Macron perde pure in Libia. La Francia accetta il piano dell’Italia

Conte e Haftar

di Lorenzo Vita.

Con l’arrivo di Khalifa Haftar a Roma, l’Italia ha messo a segno un colpo importante. Non è certo l’unico né l’ultimo, e non è probabilmente il principale. Ma è un segnale: ora il leader della Cirenaica ha a Roma il suo partner principale in Europa. E viceversa, l’Italia ha in Haftar un interlocutore in Libia, e questo dopo mesi in cui il maresciallo è stato forse uno dei principali antagonisti dei piani di Roma nel Paese nordafricano, come dimostrato non solo dai contatti con la Francia, ma anche con l’opposizione alla presenza dell’ambasciatore Giuseppe Perrone, adesso tornato nelle grazie del generale che anzi ne invoca il rientro in Libia.

Ma in questi mesi, le cose sono cambiate. Haftar non considera più l’Italia un nemico, e l’Italia non parla più solo con Fayez al-Serraj. Un cambiamento per certi rivoluzionario ma che è figlio soprattutto di una sconfitta strategica da parte della Francia sia nei rapporti con le fazioni libiche, sia le superpotenze coinvolte nel Paese nordafricano. Emmanuel Macron non è più considerato un leader in grado di decidere la transizione libica. È un presidente che è riuscito a inimicarsi gli attori principali della politica internazionale, in primis Donald Trump, e che ha un pessimo modo di rapportarsi con i partner regionali. Inoltre, paga la situazione interna sempre più deficitaria, che lo pone in una condizione di precarietà politica costante e da cui rischia di uscirne malconcio o addirittura senza potere.

Questa condizione ha aiutato l’Italia, il cui governo vive una situazione politica internazionale del tutto opposta. L’amministrazione americana è molto legata all’attuale esecutivo e Trump ha più volte “incoronato” il presidente Conte come suo partner nel Mediterraneo allargato. Poi, che questo indichi che siano gli Stati Uniti a guidare la partita mediterranea per l’occidente è altrettanto evidente. Ma è comunque un segnale che a Washington apprezzano il contributo di Roma a  tal punto da considerarci partner strategici anche per la Libia.

Dall’altro lato del mondo, l’Italia ha intessuto forti legami con la Russia, dal momento che siamo uno degli esecutivi più aperti nei confronti di Vladimir Putin. Questa condizione di sostegno internazionale, unita alla capacità di intessere con tutti gli attori coinvolti in Libia un sistema di rapporti molto solido, basato in particolare su Eni (ma non solo), ha permesso all’Italia di sfruttare il fisiologico arretramento di Parigi ed ergersi quale unico Paese del Mediterraneo europeo a poter essere “guida” nella transizione libica.

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Del resto, che la strategia italiana, la cosiddetta “pax italica“, fosse più logica di quella francese, era stato chiaro sin da subito. Macron si era impuntato sulle elezioni a dicembre scatenando tutte le sue pedine libiche per colpire l’idea dell’Italia di rimandare il voto dopo la stabilizzazione. Un piano che aveva un senso e che infatti è stato seguito anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha approvato una risoluzione britannica in cui non veniva inserito il voto a dicembre. Risoluzione che ha avuto subito il supporto americano e che ha fatto capire che si potesse costruire un asse fra Italia e anglo-americani sul fronte libico.

La furbizia italiana è stata quella di voler aderire al piano delle Nazioni Unite, che era esattamente quello che volevano gli Stati Uniti ed è quello che fondamentalmente interessa anche alla Russia. Le due superpotenze, insieme all’Onu, non hanno mai avuto un impegno totale come avvenuto in Siria o in altri conflitti. L’idea di Mosca e Washington era quella della stabilizzazione. Ma solo l’Italia, all’interno dell’Unione europea, garantiva questo tipo di approccio. Non la Francia: che infatti si è dovuta adeguare. Un adeguamento che si può capire leggendo le ultime dichiarazioni provenienti da Misurata, baluardo dell’influenza francese in Libia.

Intervistato da Agenzia NovaMohammed Al Riad, deputato di Misurata, ha detto che la speranza delle forze locali è che il governo italiano convinca Haftar “ad aderire al processo politico” iniziato con l’accordo di Skhirat del 2015. In quell’occasione, i rappresentanti dei Parlamenti di Tripoli e Tobruk si impegnarono per la creazione di un governo di unità nazionale. “Gli sforzi di Roma possono aiutare un riavvicinamento tra Haftar e le altre parti politiche della Tripolitania per unire gli sforzi e andare verso il piano dell’inviato dell’ Onu” ha dichiarato Al Riad. Il che significa, in buona sostanza, che anche Misurata ha capito che bisogna rifarsi all’agenda stilata dall’Italia e confermata alla Conferenza di Palermo. E che consiste sostanzialmente nell’adeguamento al piano del Palazzo di Vetro.

Ma significa soprattutto che a Misurata è arrivato l’ordine, da Parigi, di aderire al piano italiano. In questo senso, gli Stati Uniti erano stati chiarissimi: non volevano una guerra fra Italia e Francia per la Libia. Washington vuole stabilità e un piano coerente, ed è d’accordo con quanto sostenuto dall’Italia. E la Francia ha iniziato a muovere i primi passi in tal senso durante la conferenza di Palermo. Prima rinunciando al voto a dicembre 2018, poi accettando di posticiparlo in primavera. Due sconfitte per Macron e Jean-Yves le Drian. E proprio per questo bisogna stare attenti: l’Eliseo non accetta sportivamente le sconfitte, specie in Nordafrica.

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