L’Altro.

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Una battuta per iniziare. Il timore dell’Altro nasce dalla non conoscenza? Non credo, più conosco mia suocera più la temo.

Sulla questione partirei da Sartre. L’esistenzialista francese in un suo scritto osservò: “l’inferno sono gli altri…lo sguardo dell’altro mi uccide.” Espressioni di questo tipo le chiamerei realiste. Ma il realismo spesso non è che una formula giustificatoria del mondo così come lo abbiamo esperito.

Forse con meno senso di realtà e certo con una buona dose di ottimismo, il compianto regista Bertolucci osservava: “come l’intolleranza verso l’altro nasca dalla non conoscenza”.

Le cose credo siano assai più complesse; il cinema e la letteratura tendono ad edulcorare le differenze, forse per timore di alimentare l’odio, o forse, meno nobilmente, per conformismo.

Le cose sono più complesse quando si ragioni con onestà cercando di essere fedeli ad una coscienza sgombra di pregiudizi.

L’Altro, quanto è più prossimo tanto più si fa problema, mi provoca, a volte mi disturba.

Dinnanzi a tale stimolo posso fuggire, posso negarlo, posso conoscerlo meglio. Spesso, paradossalmente, è la conoscenza che lo rende ancor più problematico.

Questo conoscere mi espone ad un rischio; l’amore, forma estrema di intimità, non è forse un rischio?

L’Altro mi osserva, mi incontra o mi ignora, per lui, sono io l’altro; quante volte lo dimentichiamo.  In tal modo accade che non siamo sufficientemente accorti ed avveduti sul fatto che ciascuno di noi è portatore di una storia, una tradizione che almeno in parte non vuole essere violata, una insieme di simboli ed usi da custodire e tramandare. La si chiami etnia, identità, cultura di appartenenza, religione praticata o semplicemente percepita come propria, non ha importanza.

L’Altro ha il diritto di restare altro, portatore di un’identità precisa.

Lo sradicamento operato dall’ideologia della globalizzazione, vorrebbe negare, in nome del libro mercato e della libera circolazione di merci, capitali ed esseri umani, proprio questo diritto al proprio mondo.  Tutti i progetti che tendono ad assimilare il migrante, rendendolo simile a noi sono violenti. In egual modo il fatto che ingenti masse di popoli diversissimi si vedano compressi nello spazio di una cultura non loro, secondo tempi rapidissimi, inducono chi accoglie a sentirsi in dovere di “rendersi neutrale,” per non offendere i nuovi.  Quante volte abbiamo sentito dire dobbiamo rinunciare ai nostri simboli per rispetto degli altri.  Oppure che le ragazze musulmane non debbono portare il velo. Subiscono in tal modo violenza due identità, quella di chi accoglie e quella di chi è accolto.

I paesi ricchi per far fronte all’Altro, vorrebbero imporre per decreto la fratellanza, quasi fosse un processo che si apprende sui libri o attraverso l’educazione.

Ma non vediamo che è difficile persino il rispetto tra fratelli di sangue? Non si educa all’amore e al rispetto se non amando e rispettando. Ma questi sono processi molecolari, lenti e faticosi e riguardano singoli, coppie, piccoli gruppi; mai, interi popoli. Se solo pensiamo agli africani, avete mai visto quale conflittualità si scatena nei centri di accoglienza fra nazionalità diverse?

Concretamente l’Altro può essere rispettato, e il rispetto spesso nasce o dall’indifferenza o dalla paura.  Ma comunque un “rispetto che si rispetti” crea sempre distanza. È triste ma credo le cose stiano così. Possiamo sperare in una cultura del rispetto, praticabile soltanto dove non vi siano in tempi troppi rapidi, numeri troppo elevati di presone da integrare. La prima accoglienza non fa testo, davanti ad un dolore, alla fame, al rischio della vita siamo tutti solidali, non possiamo che tendere la mano. I problemi sorgono dopo, quando realmente incontriamo l’Altro, quando la prima emergenza è finita.

Tutto questo è ignorato dai teorici del mondialismo, che invocano anche per l’Italia, migrazioni bibliche quale salutare apporto di forza lavoro. È tutto così ovvio, solo la casta dominante dei pennivendoli e degli intellettuali sul libro paga di qualche multinazionale lo nega.

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