Il ’68 teologico, una rivoluzione suadente e quotidiana

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di Stefano Fontana.

Il ’68 fu una rivoluzione anche per la teologia con la pastorale come nuova dogmatica e le difformità pastorali come nuove eresie. Un radicale strappo, diventato poi “progressismo cattolico”: una rivoluzione non più dirompente ma quotidiana, da eccezionale, normale, da aggressiva, suadente. 

Il Sessantotto, come evento e non come anno, fu una rivoluzione o, se si vuole, il compimento di una rivoluzione iniziata prima e maturata negli anni Sessanta del secolo scorso. Ciò vale anche per la teologia, il Sessantotto fu una rivoluzione teologica: in particolare nel biennio ’68-’69 le case editrici cattoliche suicidarono la teologia mediante una vera e propria “bomba” editoriale, pubblicando a raffica tutte le novità più azzardate e nuoviste. In quel decennio si celebrò una vera e propria lotta tra due impostazioni teologiche rivali e tra di esse vinse quella che oggi conduce alla “conversione pastorale”. La rivoluzione non è terminata, solo è stata assorbita ed è diventata sobria quotidianità.

Con il discorso di apertura del Vaticano II Gaudet Mater Ecclesia Giovanni XXIII condusse la Chiesa alla “scelta pastorale”. Tralasciamo qui il problema di quanto fosse chiaro allora che la “scelta pastorale” non potesse rimanere tale senza trasformarsi in “conversione pastorale”, certo è che la trasformazione è avvenuta. Tra le due c’è una differenza fondamentale. La scelta pastorale si regge su una teologia della pastorale, la conversione pastorale comporta una teologia pastorale. La presenza o meno della preposizione articolata “della” fa la differenza.

Nel primo caso rimane garantita la priorità della dottrina sulla pastorale. Le stesse “sfide pastorali”, come si diceva allora e si dice tuttora, implicavano che dalla dottrina dovessero derivare atteggiamenti pastorali nuovi capaci di fronteggiarle. Nessuno sosteneva che per affrontare le nuove sfide bisognasse cambiare la dottrina ma, appunto, fare scelte pastorali nuove. Ecco perché si riteneva che bastasse una teologia della pastorale. Nel secondo caso, ossia nella “conversione pastorale”, la dottrina è diventata ormai pastorale e la pastorale dottrina. Dapprima tra le due si è instaurato un rapporto di pariteticità, ma era inevitabile che si arrivasse, più prima che poi, alla priorità della pastorale sulla dottrina. Tutta la teologia conciliarista ha spinto per decenni su questa linea, i Pontefici hanno cercato di trattenere, ma alla fine, ossia oggi, la trasformazione della scelta pastorale in conversione pastorale è pressoché compiuta. Del resto la parola conversione è rivoluzionaria, rovescia lo schema più che adattarlo e meglio esprime la logica rivoluzionaria del Sessantotto

Oggi siamo quindi in pieno clima di “conversione pastorale”, ben oltre ormai alla “scelta pastorale” alla quale forse nessuno ha veramente creduto mai. Documenti dottrinali non se ne pubblicano più e le principali “scomuniche” nella forma del disprezzo o dell’isolamento si pronunciano per motivi pastorali. La pastorale è la nuova dogmatica e le difformità pastorali sono le nuove eresie. Questo produsse la rivoluzione teologica degli anni Sessanta che subito presentò un volto apertamente rivoluzionario di radicale strappo e contestazione violenta, ma poi divenne più dimessamente “progressismo cattolico”, ossia una rivoluzione non più dirompente ma quotidiana, da eccezionale divenne normale, da aggressiva ed esterna divenne suadente ed interna. Tutte le rivoluzioni ad un ceto punto si sedimentano ed è allora che producono i danni peggiori.

Il grimaldello con cui la rivoluzione teologica degli anni Sessanta aprì la cassaforte della teologia cattolica trasformandola è in realtà qualcosa di molto semplice: negare che l’uomo possa avere accesso alla verità indipendentemente dalla propria collocazione storica in una situazione (il famoso Sitz im Leben della teologia sessantottina). Ciò bastò per fare della teologia cattolica una nuova teologia. Da allora divenne canonico che la comprensione che la Chiesa ha della rivelazione non è una conoscenza, ma una interpretazione. Tra conoscenza e interpretazione c’è questa sostanziale differenza: la prima conosce l’oggetto in sé, la seconda conosce l’oggetto per me. Come scrive Rahner, conoscendo l’oggetto, il soggetto conosce sempre anche qualcosa di sé. Siccome la pastorale è il contatto vitale con la situazione, essa condiziona la dottrina e rende impossibile una teologia valida sempre. Dapprima, come si è detto, tra le due si pensò esserci circolarità, che si illuminassero a vicenda e che si trattasse di trovare nuove espressioni per rendere la dottrina di sempre, ma pian piano si scivolò verso il primato della pastorale, perché il modo storico di esprimere la dottrina di sempre divenne parte integrante della dottrina che, quindi, non era più di sempre.

C’è qualcosa che precede la verità e che la condiziona in modo sostanziale. Siamo tutti dentro un brodo storico molto complicato da cui non riusciamo mai ad emergere, fare valutazioni è azzardato, di verità certe siamo all’oscuro, quel poco che conosciamo cambia continuamente proprio perché in rapporto con la situazione mutevole, i bisogni ci condizionano: fissare una dottrina è presuntuoso, pretestuoso e ideologico. Come scriveva Walter Kasper negli anni Sessanta: l’essere è tempo e il tempo è essere. La conversione pastorale significa riconoscere che la fede non è uno “stare” ma un “divenire”, non un contemplare ma un fare.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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