Padre Bernard Bro: narratore di Dio

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Nato nel 1925, padre Bernard Bro è morto all’abbazia di Solesmes il 23 ottobre scorso. Teologo, dottore in filosofia, apparteneva all’ordine domenicano ed è stato titolare di una cattedra di teologia dogmatica e di storia della spiritualità. Negli anni ’60 fu per parecchi anni direttore della prestigiosa casa editrice Cerf. Scrittore rinomato, è stato autore di circa trenta libri di successo. La predicazione, in quanto domenicano, era la forma privilegiata del suo apostolato. È stato anche predicatore delle celebri Conferenze di quaresima a Notre-Dame di Parigi. Proprio in seguito ai quaresimali a Notre-Dame padre Bro è diventato famoso a livello mondiale. La sua predicazione era ricercata in tutto il mondo e molti sono gli episcopati che gli affidavano conferenze e esercizi spirituali da guidare.

Per anni questo celebre predicatore ha raccontato delle parabole su KTO, la televisione cattolica francese, convinto che queste siano uno dei modi migliori per annunciare il Vangelo nel nostro tempo. Afferma: “Una sola ricetta, quella di Cristo: la parabola, l’immagine. Se non c’è ritorno alla parabola non c’è sermone cristiano. Un’idea può essere ardua da afferrare, non un’immagine. Ma è più difficile trovare una buona storia che fare un corso di teologia”. La più grande nemica del predicatore è la dispersione, un discorso astratto rischia di scoraggiare chi sta ascoltando. Il Padre utilizza il tesoro immenso della letteratura, del cinema, della storia, della Chiesa con i suoi santi.

Ci sono due motivi che hanno convinto il domenicano francese dell’importanza delle immagini e degli esempi nella predicazione.

Il primo risale alla sua infanzia e ha per protagonista il nonno di Bernard, che quando non andava a messa prometteva al nipote una mancia del valore di cinque euro di oggi, se il nipote prima di pranzo era in grado di raccontargli il sermone ascoltato in chiesa. “Mi sono accorto – commenterà Bro – che ero incapace di farlo salvo quando c’era un aneddoto, una storia, una parabola. È la stessa cosa oggi. Quante volte alla sera sono incapace di ricordarmi cosa si è detto al sermone del mattino. In compenso ricordo a dieci anni di distanza, quell’immagine o quell’altra immagine, evocazione concreta o aneddoto trasformato in parabola che era stato utilizzato in un sermone”.

Il secondo motivo si riferisce ad un episodio accaduto nel 1951, poco dopo la sua ordinazione sacerdotale. Padre Bro, dopo una ricaduta nella tubercolosi, viene mandato in un convalescenziario delle Alpi per un anno. Qui c’erano un’ottantina di ragazze dai 13 ai 18 anni. Tutte le sere queste adolescenti recitavano il rosario e ascoltavano una predica di tre minuti. Tutto ciò le annoiava. Cosa fare per non annoiarle maggiormente? “Non ho trovato che una soluzione: raccontare delle storie. Tutto questo ha funzionato a meraviglia. Da allora non posso più predicare senza parabole”.

Le parabole di padre Bro

Padre Bro attaccava sempre la sua omelia con un aneddoto o un racconto, mai comunque con una sfuriata, sempre con una carezza. Citava la parabola del figlio prodigo dove il padre aveva tutte le buone ragioni per fare una lavata di capo al figlio, ma risolve la questione con dolcezza ed affetto come in tutte le parabole del Vangelo.

I suoi racconti avevano le caratteristiche delle parabole di Gesù. Erano concreti, brevi e capiti da tutti. Predicava nello stesso modo a vescovi, preti, religiosi, teologi e semplici fedeli. Durante le conferenze di quaresima, negli anni ’70, a Notre-Dame, il domenicano sviluppò il suo originale metodo oratorio. Non si trattava solamente di far passare una dottrina ma di rendere viva la persona di Gesù. Oltre ai fedeli presenti in chiesa vi era il pubblico che ascoltava per radio in tutta la Francia. Convinto che il pubblico non abbia una soglia d’attenzione che supera i tre minuti, occorreva mantenere desta l’attenzione dei suoi ascoltatori e per far questo non c’era che un sistema: l’uso di una parabola o di un racconto perché il pubblico non sganciasse l’attenzione.

