A cinquantanni dal primo Natale sulla luna

1968:  The lunar orbital plan profile for the manned Apollo 8 shuttle - its proposed trajectory around the moon to assess potential landing sites for future Apollo missions.  (Photo by MPI/Getty Images)

di Mirko Erspan

La vigilia di Natale di quest’anno è ricorso il 50° anniversario di Apollo 8, una delle missioni chiave del programma spaziale americano fortemente voluto da John F. Kennedy, tappa propedeutica allo sbarco sulla luna che sarebbe avvenuto sette mesi più tardi.

Quei primi goffi passi di un essere umano sul suolo del nostro satellite il 20 luglio 1969 hanno celebrato forse uno dei momenti più alti dell’intelletto umano nel campo scientifico. Ma cosa ha spinto l’uomo a investire così tante risorse per raggiungere il nostro satellite, in una sfida così difficile e rischiosa ma che fin dalla notte dei tempi, ha suscitato un’attrazione e un fascino così irresistibile cullano il sogno di poterla un giorno toccare?

Si lasci pure da parte, per un momento, le motivazioni politiche della guerra fredda tra USA e USSR. Si tralascino pure anche quelle che sono state le numerose ricadute tecnologiche che investono la nostra quotidianità, senza che la maggior parte di noi se ne renda conto, dal telefono cellulare al gore-tex. Cosa c’è veramente dietro quella sfida lanciata da Kennedy di mandare l’uomo ad esplorare la luna a 360mila chilometri di distanza e raccolta da migliaia di persone che hanno permesso che ciò potesse davvero accadere?

Di nuovo si ripropone la questione della unicità e centralità dell’uomo nel creato, unico essere vivente che non solo si è posto il problema dei bisogni primari, ma unico tra tutti gli esseri che si è interrogato sul senso della vita e della morte si è chiesto il perché delle cose e si è misurato con i propri limiti cercando di spostare l’ostacolo sempre più in là, cercando ogni volta di placare la sete di conoscenza sul mistero del mondo e della nostra esistenza.

Una ricerca interiore che inevitabilmente approda alla ricerca di Dio. La maggior parte dei protagonisti che hanno dato grandi contributi fondamentali alle scienze naturali, siano essi credenti o meno, hanno comunque sempre attinto al crogiolo culturale della civiltà giudeo-cristiana e molti di loro hanno manifestato apertamente la profonda dimensione filosofica sul Mistero.

La conquista della luna non fa difetto a questa regola: tre uomini chiave, hanno infatti permesso all’uomo di raggiungere questo risultato con il programma Apollo: John Kennedy, cattolico, che ha lanciato la sfida spronando l’opinione pubblica con il suo celebre discorso del 25 maggio 1961; John Houbolt cristiano metodista che ha proposto e sviluppato il rendez-vous in orbita lunare ritenuto il passaggio chiave per il successo del programma Apollo ed infine Werner Von Braun, cristiano luterano che sviluppò la tecnologia del più grande razzo vettore mai costruito, il Saturno V capace di lanciare l’equipaggio verso la luna.

Questa esperienza scientifica portò addirittura Von Braun a maturare la sua fede: “C’è chi è turbato dal fatto che non si possa provare scientificamente l’esistenza del Creatore. Le mie esperienze con la scienza invece mi hanno portato a Dio. Esse sfidano la scienza per provare l’esistenza di Dio. Ma dobbiamo davvero accendere una candela per vedere il sole?”

Il programma Apollo alla vigilia di Natale del 1968 segna un momento epocale e decisivo del programma della NASA: Frank Borman, James Lovell e William Anders raggiungono la velocità di fuga della Terra escono dalla sua orbita e dopo 3 giorni si inseriscono nell’orbita lunare. Da quella posizione privilegiata, tre uomini videro per la prima volta la terra, non dal cosmo ma nel cosmo. Una piccola sfera in mezzo al desolato e sconfinato spazio siderale ma che raccoglie in sè una meraviglia singolare: la vita. L’equipaggio effettuò una decina di orbite lunari della durata di 88 minuti, ad un’altezza media di poco più di 100km, “mirando interminati spazi e sovrumani silenzi, e profondissima quiete” per rubare le parole della celebre lirica del poeta recanatese.

