Il mistero del Natale e il senso della vita umana in Dino Buzzati

Come regalo di Natale quest’anno desidero offrire la trascrizione di parte dell’ultima lezione tenuta dalla professoressa Francesca Procaccini sulla figura di Dino Buzzati. Questa appassionata insegnante di lettere, nella sua trasmissione mensile a RADIO MARIA, ci fa penetrare gli “abissi del cuore umano” alla ricerca della verità e del senso del vivere attraverso la vita e le opere letterarie di grandi scrittori e giornalisti, come fu, appunto Buzzati.

Sento che molti sono preoccupati per varie cose come l’ingiustizia, le guerre, il crescere o calare dello spread e delle borse, la sovrappopolazione del mondo, lo schiacciante potere dei media e di un immorale uso del denaro e della finanza, eccetera. Il guaio è che queste, pur giuste preoccupazioni e l’assordante frastuono dei media finiscono col soffocare in noi l’essenziale ricerca di una risposta agli eterni problemi personali di ogni uomo -: “Da dove vengo, perché vivo e dove vado? -, senza la quale nulla ha senso. Mdt).

Carissimi ascoltatori e ascoltatrici, buona giornata a tutti!

Completeremo il ciclo di conversazioni dedicate a Dino Buzzati proprio in dicembre, l’ultimo mese dell’anno. Potremmo quindi parlare del 2018 come del nostro anno “buzzattiano”, perché in effetti è stato il tema di tutto l’anno. Mi ha colpito quello che questo personaggio così tormentato, come ben sapete, così bisognoso di credere in quel Dio che cercava instancabilmente senza, per altro, riuscire a trovarlo, almeno questo è quanto si evince dalle sue opere. Ossessionato dal pensiero della morte, intesa come caduta nell’orrido abisso del nulla eterno, mi auguro che sia stato per noi utile e stimolante.

Voglio sperare che egli ci abbia indotto a riflettere sulla nostra condizione umana, e su come sia difficile sentirci appagati dalle sole soddisfazioni mondane, anche quando queste soddisfazioni ci sono. E non sempre ci sono se manca la convinzione solida e forte di essere figli di un Padre che ci ha creati per amore e che ci attende per svelarci il Suo volto fatto di luce e di misericordia.

Bisogna dire, a onor del vero, che nonostante tale convinzione- e noi che ci professiamo credenti, dovremmo averla -, il passaggio dalla vita terrena ad un’altra di cui non sappiamo nulla, assolutamente nulla, ci inquieta e ci porta a impigliarci nella rete dei quesiti senza risposta.

Sicuramente i due momenti più traumatici della nostra vita terrena sono LA NASCITA E LA MORTE. Entrambi comportano il passaggio radicale da una condizione di vita ad un’altra totalmente ignota. La differenza però è grande. Tra la nascita e la morte c’è un abisso, nel senso che quando veniamo al mondo ci manca la consapevolezza dell’evento, mentre il pensiero della morte ci accompagna dal momento in cui acquistiamo l’uso della ragione fino alla fina, facendosi più pressante con il passar degli anni. E questo lo sanno bene tutte le persone non più giovani.

Tempo fa ho avuto modo di leggere il testo di uno scrittore ungherese di cui purtroppo non ricordo il nome. Si tratta di un dialogo surreale e metaforico che forse sarebbe piaciuto a Buzzati, e spero che piaccia anche a voi. Io lo trovo molto, molto bello. Vi leggo il testo. «Nel ventre di una madre ci sono due bambini. Uno chiede all’altro: “Ci credi a una vita dopo il parto?” L’altro risponde: “È chiaro! Dev’esserci qualcosa al di fuori”. Forse noi siamo qui per prepararci a quello che avverrà più tardi”. “Sciocchezze! Non c’è vita dopo il parto. Che vita potrebbe aspettarci? – replica il primo -. “Beh, io non lo so, ma ci sarà più luce. Forse noi potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse potremo fare tante altre cose che noi neppure immaginiamo”. “Ridicolo! – ribatte il primo -, il cordone ombelicale ci fornisce nutrizione e tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Se c’è davvero vita dopo il parto, allora, perché nessuno è mai tornato? Nel post parto non c’è nient’altro che oscurità, silenzio e oblio”. Il secondo bambino insiste: “Non so, ma sicuramente troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi”. “La mamma? Ma tu credi veramente alla mamma? Se la mamma c’è, dov’è ora?”. Lei è intorno a noi! Siamo circondati da lei! Noi siamo in lei! È per lei che viviamo! Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere”, concluse il primo. “Beh, io non posso vederla, quindi è logico che non esista”. Anche il secondo concluse: “Eppure, a volte, quando sta in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, puoi avvertire la sua presenza, sentire la sua voce lassù e persino il battito del suo cuore”».