Ma questo modo di predicare non è condiviso da tutti. Anni addietro gli era stata richiesta la sua disponibilità per preparare la voce Predicazione per il Dizionario di spiritualità. Il tema centrale della sua esposizione tendeva a segnalare l’originalità di Gesù che predicava utilizzando prevalentemente delle parabole. “Mi ero permesso di illustrare attraverso delle parabole questo studio dove avevo provato a rispettare il tenore scientifico ed esegetico necessario. Il vicedirettore dell’équipe del dizionario era felice. Ma il direttore mi chiese se potevo togliere le parabole…Non potevo contraddirmi sopprimendo le parabole per parlare delle parabole”.

Padre Bro riconosceva umilmente che, nonostante fosse uno dei predicatori più ricercati, ogni volta che doveva parlare in pubblico era preso dalla paura. E questa non diminuisce con l’età e l’esperienza, e ciò avviene sia se deve parlare a degli amici che a dei preti o delle suore. Che contrasto con molti preti che non hanno la minima paura di dire certe sciocchezze e non si preoccupano dei loro fedeli.

Egli citvaa spesso Aristotele che definisce l’esercizio della parola pubblica un atto coniugale e quindi non va svilita o umiliata e, pertanto, l’arte oratoria rimane uno dei migliori servizi per diffondere il messaggio di Cristo. Una domanda rimaneva sempre al centro delle sue preoccupazioni. “Ciò che si annuncia è quello che Cristo attende da noi?”. Penso sia una domanda fondamentale che ogni persona che parla a nome del Signore dovrebbe farsi prima di iniziare qualsiasi discorso.

Compito di ogni cristiano è quello di annunciare la Buona Novella evangelica che dà senso e sapore alla vita umana e mette in guardia dal pericolo di mancare l’unico appuntamento che davvero conta: la salvezza della nostra anima. Per far questo padre Bro non esitava a proporre il racconto del filosofo danese Kierkegaard che, sessant’anni prima della tragedia del Titanic, descrive lo sforzo compiuto dalle sentinelle del porto per avvisare il capitano della più grande nave del mondo che sta andando diritta contro un iceberg. Il capitano non vuole disturbare i passeggeri intenti a ballare e bere champagne. D’altra parte è sicuro che la neve è inaffondabile.

È proprio quello che è capitato al Titanic. Malgrado tutti i tentativi di avvisare i responsabili del Titanic via radio del pericolo di imminente contatto con un iceberg, questi erano troppo presi dall’euforia di arrivare a New York e hanno continuato a far giocare a carte e ballare i passeggeri. Anzi, l’operatore-radio della più prestigiosa nave del mondo era indispettito dai continui richiami dall’erta che gli arrivavano. E sappiamo tutti come andò a finire.

Padre Bro compara il cristiano a colui che sa qual è il senso dell’avventura umana e non può permettersi di tacere, anche se tutto questo non piacerà alle orecchie di tanti nostri contemporanei sedotti dalle molteplici false sirene del mondo.

Un altro sistema per interessare le persone consiste nell’iniziarle al senso della meraviglia e, anche qui, al nostro domenicano viene in soccorso Aristotele quando affermava che “l’inizio di ogni saggezza è il senso dello stupore”. D’altra parte “che cosa ci resta da fare, se non annunciare le sublimità di Dio balbuziando?” (S. Tommaso d’Aquino).

I pericoli della predicazione

Ci sono poi dei pericoli nella predicazione da cui padre Bro mette in guardia. Tuttavia, lui per primo ammetteva di essere incorso in questi errori che comunque andrebbero evitati.

Il primo pericolo è l’insignificanza.

