Fides et ratio, il progetto di liberazione ignorato

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Dottrina Sociale di Stefano Fontana.

Tra le tante encicliche di Giovanni Paolo II, la Fides et ratio è stata forse la più contestata dagli addetti ai lavori. Essa, infatti, ribadiva una relazione tra ragione e fede che la teologia contemporanea considerava allora, e considera tuttora, superata. Il cuore del problema è la metafisica. Si tratta di stabilire se la ragione umana possa cogliere il fondamento al di là dei fenomeni, se possa conoscere delle verità a carattere assoluto oltre i cambiamenti dell’esistenza, in pratica se abbia la possibilità di sollevarsi al di sopra della storia, cogliendo l’intero e non solo i frammenti

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Tra i tanti anniversari celebrati in questo anno 2018 uno è stato trascurato: il ventennale della pubblicazione dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II. Eppure si tratta di un documento essenziale del magistero sia per la vita della Chiesa in generale sia per la Dottrina sociale. Per fortuna se ne occupa il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” nel fascicolo ora in distribuzione (vedi qui) che contiene studi di Stefano Fontana, don Samuele Cecotti, Aldo Giacchetti, Don Calogero D’Ugo, Silvio Brachetta, oltre al profondo Editoriale dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi.

Tra le tante encicliche di Giovanni Paolo II, la Fides et ratio è stata forse la più contestata dagli addetti ai lavori. Essa, infatti, ribadiva una relazione tra ragione e fede che la teologia contemporanea considerava allora, e considera tuttora, superata. Il cuore del problema è la metafisica. Si tratta di stabilire se la ragione umana possa cogliere il fondamento al di là dei fenomeni, se possa conoscere delle verità a carattere assoluto oltre i cambiamenti dell’esistenza, in pratica se abbia la possibilità di sollevarsi al di sopra della storia, cogliendo l’intero e non solo i frammenti. Il “paradigma metafisico” cui la Chiesa si è sempre attenuta nel campo della teologia fondamentale, ossia della branca della teologia che studia la ragionevolezza della fede, ha ceduto il passo al “paradigma ermeneutico”. Secondo quest’ultimo l’uomo è collocato sempre dentro l’esistenza e la storia e, quindi, non può conoscere ma solo interpretare. Da qui la lotta aperta alla Fides et ratio.

L’enciclica diceva però che se si nega la capacità della ragione umana di cogliere il senso del tutto (l’universo del sapere) rimane irrisolto il problema del senso e l’uomo vive nell’angoscia. Per questo l’enciclica affidava agli intellettuali cattolici un grande compito per il terzo millennio: ricostruire il quadro del sapere per ricollocare l’uomo dentro un universo di significati e toglierlo dal regno del nulla. Si trattava di un vero e proprio progetto di liberazione. Non sembra però che questo invito sia stato ascoltato ed oggi il “paradigma ermeneutico” è fatto proprio non solo dai teologi di grido ma anche dai vertici ecclesiastici. Ricordare questo impegno continua comunque ad essere importante, anzi oggi più di ieri.

La prospettiva della Fides et ratio è fondamentale anche per la Dottrina sociale della Chiesa. Tanti concetti che essa adopera sono frutto della ragione e in particolare del suo sguardo metafisico: bene comune, persona, famiglia, matrimonio, giustizia, sussidiarietà, legge… Questi ed altri concetti fanno riferimento ad un ordine naturale e finalistico che non risulterà mai evidente ad una mentalità empirista che si attenga ai soli fatti quantitativi e ai fenomeni. Se queste realtà vengono analizzate secondo il “paradigma ermeneutico” la loro conoscenza sarà sempre solo una opinione, anche se condivisa da molti, e per di più mutevole nel tempo dato che le interpretazioni cambiano mentre cambia il contesto da cui esse partono. La società non presenterà più un ordine indisponibile che diventa normativo per la nostra condotta pubblica ma tutto sarà frutto di trattativa e di compromesso provvisorio.

A questo punto la Dottrina sociale della Chiesa si ridurrebbe ad un insieme di consigli opinabili e, venendo a mancare l’aggancio essenziale con i risultati della ragione naturale, sarebbero frutto di un positivismo cattolico, ossia sarebbero affermazioni derivanti solo dalla fede e dirette solo a chi ha la fede e non a tutti gli uomini perché espressivi della verità. L’esistenza di una “filosofia naturale dello spirito umano” è essenziale perché la Dottrina sociale della Chiesa non sia pensata solo come espressione di una fede irrazionale e non come una proposta di verità fondata sulla realtà e rivolta a tutti gli uomini. La Dottrina sociale ha dei contenuti che la ragione naturale conferma come ragionevoli e non è solo un generico modo di rapportarsi gli uni verso gli altri guidati da un altrettanto generico concetto di solidarietà.

La mancanza di un riferimento alla ragione metafisica secondo le indicazioni della Fides et ratio spiega come sia possibile che oggi nella Chiesa si accolga, in vario modo, il gender e l’omosessualità, che si sostenga la incapacità di sapere quando si è in peccato (compreso quindi il peccato sociale – vedi qui), che ci si conceda a forme gnostiche di ecologismi o di pacifismi, che non si sappia più fondare la legge sul diritto, che si celebri la democrazia procedurale come un bene assoluto da difendere in ogni caso e così via. Spiega anche come oggi siamo in presenza di due modi di intendere la Dottrina sociale della Chiesa: uno che dà più importanza ai contenuti che ai metodi e l’altro che si concentra sui metodi (accoglienza, accompagnamento, discernimento, solidarietà, dialogo) a scapito dei contenuti.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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