Ecco, qui finisce questo breve testo. Che ne pensate? In realtà noi viviamo una sorta di gestazione consapevole. Il nostro habitat non è più il ventre di nostra madre, ma il mondo, su cui riponiamo speranze, e che spesso risultano illusorie. Però, nonostante le difficoltà e le sofferenze, vorremmo rimanerci per sempre. Sappiamo purtroppo che non sarà così. Sappiamo che prima o dopo arriverà la cartolina di precetto: l’avviso di partenza (espressioni molto usate da Buzzati), per indicare, appunto, la chiamata della morte.

Ognuno di noi può ritrovarsi nel nichilismo del primo bambino o nella sensibilità del secondo, capace di percepire la presenza di un amore non visibile ma rassicurante e protettivo. A quale tipologia apparteniamo? A mio avviso non è facile rispondere a questa domanda. Lo spiego meglio. Se studiamo i cosiddetti atei – che a mio avviso poi atei non sono totalmente -, rimangono i credenti. Ma, credenti come? Quanto credenti? Fino a che punto? La gamma è vastissima. Si può partire – per esempio – dalla fede di San Paolo, il quale, durante la sua prigionia a Roma, nella sua lettera ai Filippesi, scrive: «Sono nella piena fiducia che come sempre, anche ora, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia ch’io viva o ch’io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo, e il morire un guadagno».

Gli stessi sentimenti hanno sostenuto chissà quanti santi, martiri e non martiri. Pensiamo a San Francesco che nel Cantico delle creature loda il Signore anche per la “nostra sorella morte corporale”, tanto cara proprio perché ci spalanca le porte del paradiso: Voglio dire che, da una totale assimilazione a Cristo si può scendere sempre più giù fino a diventare dei credenti che si ricordano di essere tali solo a Natale e magari anche a Pasqua, sempre che non siano in vacanza in qualche paese esotico. (O fino a perdere ogni riferimento e ogni speranza. Ndt). Ognuno di noi però, se è onesto con sé stesso e sa confrontarsi col Vangelo, conosce la temperatura segnata dal termometro della propria fede, Si, ognuno dovrebbe saperlo e non dovrebbe essere così miope da leggerlo in modo sbagliato. Per fare un esempio, un 36 non può diventare 38 solo perché fa comodo pensare questo.

Giunti a questo punto analizziamo assieme per l’ultima volta – in questo lungo viaggio in compagnia di Buzzati -, la conclusione della complessa e tormentata condizione esistenziale del nostro autore, che pur continuando a dichiararsi agnostico, ha cercato Dio fino all’ultimo dei suoi giorni. Ecco, questo è il fatto nuovo che ci sgomenta.

La volta scorsa abbiamo commentato Il deserto dei tartari, e abbiamo visto che il protagonista del romanzo, Giovanni Drogo, (alias Buzzati), si intende, muore con il sorriso sulle labbra. Muore da vincente, nonostante tutti pensino il contrario, poiché riesce ad accettare con serenità e fiducia nel perdono del Signore, il vero grande nemico rappresentato, non dai tanto attesi tartari, ma dalla morte. Quindi è una conclusione lieta, come dice Lucia Bellaspiga, tanto da non lasciarci questo senso di delusione, di sconfitta o di scoramento. Comunque la morte rimane l’ossessione del nostro autore, e, ammettiamolo, anche di gran parte di noi che ci diciamo credenti.

Il suo rapporto con la morte fu un rapporto complesso, conflittuale, tormentato, che si colora di molte sfumature diverse. Egli era convinto che la vita senza la morte non avrebbe avuto senso. Quindi la morte è essenziale per la vita. Questo è anche il grande paradosso, che comunque è una realtà. Senza la morte la vita non sarebbe vita. Solo con la morte, infatti, si può squarciare il velo del mistero che ci avvolge, e conoscere quell’oltre, quell’altrove da cui Buzzati ha sempre atteso messaggi e messaggeri. Tante volte ha creduto di incontrarli e altrettante volte li ha trascurati, rammaricandosi poi con un amarissimo troppo tardi. (Queste parole mi fanno pensare a Sant’Agostino, uno dei grandi dottori della Chiesa, quando – dopo aver cercato la verità con ogni esperienza umana e filosofica, anche le più rischiose -, disse: «Tardi ti amai, Bellezza tanto antica e tanto nuova! Ti cercavo fuori di me, nelle tue creature, mentre Tu eri dentro di me». Ndt).

