Perché soffrono i bambini

alfie_evansAl termine di un incontro coi giovani a Roma l’11 agosto scorso, al Circo Massimo, il Papa ha risposto alle domande di alcuni giovani, tra i quali un certo Dario di 27 anni, che si è rivolto al Papa così: «Ci sono le grandi domande: com’è possibile che un Dio grande e buono (così me lo hanno raccontato) permetta le ingiustizie nel mondo? Perché i poveri e gli emarginati devono soffrire così tanto? Il mio lavoro mi pone quotidianamente davanti alla morte e vedere giovani mamme o padri di famiglia abbandonare i propri figli, mi fa chiedere: perché permettere questo?».

Il Papa risponde brevemente in questo modo:

 «Dario ha messo il dito nella piaga e ha ripetuto più d’una volta la parola “perché”. Non tutti i “perché” hanno una risposta. Perché soffrono i bambini, per esempio? Chi mi può spiegare questo? Non abbiamo la risposta. Soltanto, troveremo qualcosa guardando Cristo crocifisso e sua Madre: lì troveremo una strada per sentire nel cuore qualcosa che sia una risposta».

È evidente che in quella circostanza Francesco non poteva dare una risposta esauriente – se esiste una risposta esauriente – a questioni che, direbbe Dante, «fanno tremar le vene e i polsi». Si è limitato a indicare il principio di una risposta: la Croce di Cristo. Certamente questa è la direzione nella quale, come cristiani, dobbiamo muovere il nostro pensiero per trovare luce, pace e conforto.

Cristo è venuto per darci una risposta al problema della sofferenza, ce ne rivela la causa prima nel peccato originale, ci insegna a comprenderne il significato, come sopportarla, come lottare contro di essa, come eliminarla e come darle un senso espiativo e salvifico.

Per questo ci sorprendono le parole del Papa: «Perché soffrono i bambini? Chi mi può spiegare questo? Non abbiamo la risposta». Vorremmo dirgli con tutta semplicità filiale: che dice Gesù nel Vangelo? «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13). Ma per entrare nel regno, occorre prendere la croce. E dunque occorre pensare che anche i bambini, magari inconsapevolmente, possano unirsi o siano comunque uniti a Gesù Crocifisso.

Però una domanda che può sorgere a questo punto è la seguente: la sofferenza è castigo del peccato. Ma questi bimbi innocenti, che cosa hanno fatto per meritare la sofferenza? Si possono dare due risposte, ma solo la seconda è decisiva in senso cristiano. La prima fa riferimento al castigo del peccato e ci ricorda che tutti noi, in quanto figli di Adamo, patiamo le conseguenze penali del peccato originale. In tal senso nessuno di noi nasce completamente innocente, esclusi Gesù Cristo e la Madonna. Ed anche quando il battesimo ricevuto da piccoli ci ha liberati dalla colpa originaria, restano l’inclinazione al peccato e la pena del peccato originale.

La seconda risposta parte dalla considerazione che un bambino, prima dell’età di ragione, non esercita il libero arbitrio, che suppone l’uso della ragione. Ora il peccato è causato da un cattivo uso del libero arbitrio. Da qui deduciamo che questo bimbo non pecca. In tal senso, riguardo ai peccati personali, lo possiamo considerare innocente, non nel senso che possa compiere atti moralmente buoni, perché la sua volontà, per le condizioni neurofisiologiche del soggetto, non ha ancora raggiunto il piano psicologico dell’agire morale, buono o cattivo che sia. Comunque, una cosa è certa: che non ha commesso nessun peccato. In tal senso lo si può considerare innocente.

Stando così le cose, considerando che Cristo è venuto ad offrire a tutti la possibilità di salvarsi mediante la grazia, il magistero attuale della Chiesa è orientato a ritenere che la grazia della salvezza raggiunga anche i bambini morti senza il battesimo, nonché gli embrioni e i feti vittime dell’aborto.

Essi sono «vittime» non solo nel senso corrente profano, ma nel senso più formale e teologico, ossia vittime unite a Cristo Vittima di espiazione per i nostri peccati, quel Gesù che già appena nato nella grotta di Betlemme, cominciò a patire per noi «il freddo e il gelo», come dice un famoso toccante canto popolare natalizio.

Occorre allora pensare che, siccome per salvarsi occorre la fede e la mente di quei piccoli non è ancora in grado di funzionare, essa sia illuminata direttamente da Dio. Inoltre, non ci è proibito pensare che la morte di dette vittime debba esser considerata un martirio, a somiglianza di quella dei Santi Innocenti uccisi da Erode.

Mi rendo conto della difficoltà di far comprendere ed apprezzare a un bambino sofferente o malato il valore salvifico della sofferenza secondo l’insegnamento di Cristo e della Chiesa, il cui linguaggio e concetti sono indubbiamente fatti per gli adulti, mentre in questo caso, davanti a questo mistero, non bastano le risorse della più alta teologia.

Sono tuttavia convinto che Cristo sappia rendere recettiva la mente del fanciullo in modi sopranaturali, che possono anche superare la comprensione degli adulti. Chi ci dice infatti che, quando Cristo esulta di gioia nello Spirito Santo che ha rivelato i misteri della salvezza ai piccoli, nascondendoli ai sapienti ed agli intelligenti (Mt 11,25), non abbia inteso di riferirsi anche al mistero salvifico della sofferenza? In ogni caso le mamme e gli educatori cristiani ci assicurano che il bambino, dovutamente istruito con la parola e l’esempio di una carità premurosa, può capire benissimo, a contatto con la figura, le opere  e le parole di Gesù e dimostrare già alla sua età di amare Gesù in croce, per quanto ciò gli appaia compassionevole e doloroso.

Compito speciale, d’altra parte, spetta all’autorità ecclesiastica di reprimere le numerose eresie in circolazione, che impediscono in vari modi di percepire il valore cristiano della sofferenza e ristabilire nella sua purezza ed integrità la dottrina cattolica, senza la quale non c’è salvezza. Facciamone un elenco:

  1. l’amore cristiano per la sofferenza è masochismo (Recalcati);
  2. la Bibbia non conosce il perchè della sofferenza (Bianchi);
  3. La sofferenza è un male assoluto che va respinto con ogni mezzo (Schillebeeckx);
  4. il peccato è un inevitabile incidente di percorso nel cammino ascensionale dell’evoluzione (Teilhard de Chardin);
  5. Il peccato è un’azione fallita che si distrugge da se stessa (Rahner);
  6. Il bene è inseparabile dal male (Hegel);
  7. il male esiste anche in Dio (Pareyson, von Balthasar);
  8. il demonio non esiste (Sosa);
  9. Dio non castiga il peccato, ma lo perdona (Cantalamessa);
  10. il peccato originale non è stato un fatto storico commesso da una coppia umana realmente esistita (Ravasi, Bianchi);
  11. la colpa originale non si trasmette per generazione biologica (Rahner);
  12. le pene della vita non sono conseguenze del peccato originale (Bianchi);
  13. concepire un Dio Padre che manda il Figlio a morire sulla croce per soddisfare al peccato dell’uomo e placare la sua ira sarebbe concepire un Dio crudele (Bianchi);
  14. la Messa non è un sacrificio (Lutero);
  15. tutti si salvano (Rahner).
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