioni sul deserto della Siria distribuendo loro le biografie di Plutarco, libri di mitologia e la Bibbia; oppure quella del trucco messo in pratica sulla spiaggia dal mercante di palle di cannone per recuperare pezzi di artiglieria o quella del commodoro inglese Sidney Smith che, di fronte al dono delle teste dei nemici uccisi che il pascià Al-Jazzar gli fa recapitare come prezioso regalo, dichiara: “Ecco cosa vuol dire avere un barbaro per alleato”.

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