Gesù sfrattato

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di Nico Spuntoni.

Da ormai un decennio a questa parte siamo abituati a commentare episodi di censura contro i simboli cristiani del Natale. Anche quest’anno, ad esempio, il presepe è diventato il bersaglio prediletto di chi sembra voler combattere una battaglia ideologica sulla pelle della storia di una nazione. E’ successo ad Ivrea dove alcuni dirigenti scolastici hanno deciso di non raccogliere l’invito del Comune a far partecipare le scuole ad un concorso di presepi. Più recenti sono invece le discusse dichiarazioni di un sacerdote veneto secondo cui fare il presepio oggi sarebbe “ipocrita”, mentre non farlo sarebbe “il più evangelico dei segni (…) per rispetto del Vangelo, dei suoi valori e dei poveri”

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Le lettere e i diari dei soldati impegnati sul fronte durante la Grande Guerra descrivono scene di cappellani occupati ad allestire presepi di fortuna in nicchie scavate nelle pareti della trincea. La vista della Natività confortava i militi nei rari momenti di pausa e ne facilitava il raccoglimento in preghiera, rimandando la mente alle feste natalizie passate in famiglia. A leggere le polemiche che puntualmente compaiono in questo periodo dell’anno, il secolo trascorso dalle scene descritte in quelle memorie di guerra si sente tutto.

Il presepe nel mirino

Da ormai un decennio a questa parte siamo, infatti, abituati a commentare episodi di censura contro i simboli cristiani del Natale. Anche quest’anno, ad esempio, il presepe è diventato il bersaglio prediletto di chi sembra voler combattere una battaglia ideologica sulla pelle della storia di una nazione. E’ successo ad Ivrea dove alcuni dirigenti scolastici hanno deciso di non raccogliere l’invito del Comune a far partecipare le scuole ad un concorso di presepi. Più recenti sono invece le discusse dichiarazioni di un sacerdote veneto secondo cui fare il presepio oggi sarebbe “ipocrita”, mentre non farlo sarebbe “il più evangelico dei segni (…) per rispetto del Vangelo, dei suoi valori e dei poveri”. Non può che destare qualche perplessità l’appello a non fare il presepe per rispetto dei più bisognosi: come si può dimenticare, d’altronde, che il primo a dare vita ad una rappresentazione della Natività fu proprio San Francesco. Un’idea che il Poverello d’Assisi ebbe, mosso dall’intenzione di vedere con “gli occhi del corpo” l’umile mangiatoia in cui nacque il Figlio di DioGreccio gli ricordò a tal punto la Betlemme probabilmente visitata durante il suo viaggio in Terra Santa che scelse una delle sue grotte per rievocare la notte di Natale e, fatti portare sul luogo un bue, un asinello ed il fieno, vi fece celebrare la santa messa alla presenza di fedeli accorsi anche dai paesini limitrofi. All’episodio avvenuto nelle valli reatine nel 1223 si attribuisce generalmente l’ispirazione dell’usanza del presepio. A suggerire quella che sarebbe diventata una delle tradizioni nazionali più longeve e caratteristiche, manifestazione della devozione popolare di generazioni di italiani, fu proprio colui che è riconosciuto come il Patrono dello Stivale. La volontà di eliminare i presepi, dunque, non causa soltanto un dolore ai credenti ma comporta anche un danno inestimabile al patrimonio culturale del nostro Paese.

Omettere Gesù

Anche il nome di Gesù è vittima del tentativo ciclico di fare del Natale un terreno su cui sbizzarrirsi in provocazioni o premure “politically correct” non richieste. Succede ormai frequentemente in occasione delle recite delle elementari quando si censurano i canti del tradizionale repertorio natalizio. Quest’anno è successo in una scuola di Riviera del Brenta, dove alcune maestre hanno provato a far rimuovere la menzione del Divin Bambino prevista nel brano “Natale in allegria”. Ma una bambina ha dato una lezione di buon senso a tutti, ribellandosi a questa decisione con una petizione firmata dai suoi compagni di classe, compresi quelli non cattolici. In passato, però, non sempre c’è stato un lieto fine a vicende analoghe e il nome Gesù era stato eliminato dalle recite natalizie: lo scorso anno, in un piccolo comune della provincia di Pordenone era stato sostituito paradossalmente con “Perù” per mantenere la rima, due anni fa a Pontevico si era utilizzata, invece, “festa” al posto di Natale.