I momenti salienti di tale missione vennero trasmessi in diretta televisiva. I membri dell’equipaggio, consci della portata storica dell’evento avevano discusso a lungo quali avrebbero potuto essere le parole da condividere con l’umanità intera in un momento già fortemente evocativo, alla vigilia cioè, del giorno in cui tutto il mondo celebra l’evento inaudito dell’Incarnazione nella storia di Colui per mezzo del quale il mondo fu fatto.

Ad un certo punto il comandante prese la parola: «Mentre il sole quassù si sta preparando a sorgere sull’orizzonte lunare, l’equipaggio di Apollo 8 ha un messaggio che desidera inviare a tutti voi che ci seguite dalla Terra: “In principio Dio creò il cielo e la terra e la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque…”».

I membri dell’equipaggio si alternarono nella lettura dei primi 10 passi della Genesi per poi concludere: “E da Apollo 8 è tutto. Vi auguriamo una buona notte, buona fortuna e un sereno Natale. Dio vi benedica voi che ci state seguendo e tutti gli uomini che vivono su questo buon pianeta terra.” fu il momento più commovente e suggestivo di una diretta televisiva seguita da milioni di spettatori.

Non mancò tuttavia uno sparuto gruppetto di persone che mal digerirono il richiamo ad un brano di origine religiosa. Manco a dirlo, si trattò dei fanatici della lega atea d’America che nella persona del suo presidente Madalyn M. O’Hair, che con un certo senso del ridicolo ma anche fedeli al loro fondamentalismo ideologico querelarono la NASA affinché in futuro impedisse “atti religiosi nello spazio”.

La Nasa che aveva ben problemi più seri da affrontare si limitò a raccomandare agli equipaggi delle successive missioni di non manifestare pubblicamente dallo spazio la propria meraviglia attraverso citazioni o commenti che attenessero alla sfera religiosa.

Nel giugno 1969 la Nasa annunciò il giorno della storica impresa che sarebbe stata comandata da Neil Armstrong al quale venne affiancato Edwin Buzz Aldrin: sarebbero stati loro i due primi uomini a toccare il suolo selenico.

Alle 20:18 (UTC) del 20 luglio 1969 Neil Armstrong comunica al mondo intero: “Houston, qui base tranquillità, l’aquila è atterrata”. La gioia è incontenibile, la grande impresa era stata compiuta. Si era trattato di effettuare una cosa mai tentata prima, il cui esito che oggi ci appare quasi scontato, era in fondo basato solamente su abili modellizzazioni matematiche e incessanti simulazioni sperimentali.

luna

Le probabilità di riuscita erano tutt’altro che scontate. Aldrin che era un fervente cristiano della chiesa presbiteriana ed avrebbe voluto manifestare e ringraziare pubblicamente Dio per averlo reso protagonista di quello storico momento. Ma le raccomandazioni della NASA in seguito ad Apollo 8 erano state chiare, per cui dopo aver svolto le operazioni di routine necessarie dopo il contatto al suolo, nel breve momento di riposo concesso agli astronauti Aldrin, volse il pensiero a tutti gli uomini che seguivano da terra il grande avvenimento e li invitò, a ringraziare ognuno a modo suo per gli avvenimenti occorsi nelle ultime ore.

Poi spense i microfoni, estrasse dalla tasca della tuta un sacchetto di plastica in cui aveva riposto alcuni oggetti: si trattava di un minuscolo calice con una boccettina contente alcune gocce di vino ed ancora un frammento di pane che era stato benedetto da un suo amico pastore secondo il rito presbiteriano. Estrasse poi un bigliettino sul quale stavano impresse alcuni passi del Vangelo di Giovanni che lesse: “Io sono la vite e voi i tralci…senza di me non potete far nulla” per poi fare la comunione secondo il rito presbiteriano in quelle circostanze così inusuali, sotto gli occhi meravigliati ma rispettosi del comandante Armstrong.

A distanza di così tanti anni rimane ancora singolare come, a dispetto di quello scientismo che vorrebbe contrappore come inconciliabili scienza e fede, una delle più grande avventure dell’uomo come la conquista della luna si sia aperta e poi compiuta con le missioni Apollo 8 ed 11 nelle quali, nei loro momenti apicali i protagonisti hanno voluto commemorare seppur inconsapevolmente, i due grandi misteri del Dio cristiano che rimandano all’inizio e al compimento della promessa di Salvezza: l’Incarnazione e la Risurrezione.

Questo articolo è apparso su La verità del 4/1/2019

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