Il prete può essere bravo, anche simpatico e nonostante questo è “sovente insignificante. Può essere perfetto e allo stesso tempo (e non è contraddittorio) inutile. Manca la preparazione, manca l’immaginazione, manca la coscienza professionale, non lo so? L’avvocato è obbligato a battersi per vincere una causa. Il deputato deve difendersi per mantenere il suo mandato…Si ricama sul Vangelo del giorno, si tengono dei propositi pii o dei consigli di morale, ma è evidente che non si è <lottato fino al sangue> per sapere se era utile a questo uditorio”.

Il secondo pericolo è la colpevolizzazione.

Sosteneva che è più facile mostrare i difetti dei fedeli che saper rendere seducente la presenza o la chiamata di Dio. Sovente ci si vittimizza per poter più facilmente colpevolizzare gli altri. C’è il rischio di far passare un messaggio dove colui che parla dal pulpito è esente da colpe e i colpevoli sono i malcapitati fruitori dell’omelia.

Il terzo pericolo è l’astrazione o linguaggio incomprensibile.

Padre Bro metteva in guardia dal rischio di parlare a se stessi usando parole complicate, troppo specialistiche, eccessivamente tecniche e si rammaricava che anche all’interno della comunità cristiana non ci fosse un Comitato per la semplificazione del linguaggio ecclesiale. Esiste anche un altro tipo di svalutazione del vocabolario che si manifesta con l’inflazione e la banalità verbale che niente hanno a che vedere con la “semplicità della conversazione che potrebbe o dovrebbe essere una caratteristica dell’omelia”. E più avanti affermava: “Il malessere e la gravità sono differenti quando si tratta di testi rivolti a tutti, testi dove la buona volontà, la banalità delle immagini e l’improprietà dei termini rischiano di coprire non soltanto un pensiero che resta vago, ma al limite talvolta falso”. Padre Bro confessava di divertirsi leggendo certi documenti scritti da specialisti della comunicazione che tutto sono fuorché comunicativi.

Il quarto pericolo è un certo gusto del potere.

Scrive Bro: “Essendo legata per la maggior parte del tempo all’amministrazione dei sacramenti, la parola clericale porta naturalmente a essere dalla parte di coloro che sono portati a giudicare, fare la morale, consigliare o imporre questa o quella condotta. Tuttavia non si è mai finito di sapersi peccatori”.

Il quinto pericolo è la lunghezza o la noia.

Per raccontare questo rischio, molto comune nelle nostre omelie domenicali, il nostro domenicano usa un’immagine alquanto significativa. Lo spunto gli è dato da un film di Noël-Noël e Fernandel intitolato Adémaï aviateur. La scena si svolge in un hangar dell’aviazione. Il capitano indica ai due nuovi arrivati l’aereo che devono prendere per la sessione di pilotaggio. I due neofiti salgono sulla carlinga e il decollo avviene senza problemi. Dopo un po’ di tempo scoprono che nessuno ha mai pilotato da solo un aereo e nessuno dei due sa come fare per atterrare. Così passano diverse volte sopra l’aerodromo mentre il colonnello, gli altri aviatori e il personale si raggruppano lungo la pista. Rimasto a corto di benzina l’aereo riesce ad atterrare e i due malcapitati pensano di sorbirsi una lezione magistrale. Invece vengono acclamati e portati in trionfo perché hanno vinto il campionato del mondo di durata di volo.

Commento di padre Bro: “Capita la stessa cosa con certi sermoni che non finiscono mai, la difficoltà non è nel decollare ma nell’atterrare. Lo so tanto di più perché anch’io sono caduto in questa trappola”.

Il domenicano scrive: “È guardando me stesso che ho scoperto i difetti dei predicatori. Niente mi può essere più utile di coloro che hanno il coraggio di affrontare la nostra suscettibilità e che sono inesorabili con i nostri difetti. Sono troppo poco numerosi. Noi siamo suscettibili”.