Si, si è lasciato sfuggire delle grandi occasioni. Lungo i decenni Buzzati immagina in diversi modi, nei dipinti e in modo ancora più drammatico nei testi scritti, ciò che forse ci aspetta al di là della famosa porta che la morte dischiude. Egli ha estremo bisogno di un al di là per sopportare l’al di qua, che altrimenti gli appare come un lento e inutile cammino verso il disfacimento del corpo, complici le azioni vandaliche del tempo. Le parole in grassetto sono di Buzzati.

Però Buzzati vede l’al di là in modi diversi. Vediamone qualcuno. A volte esclude il nulla eterno, il vuoto, e pensa ad altro. A volte immagina l’al di là come una grigia palude in cui non accade niente. Il tempo non passa. L’anima galleggia inerte come una larva senza gioire né soffrire, senza obbiettivi né speranze, senza passato né futuro, né luce né buio: penombra omogenea. In una parola senza Dio, così, per l’eternità. Questa prospettiva risulta ancor peggiore della prima. Si, è uno spettacolo agghiacciante. Anche in altri suoi scritti riguardanti il suo modo di guardare all’al di là vengono descritte situazioni altrettanto negative. Tutto è terribile al di fuori di quella che è la nostra vita attuale che tutto sommato è la migliore che noi possiamo immaginarci. Però non sarà per sempre, ovviamente.

Il pessimista Buzzati ama profondamente l’esistenza terrena, pur con tutto il suo fardello di paure e di patimenti, ma anche con le sue emozioni forti, con le sue speranze e con le sue sfide. Sfide per la realizzazione di grandi valori morali e per la ricerca della Verità. Questo è il nostro e il suo scopo. Questo è quello che cercava! Ma questa Verità con la V maiuscola era nascosta da questo mistero in cui lui voleva penetrare e scoprire quale fosse la porta di entrata. Buzzati teme soprattutto che oltre il varco ci sia la non vita. Di qui l’assillante ricerca di segnali, di messaggi che possano svelare il mistero, che possano rassicurarlo, aiutarlo a scoprire l’inconoscibile. Ecco, questa rassegnazione a rimanere nel dubbio, nella non conoscenza di quella che sarà la nostra vita oltre la morte e di quello che è il segreto di Dio.

Nelle puntate precedenti abbiamo parlato dei luoghi privilegiati dello spirito, come la montagna, il deserto, il mare, il cielo stellato, le nuvole. Abbiamo accennato anche ai personaggi strani che sembrano inseguirlo nelle città orientali. Ma abbiamo trascurato la luna. L’abbiamo trascurata volutamente proprio per il suo rilievo, la sua importanza. Meritava un discorso a sé. La luna, un elemento della natura di cui Buzzati sente tutta la magia e la valenza rivelatrice. Nel racconto Plenilunio, racconto estremamente lirico, si coglie uno struggente amore per la madre morta già da diversi anni, e la speranza di essere prossimi al disvelamento, con la complicità, appunto, della luna.

Ne leggo un pezzo abbastanza lungo perché è troppo bello e ve lo voglio regalare. In esso c’è questa speranza fortissima che la madre, o addirittura gli oggetti illuminati, possano svelargli il mistero.

«Ancora una volta stasera il plenilunio ha illuminato il giardino e la nostra casa di campagna. Sono uscito in giardino col gesto di chi mette fuori il naso per vedere che tempo fa, come se non l’avessi saputo. E immediatamente al primo sguardo quella cosa fortissima, astrusa, estremamente personale, è calata qui dentro, nelle viscere. Perché questa bellezza senza rimedio, struggente trasfigurazione del mondo, poesia allo stato puro? Perché? Da dove viene? Dal silenzio? Dall’immobilità sepolcrale delle cose? Dalla particolare luminescenza che assumono gli oggetti, gli edifici, i paesaggi? Dalla sterminata pace? Non basta. Dal senso di Mistero? Forse dal senso di mistero o dalla presenza invisibile, inquieta, rassegnata, senza amarezza ne rampogne, dei nostri morti, di tutti quanti col mio stesso nome vissero in questa casa e l’amarono, e sprofondati nel nulla durante il giorno, ora, al richiamo dell’amica Luna, si infiorano dalle pietre e dalla terra, e si distendono sul prato dove anch’essi giocarono bambini?