La posizione degli altri fedeli

A Terni una dirigente scolastica è andata anche oltre cancellando la consueta recita natalizia. A sostegno della sua decisione, la preside umbra ha fatto appello al “rispetto totale per tutte le sensibilità, anche religiose” e alla volontà di non “superare certi limiti, seguendo le regole base imposte dal principio di laicità  della scuola“. Come periodicamente avviene in questi casi, però, a confermare quanto queste decisioni prese in nome del rispetto degli altri fedeli siano premure non richieste dai diretti interessati, l’imam del Centro culturale islamico di via Vollusiano, Mimoun El Hachmi si è schierato apertamente a favore dello svolgimento dello spettacolo: “Questi simboli fanno parte della tradizione e se per anni sono stati fatti è bene continuare (…) non siamo noi a voler cambiare la cultura di questo Paese anzi vogliamo rispettarla. Dunque non vogliamo togliere alcun crocifisso, né altri simboli cristiani”. E l’imam ha dato persino la disponibilità della comunità musulmana locale a a partecipare alle iniziative natalizie cancellate. Questa presa di posizione fa tornare alla mente quanto sosteneva l’allora cardinale Ratzinger quando affermava che ad offendere davvero gli appartenenti ad altre religioni è “il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio“.

La dissacrazione dei simboli

Ancora più tristezza della mannaia censoria sui canti tradizionali provocano le notizie relative ai simboli della festa cristiana utilizzati provocatoriamente a scopi ideologici. Queste strumentalizzazioni, compiute in spregio alla sensibilità religiosa di milioni di persone, non di rado sfociano nella blasfemia. Lo si è visto negli anni scorsi quando sono state messe in scena delle scimmiottature del presepe a sostegno della causa a favore dell’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio o per protestare contro politiche migratorie giudicate troppo restrittive. Nel 2006, addirittura, furono due parlamentari della Repubblica ad inserire due coppie di bambolotti con cartelli a supporto dei Pacs nel presepe di Montecitorio. Anche in tempi più recenti non sono mancate le manifestazioni di vilipendio della rappresentazione della Natività ridotta a cornice folcloristica per le battaglie di chi cerca la visibilità a tutti i costi. La volontà è quella di desacralizzare i simboli per attaccare il senso religioso di una festività che continua ad essere avvertito, nonostante gli orpelli del consumismo che lo celano, anche da una società in via di secolarizzazione come la nostra. E così nel 2011 e nel 2015 abbiamo dovuto leggere sui giornali delle polemiche suscitate a Bergamo e a Piacenza dall’allestimento di un presepe senza la statuina di Maria ma con due di San Giuseppe. Sembra quasi che il carattere cristiano del Natale sia evidenziato da taluni soltanto allo scopo di dissacrarlo o al puro gusto di risultare provocatori a tutti i costi. Difficile non collocare in questa categoria anche la scelta del Comune di Roma nel 2013 – all’epoca guidato da Ignazio Marino – di installare su via del Corso delle luminarie arcobaleno presentate come “gayfriendly”.

Il mistero del Natale

Per chi crede, il Natale è l’occasione – come scriveva Chiara Lubich – di inabissarsi “nel dolcissimo mistero di Dio fatto bambino“. I suoi simboli li aiutano a riflettere sull’incarnazione del Verbo e la Sua nascita da una Vergine come gesto d’amore gratuito di Dio nei confronti dell’uomo. Prendersene gioco o banalizzarli significa calpestare il senso più autentico di questa festa che, nonostante tutto, continua ad essere profondamente consolidata nella coscienza civica della popolazione italiana ed europea, a testimonianza di quanto sia antistorico e obiettivamente falso negare le radici cristiane di questo continente.

Fonte: Interris

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