La ragionevolezza dell’Invisibile

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Estratto dalla prima di dieci lezioni di filosofia.

Quando si parla di filosofia, e soprattutto di storia della filosofia, accade talvolta che qualche alunno, dopo che il divino è comparso sotto varie forme (l’archè di qualche filosofo presocratico, i numeri divini di Pitagora, il Motore Immobile di Aristotele, il “daimon” di Socrate, il Dio-Verità e Amore di Agostino, il Sommo Musico di Keplero…) chieda candidamente: “In filosofia si parla tanto di Dio, di anima, di spirito… ma sono tutte realtà che non vediamo… Cosa serve tutto cio?”. E magari aggiunge: “Io non credo in Dio, nè nell’anima, perchè non li ho mai visti. La filosofia non mi interessa, perchè si occupa di cose astratte“.

E’ un concetto che si sente dire spesso. Eppure, nella sua apparente logicità, è, in verità, infondato. Non è solo una questione dei “filosofi”, che debbono pur salvare il loro “mestiere”. E’ una questione di profondità. Quante sono le cose che facciamo molta fatica a vedere, eppure esistono? La storia della scienza è piena di ripensamenti, dovuti alla impossibilità di poter prendere per certo ciò che si vede a prima vista. Non è stato forse assai difficile per millenni “vedere” che la Terra ruota su se stessa e gira intorno al Sole? O che l’Universo, lungi dall’essere immobile ed eterno, nasce e cresce? Che le galassie si allontanano? Che la materia è in verità convertibile in energia e l’energia in materia? Che il cosiddetto “vuoto” pullula di entità particellari (quanti) in movimento? Non è stato forse difficile vedere per secoli un intero mondo fisico che sfugge allo sguardo umano: il mondo delle onde, dell’energia, dei campi e delle particelle? E il campo geomagnetico che flette l’ago di una bussola? Non é forse vero che si vedono gli effetti, ma la sorgente, la causa di questo campo è per noi invisibile?

Ma torniamo a Dio. Anzitutto, se Dio si vedesse, non sarebbe Dio: anzitutto perchè sarebbe qualcosa che è parte del mondo materiale, e che, come tale, non potrebbe essere Creatore del mondo materiale stesso; in secondo luogo perchè sarebbe qualcosa che diviene, deperisce, occupa un tempo ed uno spazio, sottomesso alle leggi della fisica e della chimica. Ma se Dio esiste, ed è veramente Dio, cioè l’Onnipotente, Egli è il Creatore e il Signore della materia e delle leggi della fisica e della chimica: è dunque altro da esse, così come l’uomo è altro dai manufatti che costruisce, e di cui è, analogamente, “creatore” e signore.

Se si potesse entrare in un computer, non avrebbe senso dire: «Guarda, nel computer non vi è nessun uomo, significa che si è fatto da sè”, perchè è evidente che il computer è stato assemblato e reso funzionante da qualcuno di esterno ad esso: analogamente è bizzaro ritenere di poter trovare, dentro l’universo creato da Dio, non le sue tracce, ma Dio stesso, contenuto, racchiuso-rinchiuso nella sua creazione!

L’essenziale è invisibile agli occhi. Proprio sulla base di questi e di altri analoghi ragionamenti un gigante della scienza come Isaac Newton (1642-1727) riteneva che l’universo fosse retto e governato da Dio, «ente eterno, infinito, assolutamente perfetto», «onnipotente e onnisciente», che «dura dall’eternità in eterno e dall’infinito è presente nell’infinito; regge ogni cosa e conosce ogni cosa che è e che può essere. Non è l’eternità o l’infinità, ma è eterno e infinito; non è la durata e lo spazio, ma dura ed è presente. Dura sempre ed è presente ovunque…, è completamente privo di ogni corpo e di ogni figura corporea, e perciò non può essere visto, né essere udito, né essere toccato…»1.

