Tutela della vita, il Livatino va nella tana del leone

Aula Magna Cassazione

Il Centro Studi Rosario Livatino ha organizzato il convegno “La tutela della vita nell’ordinamento giuridico italiano”. Coraggiosa la location: non è il solito convegno “pro life”, perché si tiene nell’aula Magna della Corte suprema di Cassazione, luogo che recentemente è stato decisivo in senso negativo nell’orientare non solo la giurisprudenza, ma anche la coscienza collettiva ad abbracciare principi contrari alla vita e alla famiglia. 

Il Centro Studi Rosario Livatino ha organizzato un convegno, aperto a tutti, dal titolo “La tutela della vita nell’ordinamento giuridico italiano. Sfide, problemi e prospettive posti dai ‘nuovi diritti’”, convegno che si terrà domani alle ore 15 nell’Aula magna della Corte suprema di Cassazione (ingresso da piazza Cavour) (qui i dettagli: http://www.associazionemagistrati.it/allegati/invito-16-novembre-roma.pdf).

Qualcuno, sbadigliando e poi sbuffando, potrebbe sentenziare: “Il solito convegno pro-life”. Questo qualcuno però si ingannerebbe assai nell’usare l’aggettivo “solito” in relazione al convegno di domani. Infatti le peculiarità degne di nota di questo congresso sono più di una.

Innanzitutto è da evidenziare il luogo dove si terranno i lavori: presso la Suprema Corte di Cassazione. Tale Corte negli anni è stata decisiva in senso negativo nell’orientare non solo la giurisprudenza, ma anche la coscienza collettiva ad abbracciare principi contrari alla vita e alla famiglia. Rimanendo aderenti al tema oggetto del convegno, vogliamo qui ricordare che è stata proprio la Cassazione ad ordinare nel 2007 la morte di Eluana Englaro ed è sempre stata lei che recentemente ha ribadito che i genitori hanno diritto al risarcimento per “nascita indesiderata” laddove il medico, durante la gestazione, non abbia informato la donna di possibili malformazioni o patologie del feto. E dunque espugnare almeno per un solo giorno tale fortino del positivismo giuridico a favore di tematiche pro-life è assolutamente meritorio, nonché inedito.

C’è poi da sottolineare che il convegno non si svolgerà in qualche dimenticato ufficietto della Cassazione, bensì nell’Aula Magna, luogo simbolo della giustizia italiana. E’ infatti lì che si celebra l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Quindi si parlerà a favore della vita, sia nascente che morente, nel cuore pulsante della giustizia italiana.

In terzo luogo il convegno, come si dice, cade a fagiolo, cioè a poche settimane di distanza dalla decisione della Corte Costituzionale di chiedere al Parlamento di rimetter mano al reato di aiuto al suicidio. Dai lavori di domani potrebbero uscire anche preziose indicazioni operative per tentare di arginare queste derive eutanasiche.

Infine è assai significativo che ad aprire i lavori interverranno due personalità di spicco: il dott. Giovanni Mammone,  Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, una delle massime autorità giudiziarie esistenti, e il dott. Francesco Minisci, Presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati. La disponibilità da parte di queste due personalità di porgere i saluti iniziali è molto importante, perché esprime non solo la volontà di mettere le proprie facce e quelle delle istituzioni che rappresentano a difesa di tematiche così sensibili, ma anche la possibilità di accreditare le tesi a favore della tutela della vita umana ad un livello istituzionale di altissimo rango.

A tal proposito c’è da appuntare che uno dei limiti del seppur meritorio impegno dei pro-life in Italia – limite il più delle volte non ricercato direttamente, si badi bene – è quello di confessionalizzare la tutela della vita, nonché quello di provincializzare le tematiche di bioetica. Ciò a dirsi che da una parte pare che il rigetto di aborto e eutanasia possa predicarsi solo da chi è credente, dall’altra le iniziative promosse per sensibilizzare le coscienze non hanno quasi mai ampio respiro e coinvolgono spesso sempre i soliti soggetti, in una dinamica circolare e autoreferenziale asfissiante, nonché poco incidente nella cultura e quindi nella prassi sociale. Questa tendenza al cabotaggio bioetico per la massima parte è sicuramente imposta dai poteri forti che spingono nell’angolo le realtà pro-life. Dall’altra però, a volte, risulta essere l’effetto di scelte sbagliate dei cattolici che o dialogano con il mondo assumendone le derive più deteriori oppure si chiudono a riccio nei suoi confronti, sbattendo sdegnosamente il cancello del proprio hortus conclusus per non fare entrare gli impuri.

L’incapacità quindi di relazionarsi con chi ha in mano le leve del potere riuscendo a conquistarlo per la causa, è uno degli elementi che portano alla insignificanza attuale della cultura cattolica, all’afasia del credente. E’ in breve imprescindibile far parte dei processi e diventarne attori, oppure, strada attualmente più percorribile, chiedere che l’attore principale non perfettamente allineato ai principi del diritto naturale reciti però un canovaccio consono al portato culturale della morale naturale. L’attacco culturale del nemico, seppur non di rado doveroso, e mai il tentativo di convertirlo portano spesso all’isolamento culturale, a far sì che si parli  solo e soltanto a chi è già convinto. Quindi un plauso sincero al Centro Studi Livatino per essere riuscito  a saltare la staccionata del confortevole hortus conclusus  e ad invitare ad entrarvi chi stava fuori.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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