Meglio incoerenti che atei

All’udienza generale del 2 gennaio scorso, il Papa ha pronunciato le seguenti parole: «C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo».

Il Papa sembra qui preferire l’ateo al cattolico incoerente o ipocrita, che va a Messa, ma non ama il prossimo. A proposito di costui il Pontefice parla di «preghiere atee», espressione paradossale, che significa «preghiere insincere», quindi di un ateismo pratico, di uno che onora Dio con le labbra, ma non col cuore.

Non c’è dubbio, peraltro, che questa incoerenza è scandalosa, perchè insinua l’idea nei non credenti che l’andare in chiesa non produce frutti di opere buone. Ci potremmo però chiedere: quelli che, senza andare in chiesa, fanno del bene agli altri, possono essere mossi, nonostante tutto, dall’amore di Dio o solo dal bisogno di «suonare la tromba davanti a sè»? (Mt 6,2). Non è facile giudicare. Infatti, se le opere a favore del prossimo non le fanno per amore di Dio, a nulla servono (I Cor 13,1). Invece può effettivamente capitare e capita che vi siano persone che non vanno in chiesa, ma che fanno del bene al prossimo con implicita intenzione di servire Dio. Queste possono apparire atee, ma non lo sono.

Osserviamo però che chi prega e va in chiesa, può effettivamente odiare il prossimo, ma almeno ha la fede, altrimenti non andrebbe in chiesa. Ora la fede è indubbiamente meglio dell’incredulità o dell’empietà. Chi crede sa qual è la via della salvezza. Chi non crede, non conosce neanche quella o la respinge. Quale condizione di vita ci può essere dunque peggiore di quella dell’ateo?

È vero che il profeta Isaia sembra invitare a non offrire sacrifici e a non frequentare il tempio coloro che commettono ingiustizia verso il prossimo: «smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; … non posso sopportare delitto e solennità, … Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi; anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista» Is 1,13,15-16).

Ma il profeta non esorta a non frequentare il tempio. Non dice che è meglio non offrire sacrifici che offrirli male o senza sincerità o senza accompagnarli con le opere. Tanto meno fa l’elogio dell’ateo. Anzi, egli insegna qual è il modo migliore di frequentare il tempio, ossia attuando una sincera coerenza fra i tempi della liturgia e quelli delle opere a favore del prossimo, della giustizia e della misericordia.

Che cosa è l’ateismo

Dobbiamo però chiederci che cosa possiamo intendere per «ateismo». L’uomo non può non vivere per un assoluto. Non potrebbe vivere come una bestia, nel relativo, neanche se lo volesse. Non può non usare la ragione e la volontà. Se dunque non riconosce Dio come assoluto, assolutizza la creatura. Se non riconosce come assoluta la volontà di Dio, assolutizza la propria. Se non adora Dio, adora un idolo. L’ateismo è fare Dio di se stesso o di una creatura. Come diceva S.Agostino: amor sui usque ad contemptum Dei. L’ateismo è adorazione di sé o idolatria.

L’ateo nega un certo concetto che si è fatto di Dio, senza per questo ignorare qual è il vero Dio, perchè a Lui un giorno dovrà rispondere. È possibile, però, che, senza saperlo, rifiuti un Dio che è un falso Dio, pensando così di essere ateo. Questo è quello che Maritain chiama «pseudo-ateismo»[1], che si risolve in un vero teismo.

Ma il cultore del vero Dio può apparire ateo agli occhi di chi adora un falso dio. Così per esempio i primi cristiani apparivano atei agli occhi dei pagani. Ma l’ateismo può essere anche l’atto morale di ribellione alla legge divina: è possibile sapere e riconoscere che Dio esiste, avere la fede e negarlo con una cattiva condotta, che è un vivere come se Egli non esistesse, come dice la Lettera a Tito: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano nei fatti» (Tt 1,16). È, questo, come lo chiama il Maritain, l’«ateismo pratico».[2]

Ateismo può essere anche il culto di un falso Dio, chiamando «Dio» un idolo, ossia ciò che Dio non è. Appare qui la questione degli attributi divini. Stabilire gli attributi divini non è cosa facile. È compito del dogma e, in forma ausiliaria e preparatoria, della teologia. Il concetto di Dio risulta infatti da un insieme di appropriati attributi da determinare con la massima cura. A seconda di ciò che si attribuisce a Dio, si ottiene un certo concetto di Dio. Così si hanno i differenti concetti di Dio nelle varie filosofie e nelle varie religioni.