Un evidente motivo per il quale la frase “Non credo in Dio, nell’anima… perchè non li ho mai visti” non si sostiene è dunque perchè “non vedo” significa molto poco. Infatti, come insegnava Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Del resto gli occhi fisici non sono unicamente lo strumento di una capacità di vedere molto più profonda, non tangibile e non misurabile, quella dell’intelligenza e del cuore? Se apriamo un corpo, non troviamo la vita; se osservo un cadavere, vedo che è ben diverso da un uomo vivo, però non vedo nulla che sia venuto a mancare, benchè sia evidente che qualcosa non c’è più.

Se il chirugo apre un cervello, non trova dei pensieri: eppure il nostro pensiero lo sperimentiamo ogni istante. Basta chiudere gli occhi, per sentirlo “lavorare”; basta aprirli, per vedere che il nostro corpo obbedisce ai nostri pensieri, alla nostra, invisibile, volontà. Se l’anatomista disseziona un cuore, non trova emozioni e sentimenti, ma solo un muscolo. Eppure i sentimenti agitano tutto il mio corpo, fanno arrossire la mia faccia, generano sorrisi o lacrime.

Se guardo un’ azione di un’altra persona, vedo dei fatti, ma non scorgo il movente di quell’ azione: ma senza quel movente, non ci sarebbe neppure quell’ azione…Dunque ciò che non si vede è ancora una volta la causa di ciò che si vede. Così se osservo un bel quadro, vedo pigmenti, tracce materiale di colore, ma quel quadro non è solo quel colore, quei pigmenti, è soprattutto la fantasia, la creatività, la bravura intangibile, eppure efficace, del pittore.

Le invisibili leggi della fisica. Ora il mio sguardo si allarga, e osservo i cieli e i pianeti: ma il loro movimento, il loro ordine, è dato dalle invisibili leggi fisiche. Come ci insegnano i matematici, da Pitagora in poi, tutta la natura visibile è regolata dai numeri, invisibili, incorporei, astratti, cioè colti con gli “occhi” della mente, fuori del tempo e dello spazio. I numeri e le leggi (invisibili, universali, permanenti, sempre identiche a se stesse), regolano realtà fisiche visibili, specifiche, transeunti, e le determinano, così che la materia non fa altro che obbedire. Ciò significa che mentre vediamo materia specifica (questo o quell’oggetto, questa o quella galassia, questo o quel fiore), che cresce, invecchia e si dissolve, non vediamo ciò che fa sì che tutto questo accada!

Per questo motivo i grandi matematici sono sempre stati dei metafisici: Cogito ergo sum (“penso dunque sono”), diceva Cartesio (1596-1650); i numeri e le leggi dei pianeti sono “pensieri di Dio”, suggeriva Keplero (1571-1630); “Non c’è nessun dubbio che gli spiriti costituiscano la parte più importante del mondo e che i corpi esistano solo per stare al loro servizio”, scriveva Leonardo Eulero (1707-1783); “L’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite…”, affermava Kurt Gödel (1906-1978), mentre la scoperta della matematica fu per Albert Einstein ( 1879-1955) una vera rivelazione: “Mi parve una rivelazione del Sommo Artefice; non me lo dimenticherò mai” 2.

E che dire in generale della fisica moderna? Commentando la filosofia del grande fisico Werner Heiseberg (1901-1976), premio Nobel per la Fisica nel 1932, uno dei padri della quantistica, che riteneva del tutto sorpassata la “vecchia ontologia materialista” proprio alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, Valentina Cappelletti ricorda che “gli atomi spiegano la costituzione del mondo non in virtù della loro corporeità, bensì di due caratteristiche immateriali, la posizione e il movimento”. Per questo “di Democrito e della sua concezione atomistica la scienza moderna non conserva affatto il materialismo, bensì l’idea di una potenzialità creativa che scaturisce proprio dalla disposizione spaziale astratta di elementi la cui corporeità diviene, per conseguenza, del tutto irrilevante”3.