Accanto a questi pericoli, propri alla predicazione, il Padre denunciava anch’egli quanto si diceva sopra su certi esegeti che, ponendosi in alternativa al Magistero supremo della Chiesa, arrivano fino a mettere in dubbio alcune fondamentali verità del Credo. Questo modo di presentare le verità della fede, fatto “senza discernimento né scrupoli” (B. Bro) disorienta molti fedeli umili che sono portati a pensare che la Chiesa abbia nascosto ai semplici il suo vero messaggio.

Davanti poi a certe esagerazioni anti-storiche fatte da chi nega addirittura l’esistenza di Cristo il domenicano commentava: “Non si ha alcun manoscritto di Virgilio prima del VII secolo e, tuttavia, non si dubita che Virgilio sia esistito e abbia scritto nel primo secolo della nostra era. Perché non avere almeno lo stesso rispetto per i Vangeli?”.

La ricetta per una buona predica

Analizzati i pericoli propri della predicazione, nei quali ammette essere caduto più volte anche lui in quasi sessant’anni di attività, padre Bro confessava: “Ho provato timidamente, nei numerosi ritiri a vescovi o preti, di attirare l’attenzione sulla nostra mancanza di coscienza professionale in fatto di predicazione. Ho provato una volta ad affrontare questi limiti e queste possibilità della catechesi in una serie di articoli in un importante giornale cattolico, mettendo in causa me stesso, ma ogni volta questo non ha dato nessun risultato se non quello di attirare lettera di protesta”.

Sembra incredibile, ma su questo punto buona parte del clero sembra impermeabile a qualsiasi critica costruttiva per tentare di migliorare il proprio linguaggio. Non ci si rende conto che bisogna adottare un linguaggio rispettoso del Mistero che si celebra e che certe parole servono ad allontanare anziché avvicinare i fedeli.

Tuttavia padre Bro ci fornisce la sua ricetta per migliorare la propria esposizione.

Scrivere tutto: qualsiasi cosa si debba dire e a qualsiasi uditorio si debba parlare.

Riascoltarsi: il celebre predicatore sa quanto può essere penoso riascoltarsi ma sa anche come può essere utile “se ciascuno di noi percepisce ciò che impone agli altri”.

Non avere paura di ripetersi: “le parabole evangeliche, i misteri cristiani sono talmente profondi che non si è mai finito di farne l’inventario”. La ricchezza del mistero cristiano è inesauribile e si trovano sempre delle perle da utilizzare da questo tesoro affidato alla Chiesa.

Rispettare la totalità del Credo: “un sermone non è né un discorso elettorale, né un corso, né una conferenza…né solo una lezione di morale, ma l’apertura ferma e gioiosa allo sguardo di Cristo e alla comunione con Lui proponendo tutto il Credo”.

Infine, “non dimenticherei la cosa più facile e la più difficile. Rispettare il linguaggio di Cristo obbligandosi a trovare la parabola capace di riassumere ciò che si vuole dire quel giorno”.

Il consiglio più importante che ha ricevuto padre Bro è stato quello di un prete domenicano che era solito dire: “Piccolo fratello, per un sermone: un’immagine, un’idea, un colpo di pistola e scendi”.

Un modello per tutti: il curato d’Ars

Nessun dubbio per padre Bro che un autentico maestro della predicazione è stato il curato d’Ars. Sentiamo: “(Il curato) non aveva più il tempo di prepararsi. Non dormiva che tre ore per notte essendo obbligato a quindici ore di confessionale, lottava contro la sua disperazione. Le sue parole sono della lava bruciante, geniale, inventiva, piena di trovate poetiche e di perfetta rettitudine teologica”.

Il domenicano confidava che dopo il Vangelo è stato san Giovanni Maria Vianney a impressionarlo per la capacità di esporre le sue geniali intuizioni teologiche con delle parabole che andavano diritte al cuore degli ascoltatori.

C’è da augurarsi che i sacerdoti si mettano alla scuola di san Giovanni Maria Vianney per avere la grazia di saper predicare come lui e avvicinare al mistero di Dio quanti ancora non lo conoscono.

Da: Avete finito di farci la predica?

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