Il concetto diventa difettoso, se manca qualche attributo o se si pone un attributo sbagliato. Aumentando le carenze o mancanze, a un certo punto, passando una certa soglia, il concetto finisce per corrompersi o falsificarsi del tutto. Allora può restare il nome «Dio», ma la verità su Dio si è dileguata. È un po’come quando un organismo si ammala. Esiste una soglia di gravità della malattia, al di là della quale il soggetto muore. Oppure è come  quando si aggiunge acqua al vino. Se l’aggiunta è modesta, il vino resta integro. Ma, aggiungendo altra acqua, il vino si annacqua e non è più vino.

Qualcosa del genere avviene nel concetto di Dio. Il concetto eretico corrompe la ratiodel divino. Aggravandosi l’eresia o il fraintendimento, a un certo punto il concetto si dissolve e resta solo il nome «Dio». Questo è già ateismo, che la Bibbia chiama «idolatria». Il soggetto, rendendosi conto che non può più chiamare «Dio» ciò che sa non essere Dio, quel Dio del quale nega l’esistenza, cessa anche dall’usare la parola. C’è da notare peraltro che l’ateismo contemporaneo ha in gran parte perduto il tono polemico, che ha avuto in passato, per esempio nella Russia di Stalin e si presenta come un estromettere Dio dall’orizzonte del proprio pensiero e quindi un pensare tutto preso dalle cose terrene.

Il Dio di Lutero, per esempio, è  ancora Dio, ma offende la ragione. Il Dio islamico è ancora Dio, ma appare aggressivo e fatalista. Il Dio di Rahner è ancora Dio, ma non è concettualizzabile. Invece un Dio sintesi di bene e di male, come quello dell’esoterismo massonico o un Dio gnostico e panteista come quello di Hegel, oltrepassa la soglia concettuale, al di là della quale la divinità scompare del tutto e si volge nell’ateismo di Marx.

La modernità è l’epoca di un’impressionante fioritura di ateismi, ad iniziare dal sec.XVIII: dall’ateismo meccanico di La Mettrie, all’ateismo piagnucoloso di Leopardi, all’ateismo alimentare di Feuerbach, all’ateismo iracondo di Marx, all’ateismo positivista di Comte, all’ateismo spaccone di Nietzsche, all’ateismo bestiale di Freud, all’ateismo cinico di Sartre, all’ateismo scettico di Bertrand Russell.

Ma è anche possibile un teismo, nel quale non compare la parola «Dio», ma che si nasconde sotto altri nomi di grandi valori, come per esempio la giustizia, l’onestà, la bontà, la verità, l’amore e simili.

Tutti sanno che Dio esiste

Occorre comunque dire che tutti sanno, almeno inconsciamente ed implicitamente, che Dio esiste. Nessuno ignora in buona fede che Dio esiste; ma se si tratta ignoranza, si tratta sempre di un’ignoranza voluta, affettata e colpevole, non dettata da un valido ragionamento e da un sincera ricerca della verità, ma un autoinganno e dalla superbia, dalla hybrise dalla tracotanza di voler sostituire a Dio il proprio io.

Tutti sanno che Dio esiste, perché tutti, usando la ragione e domandandosi qual è la causa prima e il fine ultimo delle cose, dell’uomo e del mondo, si accorgono con assoluta certezza che questa causa e questo fine è Dio, il «Logos che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), quel Logos, Gesù Cristo, al quale, almeno implicitamente, al termine della loro vita, sanno di dover render conto (cf Mt 25, 31-46), avendolo servito o non servito quasi inconsapevolmente nei fratelli più piccoli.

Non si apprende che Dio esiste per informazione positiva, così come posso venire a sapere dell’esistenza dell’arcipelago delle Filippine, perché qualcuno me ne parla. E non si apprende neppure per testimonianza umana, come faceva quello che diceva: se Dante ha creduto che Dio esiste, posso crederci anch’io. E non si tratta neppure di un’opinione soggettiva, così come io posso preferire Salvini a Di Maio e un altro cittadino può preferire Di Maio Ma si tratta di un’assoluta ed un’universale certezza, che ognuno acquista per conto suo, così come distingue spontaneamente il vero dal falso o il bene dal male.

Sia l’indigeno della Terra del Fuoco, sia l’aborigeno australiano, sia il pigmeo del Camerun, sia l’uomo di Neanderthal, sia il congolese del sec.XIII, tutti sappiamo che Dio c’è. Ed è un pensiero stupendo e confortante, che ci fa sentire un’unica famiglia sotto il Padre comune.

