Ragazzo di campagna e di città.

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Questo mio scritto è una finzione letteraria sin dal titolo. Oggi la città ha soppiantato ogni campagna, ha preso possesso di ogni angolo del nostro occidente. Città e campagna sono luoghi dello spirito, forse incompatibili. Dove cresce l’uno, muore l’altro.

Nel mondo contadino sapevi che un frutto o un pomodoro hanno bisogno di cura, sapevi che era necessario scrutare il cielo e prevedere quali sorprese tenesse in serbo.

Una grandinata o troppa calura ti portavano via il pranzo per i giorni a venire. Guardavi la terra, la sentivi sotto i piedi, era una realtà su cui camminare. L’attesa che un albero crescesse e desse frutto, l’attesa il grano fosse pronto per la mietitura. L’attesa piovesse. Lo spirito umano era plasmato da queste attese, dal fatto che non tutto fosse a portata di mano e che il desiderio da soddisfare imparasse ad essere differito. Sapevi quanta cura fosse necessaria per custodire la crescita di una pianta ed avevi rispetto per quella cura e per tutto il lavoro che vi era dietro. Nel mondo contadino conoscevi la scarsità e quanto perciò ogni bene non andasse sprecato.

In quel mondo intuivi quanto fosse costato a tuo padre coltivare il campo e quanto una buona vendemmia fosse il frutto di speranze, maestria, cura, paura, fortuna.

Chi viveva in città lo sapeva che il pane quotidiano veniva dalla campagna ed anche nelle case dei signori si respirava il rispetto per quel mondo operoso e pratico dal quale dipendeva la vita di tutti.

Il popolo nutriva l’orgogliosa consapevolezza di possedere il segreto del seme e del frutto, di custodire la forza del lievito e della farina, di saper lavorare con le mani trasformando un pezzo di legno in una sedia o un letto.

Aveva ragione Pasolini quando raccontava i borgatari romani che portavano il pane nelle case dei signori. Quei ragazzi, a modo loro, si sentivano unici e non ambivano al mondo dei signori. Erano poveri, ma avevano il necessario per vivere vantando l’orgoglio di essere figli di padri con le mani sporche per il lavoro.

 

Oggi, il ragazzo di città, crede di correre, ma è fermo e non ha una terra dove mettere solidamente i piedi.

Ha tutto a disposizione, fuorché ciò che è essenziale: un luogo dello spirito in cui trovar rifugio.

I dolci si sprecano e colmano i banchi del supermercato, gli acquisti on line rendono immateriale il denaro. La fame di cose cresce con il loro consumo. i beni, gli oggetti, il cibo, gli abiti, garantiti dai genitori appaiono non come il frutto di una fatica, ma come beni dovuti. Vengono da altrove, sono infiniti, sempre nuovi.

Questo, per uno strano scherzo della storia, ha reso i figli sempre più ciechi. Ora i genitori appaiono ai loro occhi come gli ovvi elargitori di diritti materiali d’ogni sorta. Beni di consumo, attività sportive, sedute dallo psicologo, certificazioni di presunte carenze cognitive, viaggi all’estero, attività integrative varie. Tutto appare dovuto.

I figli sembrano dire: “Mi hai voluto? La legge ti impone di garantirmi salute, benessere economico e psicologico, opportunità: se non lo fai posso denunciarti per il non assolvimento dei doveri genitoriali”.

La scuola “tutela i nostri figli, garantendo un ambiente alieno da rischi di ogni tipo” di fatto stroncando ogni forma di originalità e spontaneità. Guai a portare una torta fatta in casa, meglio un sano prodotto commerciale intriso di conservanti, tanto, poi ci sono i corsi sulla buona alimentazione.

Ma questa è solo un’ipotesi; il vero danno viene dalla perdita del contatto con la realtà. Oggi i prodotti materiali e la presenza ubiqua degli esperti illudono i singoli che il mondo non conosca il conflitto e che la scarsità sia solo un gioco, un ricatto dei grandi per far studiare i ragazzi. Ma loro non ci credono, loro, non l’hanno mai vista la miseria. I beni sono infiniti, stanno lì; al limite basta una carta di debito per tirare avanti.

Oggi i figli hanno sovente perso la capacità di vedere i loro genitori, tanto sono presi dal diritto garantito di autoaffermarsi, di realizzarsi e poco conta che i due ambiti essenziali dove l’uomo si costruisce, ossia l’amore e il lavoro, conoscano una crisi epocale.

L’amore infatti è stato confuso con il sentimento, dimenticando che il sentimento non è altro che una forma di consumismo romantico. Perciò i rapporti non durano. D’altra parte, dove è finita la consapevolezza della fatica del vivere? Dove si è perso il valore delle cose. I valori li cogli solo dove vi sia scarsità. In tal modo vengono meno le rinunce e le attese che il ragazzo di campagna provava sulla propria pelle; quelle rinunce e quelle attese che davano valore alle cose.

Oggi, sui banchi dei supermercati i panettoni appaiono a metà ottobre con prezzi accessibili a tutti. Finiti i panettoni ecco le colombe, dopo l’ovvio intermezzo dei dolci carnevaleschi. Tutto l’anno è un susseguirsi di banchetti a cui nessuno può sottrarsi. Le settimane degli acquisti imperdibili scandiscono i mesi come tempi liturgici.  I tempi del consumo hanno i loro santi, le loro feste di precetto, i loro peccati veniali che assurgono al ruolo di virtù. I tempi del consumo hanno i loro templi e tutti debbono poter accedere ai loro riti.

Quale genitore vorrebbe sottrarre il proprio figlio ai piaceri che tutti condividono?

La stanza dove si mangia insieme, il luogo delle confidenze, delle parole e dei silenzi è stato invaso da terminali, tablet, smartfone.  I figli mangiano fuori, con pochi spiccioli si ingozzano di patate e pollo fritto. Chi nega ai propri figli tutto questo li pone in un mondo irreale, ne fa dei disadattati. Questo pensano, arresi, i genitori. “Mai un grazie, tutto dovuto”, sentenzia una madre. Per converso, ecco lo stuolo degli esperti chiamati a raccontare i danni della sovra esposizione ad internet, dei pericoli dovuti alle nuove droghe sintetiche e via discorrendo. Poi ci sono gli psicofarmaci, l’ansia e le nuove malattie. Per lo più gli esperti non curano nulla, fanno parte del gioco, vanno in televisione e scrivono libri.

Ma è proprio tutto questo, che ci aliena, che toglie l’anima ai nostri figli; che rende impossibile educare, che porta alla resa i genitori costretti ad una battaglia contro forze immensamente superiori.

E il povero ragazzo di città non ha più neppure una campagna dove rifugiarsi e rinascere.

 

 

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