Le lettere dell’alfabeto. Un po’ come nel caso delle lettere dell’alfabeto: la possibilità di produrre infiniti discorsi e significati attraverso un numero finito di segni grafici materiali, non sta nella fisicità di questi ultimi, ma nella capacità dell’intelligenza umana di combinarli e di concatenarli, liberamente. Possiamo dire lo stesso per una melodia (non è tanto la somma di determinati suoni fisici, ma il modo con cui essi vengono disposti, messi in relazione tra loro, ordinati, dalla libera creatività del musicista); oppure per una cattedrale (essa è composta sì dalle pietre, ma secondo il disegno, il progetto dell’architetto) oppure del Dna.

Riguardo a quest’ ultimo, e all’informazione genetica in generale, il medico padre della moderna citogenetica, Jerome Lejeune (1926-1994), scriveva: “La grande sorpesa, quando trattiamo di esseri umani, è che all’inizio, in questa piccola sfera di un millimetro e mezzo (l’embrione, ndr), tutta l’informazione necessaria per spiegare ognuna delle qualità della persona che nove mesi dopo chiameremo Pietro, Paolo o Margherita è già lì. Con lo sviluppo di questa formula straordinaria scritta nella prima cellula (embrionale, ndr) scopriamo che la materia è obbligata – forzata!- da questa informazione a formare un sistema straordinariamente complesso che ha l’intelligenza nel suo interno. Se tutta l’informazione è già lì dall’inizio, significa che è lo spirito che anima la materia, e la materia aiuta lo spirito a manifestarsi. L’antica disputa tra materialismo e spiritualismo è certamente abbandonata: tra la materia e lo spirito, è lo spirito che è importante!”4Informazione, formula, informatica… sono tutte parole che contengono la parola greca “forma”, che significa “idea”, non materia.

Maxwell: il fisico-poeta. In conclusione, dire che ciò che non si vede con gli occhi sensibili del corpo non esiste, è quantomeno azzardato, e va contro la nostra ragione, realtà invisibile capace di sondare l’invisibile. Inoltre, lungi dall’essere la negazione di un credo, è, a tutti gli effetti, una fede. Il suo primo dogma è appunto questo: credo solo a ciò che vedo, tocco, mangio, ascolto… cioè credo solo alla materia, perchè esiste solo la materia, perchè “tutto ciò che esiste è uscito dal grembo della materia” e “la materia agisce da sè”, come scriveva l’illuminista materialista Paul Henri Thiry d’Holbach (1723-1789).

Ma la materia è cieca e non intelligente; è morta e non viva; non pensa, non ama, non desidera, non cerca… Essa appare incapace di giustificare alcunchè, persino se stessa ed il suo ordine. Per questo i filosofi e gli scienziati che nei secoli hanno ipotizzato l’esistenza di Dio, inteso come Causa Somma, hanno pensato più o meno così: “La vita, la consapevolezza, la mente, l’io possono provenire solo da una Fonte che è viva, consapevole, pensante. Se noi siamo dei centri di coscienza e di pensiero in grado di conoscere, amare, di avere intenzioni e di attuarle, non riesco a capire come tali centri possano giungere in essere da un qualcosa (la materia, ndr) che è esso stesso incapace di compiere tali attività” (Roy A. Varghese, saggista, vivente).

Si può concludere con alcuni versi di James Maxwell (1831-1879), il massimo fisico dell’ Ottocento: “Quando, la mente libera dallo studio, a tarda ora mi sdraio per dormire/Dal cuore dei fatti e dei numeri, in uno spazio sconfinato balzo;/perché il mondo interiore si fa più ampio mano a mano che il mondo esterno scompare/ e l’anima, ritiratasi verso l’interno, si ritrova oltre le sfere”.

1 Isaac Newton, Scholium generale, in Newton. Classici, a cura di Ludovico Geymonat, Utet, Torino 1965, p. 791-796.

2 Francesco Agnoli, Il misticismo dei matematici, Cantagalli, Siena, 2017; A. Pais, Einstein è stato qui, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 194.

3 Valentina Cappelletti, Dall’ordine alle cose. Saggio su Werner Heisenberg, Jaka book, Milano, 2001, p. 156-157.

4 Jerome Lejeune, Il messaggio della vita, Cantagalli, Siena, 2002, p. 36 e 40.

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