Per questo, la Scrittura considera stolti coloro che negano l’esistenza di Dio (Salmi 14,1 e 53,2). Ad essa fanno eco le Costituzionidella Massoneria, che interdiscono l’ingresso all’ateo, considerato come uno «stupido»[3]. In realtà, se vi sono inconfutabili ragioni per ammettere l’esistenza di Dio, non esistono ragioni per negarla.

È sbagliata pertanto la traduzione del passo della Gaudium et Spes, dove si parla dell’ateismo (n.21). Il testo latino originale non parla di «ragioni», ma di causedella negazione dell’esistenza di Dio, e ne fa un elenco, dove è evidente che non si dà alcuna ragione, ma solo motivi psicologici, sociali, occasionali, patologici o pretestuosi. Si è atei non perchè si è razionalmente necessitati ad essere atei, ma perchè si vuole essere atei, per un partito preso di proprio comodo. È quello che Gianfranco Morra chiama «ateismo postulatorio».

Pertanto, le famose e prolisse argomentazioni che Kant espone per provare l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio nella Critica della ragion pura dimostrano soltanto la miopia e la pedanteria di una ragione bloccata nei sensi e che resta in essi impigliata come un uccello nella pania.

Infatti, Kant, giunto al punto di elevare il pensiero al trascendente, è preso da un vano  terrore di «abbandonare ogni esperienza» per vagare nei «puri concetti»[4], perché non si è accorto che il concetto di causa non vale solo per il mondo sensibile[5], ma, come gli suggeriva la Scrittura (Sap 13,5), se l’avesse meditata, vale analogicamente anche nello spirito. Dal che si sarebbe accorto che Dio, Spirito assoluto, è causa del sensibile e dello spirito, analogamente a come il fuoco è causa del calore.

Anche l’agnosticismo, che si rifiuta di scegliere tra l’affermazione e la negazione e affetta di non mostrare interesse per il problema dell’esistenza di Dio, non è che una miope e misera finzione avente lo scopo di evadere dalle proprie responsabilità, per praticare una neutralità del tutto fuori luogo, come se si trattasse di stare al di sopra di due partiti avversi, mentre in realtà si tratta di scegliere tra il vero e il falso.

L’io cartesiano, che si pone a fondamento primo del sapere e dell’essere, al posto del reale esterno, che conduce a Dio, è il principio radicale dell’ateismo. Sbaglia Rahner quando sostiene la possibilità di atei in buona fede e quindi innocenti. Non si può essere scusati dall’ignorare ciò che si può e si deve sapere. Non si può esser senza colpa, se si nega l’esistenza di ciò che si tenuti a sapere che esiste, tanto più se si tratta di un valore o di un bene o di un fine, qual è Dio, dal quale dipende il successo della nostra esistenza.

Certo, l’esistenza di Dio non è evidente al solo pensare chi è Dio e neppure lo è quasi fosse una verità immediatamente intuitiva o un principio basilare della conoscenza o un presupposto trascendentale a tutto il conoscere, come crede Rahner. E non è neppur vero, come ancora crede Rahner, che anche chi si professa ateo a livello cosciente e concettuale sia poi credente a livello inconscio, «trascendentale», «preconcettuale» e «atematico». Sarebbe, questo, il famoso «cristiano anonimo»[6]di Rahner.

Si deve dire, invece, che la distinzione rahneriana fra «trascendentale atematico o aconcettuale» e «concettuale» è falsa, perché anche la conoscenza trascendentale è concettuale. Un «trascendentale» non concettuale non esiste. Per cui la conoscenza di Dio o è concettuale (esplicita o implicita) o non esiste. Parimenti, non è vero che, come crede Rahner, laddove il Concilio Vaticano II parla della possibilità di salvezza anche per coloro che «non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio» (LG 16), si riferisce agli atei, perché l’ateo nega qualunque conoscenza di Dio, anche implicita.

D’altra parte, la fede fa conoscere la via della salvezza. L’ateo non conosce neanche quella. Quindi è chiaro che si trova in una posizione di svantaggio. È anche vero che a nulla serve al credente la sua conoscenza di fede, se poi non passa ai fatti. Egli, tuttavia, finchè vive quaggiù, può riproporre davanti ai suoi occhi le vie del Signore, cosa che l’ateo non può fare.

Un’altra cosa da rilevare è che nel moderno Stato laico, la presenza di atei è cosa normale e l’ateismo è un’opinione come un’altra. Invece dal punto di vista morale l’ateismo è peccato gravissimo. Quei cattolici che fanno prevalere l’etica dello Stato laico alle esigenze dell’etica naturale, non danno al problema dell’esistenza degli atei l’importanza che merita.