Come in tante altre notti del passato mi sarebbe piaciuto restare là a contemplarla per ore e ore. Allo stesso tempo avvertivo uno strano bisogno di fuggire, come vi fosse per me qualcosa di troppo difficile. Un rischio, un oscuro tormento. Però, ad un tratto, tutta la facciata del granaio mi ha precisamente ricordato il volto di mia mamma morta. Le care sembianze rattrappite dagli anni, dalla stanchezza e dal male. Quasi ella volesse comunicare ancora a noi figli in piedi un giorno accanto al suo letto, una cosa di importanza suprema. La cosa da dirci lei stessa l’aveva saputa appena dopo averci lasciati. Era evidentemente la cosa più grande che lei avesse mai immaginato. Anche noi figli avremmo voluto saperla. Dovevamo saperla. Era assolutamente necessario! Solo che era troppo tardi.

Ecco, lo stesso atteggiamento, la stessa espressione, la medesima concentrazione disperata hanno stasera inondato di luna la terra, i prati, la casa, le piante, le montagne laggiù, smarrite in un’opalescenza d’argento e di sogno. E soprattutto il granaio. Anche loro vecchissimi e stanchi; anche loro con un segreto gigantesco che finalmente, dopo un’intera vita io sia arrivato a capire, nel plenilunio che trasforma le povere parvenze del giorno in un paradiso in cui sarebbe bello naufragare per sempre, anche loro cercano di parlarmi. Ma che cosa vogliono dire? Soltanto rammentare i lontani giorni felici? Rivelare di questa terra gli enigmi che non sono mai riuscito a sapere? Spiegarmi la stupidità delle nostre paure? Insegnarmi il rimedio, chissà quanto semplice, per trovare la pace dell’animo? Sono lì, al limite di parlare, ma non ci riescono, e non possono fare di più. E neppure io posso far niente per oltrepassare la frontiera che ci divide».

Sentite che tensione, che sforzo, che desiderio forte, fortissimo! Spero di avervi trasmesso il fascino che emana questa pagina così intensa, così suggestiva, ma anche drammatica. Molti possono aver vissuto le emozioni di un plenilunio. Molti, da credenti, in quella atmosfera quasi irreale, possono aver rivolto al Signore una preghiera di lode e di ringraziamento. Ma questo presuppone la fede! Buzzati, invece, cerca in tanta bellezza, che la madre prima e le cose poi, gli svelino il mistero dell’al di là. Lui vuole vedere, toccare, sentire: vuole certezze, come l’apostolo Tommaso.

A dire il vero, tutti noi siamo talvolta tentati di comportarci come Tommaso, e dimentichiamo le parole che gli rivolge Gesù dopo avergli mostrato e fatto toccare le sue ferite. «Perché mi hai visto, hai creduto! Beati coloro che, pur non avendo visto, crederanno». (Gv. 20, 29). Beato anche chi non si pone troppe domande circa la condizione delle anime dei defunti e pone tutta la propria fiducia nel Vangelo. Eh si, bisognerebbe assumere questo atteggiamento.

Leggiamo in Giovanni al cap. 14: «Non si turbi il vostro cuore: credete in Dio e credete anche in me. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore, sennò vi avrei forse detto che vado a prepararvi un posto? E quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi. E dove io vado, voi conoscete la via». Ed ecco di nuovo Tommaso, sempre bisognoso di maggiori rassicurazioni, che chiede: «Signore, non sappiamo dove vai. Come possiamo conoscerne la via?». E Gesù risponde: «Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno va al Padre se non attraverso di me». Parole molto chiare, che noi cristiani conosciamo. Chi ci attende dopo la morte lo sappiamo… almeno la fede ci dà una risposta chiara. E conosciamo anche la via per arrivarci.

(Ed è proprio questa la BUONA NOTIZIA che ci porta di generazione in generazione il Bambino che ricorderemo il 25 dicembre a 2018 anni dalla sua nascita a Betlemme! Vangelo, infatti, significa BUONA NOTIZIA.

Buon Natale a tutti! A chi crede e a chi ancora – come il primo bambino del racconto -, non trova una risposta a questo affascinante e luminoso, ma anche oscuro Mistero!

Claudio Forti

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