“E non abbandonarci alla tentazione”. Un commento critico

padre-nostro

di Silvio Brachetta.

Non è chiaro perché un Dio che ci “induce”, ci porta dentro, nella tentazione dovrebbe essere peggiore di un Dio che ci “abbandona” ad essa. È un mistero della moderna esegesi, ma anche della presunzione umana. Nelle Sacre Scritture ci sono cose facili da capire, cose difficili e cose che non si possono capire: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. Il senso letterale regge e guida gli altri sensi delle Scritture: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. L’esegesi dei testi non può tradire l’esegesi dei padri e dei dottori della Chiesa: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato

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“Roma locuta, causa finita”. Come era facile pronosticare, i vescovi italiani hanno esaudito il desiderio espresso da papa Francesco di sostituire nella messa l’invocazione del Padre nostro “e non ci indurre in tentazione” con “e non abbandonarci alla tentazione”.

La “vecchia” versione non è stata neppure messa ai voti, con l’impossibilità quindi di poterla difendere. Perché a detta di Francesco (nella foto, intervistato da TV 2000) è solo il diavolo che tenta e non è ammissibile che anche Dio ci “induca” – cioè letteralmente ci “porti dentro”, come nel latino “inducas” e nell’originale greco del Vangelo “eisenènkes”  – nella tentazione.

La versione inglese del “Padre nostro” in uso negli Stati Uniti è rimasta fedele al testo evangelico originale: “And lead us not into temptation”. Mentre concordano con i desideri di papa Francesco sia la nuova traduzione in uso in Francia e in altri paesi francofoni: “Et ne nous laisse pas entrer en tentation”, sia quella in uso in vari paesi di lingua spagnola, Argentina compresa: “Y no nos dejes caer en la tentación”.

Ma a rigor di logica, se Dio non ci può “indurre” nella tentazione, non si vede nemmeno perché invece gli sia consentito di “abbandonarci” ad essa. Per due millenni la Chiesa non si è mai sognata di cambiare quella difficile parola del Vangelo, ma piuttosto di interpretarla e spiegarla, nel suo significato autentico.

È da qui che prende spunto la riflessione che segue.

Silvio Brachetta, l’autore, è diplomato all’Istituto di Scienze Religiose di Trieste e si è dedicato in particolare allo studio della teologia di san Bonaventura da Bagnoregio. Scrive sul settimanale diocesano “Vita Nuova”.

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Breve riflessione sul “nuovo” Padre nostro

di Silvio Brachetta

Non è chiaro perché un Dio che ci “induce”, ci porta dentro, nella tentazione dovrebbe essere peggiore di un Dio che ci “abbandona” ad essa. È un mistero della moderna esegesi, ma anche della presunzione umana, stando almeno al padre del deserto sant’Antonio:

“Un giorno alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la sua capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: ‘Non hai ancora trovato’. Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: ‘E tu che dici di questa parola?’. Risponde: ‘Non so’. Il padre Antonio allora dice: Il padre Giuseppe sì che ha trovato la strada, perché ha detto: ‘Non so’” (Apophthegmata Patrum, 80d; PJ XV, 4).

Nelle Sacre Scritture ci sono cose facili da capire, cose difficili e cose che non si possono capire: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. Il senso letterale regge e guida gli altri sensi delle Scritture: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. L’esegesi dei testi non può tradire l’esegesi dei padri e dei dottori della Chiesa: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato.

Quanto a ciò che Dio opera, dovrebbe essere chiaro come il Dio che nel “Padre nostro” induce alla tentazione sia il medesimo Dio che fa dire a Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Non vi è dubbio – e nel magistero della Chiesa non vi è mai stato il dubbio – che l’”eisenènkes” greco del “Padre nostro” esprima un moto a luogo e che il “sabactàni” aramaico di Mc 15, 34 significa abbandono.

È anche vero che l’interpretazione di questi passi evangelici da parte di san Tommaso o di sant’Agostino lasci il lettore insoddisfatto, poiché i dottori sanno bene che “fides et ratio” sono concordi, ma per nulla coincidenti. San Tommaso e sant’Agostino scrutano il mistero, però lo fanno nell’umiltà: alle volte riescono a soddisfare pienamente e sapientemente un qualche quesito ma, altre volte, possono anche rispondere o soddisfare parzialmente chi cerca una spiegazione.

L’operazione teologica contemporanea è spesso indecente, perché vuole forzare quelle porte inviolabili del mistero, che Ildegarda di Bingen sconsiglia fortemente di violare (cf. “Il libro delle opere divine”). Da dove tanta superbia? Come mai il teologo moderno è divenuto incapace di dire “non so” davanti a questioni sulle quali Dio ha decretato rimanesse il mistero? Persino i pagani erano di frequente più umili di molti dei nostri contemporanei. “Io sono tutto ciò che fu, che è e che sarà; e nessun mortale o dio solleverà mai il mio peplo”, dice la Sibilla di Plutarco (“Sul Fato”).

È antica come il mondo l’arte di forzare o falsificare il testo, quando la parola è incomprensibile o non corrisponde alle aspettative del nostro capriccio. Ma è pure antica come il mondo l’arte dell’umiltà, l’arte dello scriba fedele, che tramanda la voce di Dio ricopiando le Scritture e cercando di essere preciso, sillaba dopo sillaba, su quanto ricevuto dai padri.

La verità è stata più volte confessata dai santi: il Dio che ci “porta dentro” nella tentazione è buono, tanto quanto il Dio che ci “abbandona” ad essa. Ed è buono perché ascolta la preghiera del penitente, che chiede con insistenza: “non ci indurre, non ci abbandonare”. Dio, quindi, non induce e non abbandona quei figli che si convertono e lo pregano, ma abbandona l’empio, che lo bestemmia.

Il mistero permane e la realtà della “perdizione” – l’“abaddon” ebraico dell’Apocalisse (9, 11) – non può essere cancellata dalla penna di un falsario. Esiste dunque l’”angelo dell’abisso” (ibidem), poiché Dio permette che esista, così come esiste l’inferno e la possibilità di dannarsi. Dietro la negazione del “ne nos inducas” evangelico c’è il rifiuto presuntuoso di uno scandalo: lo scandalo della perdizione eterna dell’empio e il fatto stesso che il Cristo possa essere “pietra d’inciampo”. Egli stesso “scandalo”, appunto.

Fonte: magister.blogautore

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