Se lo Stato laico è indifferente al problema dell’ateismo e gli basta che tutti i cittadini rispettino la legge, noi cattolici dobbiamo fare molta attenzione a non far nostra, come cattolici, questa impostazione dello Stato, in se stessa giusta, dato che si tratta di uno Stato laico, ma dobbiamo prenderci estremamente a cuore, come ci esorta a fare il Concilio, il problema della loro salvezza, respingendo con decisione le sciocchezze che dice Rahner sull’argomento.

Dobbiamo invece tener presente, per citare il titolo di un famoso libro di De Lubac, «il dramma dell’umanesimo ateo»[7], benché io andrei più in là e parlerei di tragedia e di orrore dell’umanesimo ateo, soprattutto quando si pensa alle vittime del comunismo e del nazismo. Non ci deve ingannare o impressionare l’ostinato atteggiamento esterno apparentemente tranquillo e a volte spavaldo, nonchè la condotta per tanti aspetti buona di tanti nostri contemporanei, che fanno professione di ateismo.

È vero che probabilmente molti sono solo pseudoatei o criptocredenti, che, con loro sorpresa, saranno premiati da Cristo alla Parusia. Ricordiamoci però che è tipico dell’orgoglioso nascondere il proprio tormento interiore, per dare da intendere agli altri d’aver ragione lui. L’occhio della carità, invece, di chi si accorge del suo male, deve oltrepassare, come fanno i raggi X, le barriere difensive opposte dall’orgoglio e fare una diagnosi tenendo in serbo la cura, ove il malato desiderasse guarire.

Per una buona pastorale

Una buona pastorale, pertanto, per rimediare all’incoerenza e all’ipocrisia  dei credenti, non è quella di tessere le lodi dell’ateo. Il rimedio è ben diverso e consiste in due cose.

Prima, il Vescovo deve promuovere con ogni zelo e dottrina una dignitosa e devota celebrazione del culto divino nel rispetto dei sacri canoni, a) spegnendo con energia ogni litigio fra chi sostiene il Novus Ordoe chi sostiene il Vetus e promovendo un’accettazione reciproca tra i sostenitori dell’uno e dell’altro rito; b) intervenendo prontamente con la massima severitàcontro quei preti che offendono la sacra liturgia con qualunque forma di sciatteria, arbitrarietà, sconvenienza, sconcezza, indisciplina, trascuratezza, buffoneria, dissacrazione, profanazione, sacrilegio, eresia o bestemmia, trasformando le chiese in osterie, sale per proclami politici o luogo per spettacoli osceni o da circo.

Con l’impressionante ed incessante calo delle presenze alla S.Messa, dire che è meglio non andare in chiesa piuttosto che essere incoerenti non pare il modo migliore per diffondere la fede, combattere l’ateismo, promuovere la partecipazione alla Messa e la coerenza cristiana.

La seconda cosa che il Vescovo deve fare con urgenza e sapienza è far capire a tutti che non esiste condotta umana più infelice e più pericolosa di quella dell’ateo– s’intende il vero ateo teorico o pratico, non lo pseudoateo – . Cristo, certo, è severo contro gli ipocriti e gli incoerenti, ma è ancora più severo contro gli increduli. Circa i primi afferma che bisogna ascoltare quello che dicono, ma non fare quello che fanno (Mt 23,3); quanto ai secondi, Cristo prevede per loro l’inferno.

Occorre dunque stimolare i fedeli a porre la liturgia ben celebrata e ben partecipata, «fons et culmen totius vitae christianae», secondo il famoso principio del Concilio, al vertice dei loro interessi, così da trovare in essa, mediante l’esperienza della preghiera, dell’adorazione e della contemplazione, l’energia e la ragione di un coerente, fervente e generoso servizio del prossimo, che chiuda la bocca ai denigratori della fede e della religione e smascheri l’inganno di coloro che credono di poter costruire un umanesimo sulla negazione di Dio, aperti nel contempo ad apprezzare quelli che, servendo sinceramente il prossimo, non s’accorgono nel contempo di servire Dio.


[1]Cf Il significato dell’ateismo contemporaneo, Morcelliana, Brescia 1954, p.9.

[2]Ibid.

[3]«Un Muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale;e se egli intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. » (Antichi doveri, I).

[4]Critica della ragion pura,Edizioni Laterza,Bari 1963, p.487.

[5]Ibid., p.488.

[6]Cf il mio saggio La radice teoretica della dottrina rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner.Un’analisi critica, a cura di Serafino Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena 2009.

[7]Morcelliana,Brescia 1979.

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