La fertilità umana: dono da conoscere e custodire.

Riflessioni sulla “sacralità” della fisiologia femminile

Pubblichiamo il testo integrale della lectio magistralis tenuta dall’ostetrica aretina Flora Gualdani (fondatrice dell’opera Casa Betlemme) il 13 ottobre 2018 a Milano, in apertura della prima edizione del corso “Reti generative a sostegno della bellezza dell’umano”. Un percorso formativo per professionisti del campo della psicologia e del sociale, passando per la biologia, la filosofia e la pedagogia. E’ stato progettato da una serie di associazioni dell’ambiente lombardo e ha ottenuto l’accreditamento ECM con il patrocinio di: Arcidiocesi di Milano; Università Cattolica del Sacro Cuore; Ordine della Professione di Ostetrica interprovinciale di Como, Lecco e Sondrio; Ordine della Professione di Ostetrica interprovinciale di Bergamo, Crema, Lodi, Milano, Monza Brianza; Federazione Lombarda dei Centri di Assistenza alla Famiglia; Centro Asteria; Confederazione Italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità.

di Flora Gualdani

Premessa: inquadrare la fertilità nella dimensione della maternità.

Buongiorno a tutti e grazie di avermi invitato a questo gran bel percorso formativo che avete organizzato nella vostra terra lombarda.

Per affrontare il tema della fertilità umana dobbiamo prima di tutto inquadrarlo, cioè collocarlo nella dimensione della maternità. Servire la maternità è ciò per cui ho speso tutta la mia vita. Sono diventata ostetrica nel 1959 e nella mia professione ospedaliera ho vissuto il passaggio dall’ostetricia antica a quella moderna, che fu un passaggio epocale. Casa Betlemme, come sapete, è un’opera con cui nella mia vita privata ho cercato – tra scienza e fede, nella verità e nella carità – di insegnare alla gente a riscoprire tutta la grandezza della maternità: quella della Madonna come quella di ogni donna. Perché ogni maternità si ricapitola nella maternità di Maria, anche se qualche teologo o intellettuale non la pensa così.

Quando facevo i miei viaggi in giro per il mondo non era soltanto per andare a servire la maternità in mezzo alle guerre e negli angoli più poveri della terra (quello era il mio modo di testimoniare una “Chiesa in uscita”, come si direbbe oggi). Facevo quei viaggi anche per andare ad osservare e capire come venivano trattate la maternità e la gravidanza in altri contesti geografici e culturali. Andavo nei paesi poveri ma anche in quelli più ricchi: per fare confronti. Andavo nelle missioni ma anche dentro le cliniche universitarie. Ho sempre avuto questa curiosità, e mi hanno aiutato una dose d’incoscienza e spirito d’avventura. All’ospedale di Pechino, per esempio, nel 1979 il primario ginecologo era una donna che aveva studiato a Parigi: lei mi spiegava in francese che la ventosa loro l’avevano già messa in bacheca, mentre da noi andava di gran moda. Sorvolando su dittatura e aberrazioni sociali, ho notato che i cinesi, su questo particolare ostetrico, sono più rispettosi delle leggi di natura e meno frettolosi. Il professor Billings ne ha avuto conferma perché, come molti di voi sapranno, la sua proposta incontrò un incredibile successo in Cina dalla metà degli anni ’80 e venne adottata addirittura dal ministero della salute. Lui spiegava che il motivo di questa straordinaria accoglienza sta nel fatto che là i medici sono intellettualmente più liberi, meno influenzati dal business della contraccezione che invece domina nel mondo occidentale.

Che fine ha fatto la maternità oggi in occidente?

Questa premessa era per dirvi che è dagli anni ’60 che io osservo da vicino la dimensione della maternità, con tutte le sue componenti. Adesso vorrei osservare insieme a voi cosa ne è oggi della maternità da noi in occidente, in questo inizio di terzo millennio. Per imparare a distinguere il bene dal male, occorre prima saper leggere e analizzare la realtà. Ad una certa età ti accorgi che con l’esperienza cresce anche la capacità di sintesi e di visione delle cose: è un pò come vedere le realtà dall’alto, dall’oblò di un aereo. Permettetemi quindi di condividere un breve sguardo dall’alto. Se devo riassumere la mia osservazione in due parole direi così: la figura della donna-madre è andata in crisi ed è stata profondamente deturpata. La mia analisi la suddivido in questi sei concetti.

Primo concetto. Un tempo la vita umana era sacra, intangibile. Oggi invece è diventato sacro l’aborto, lo hanno definito un diritto umano fondamentale. Conoscete sicuramente le femen, che hanno fatto irruzione anche nei parlamenti per gridare questa loro ideologia.

Secondo concetto. Il figlio era una benedizione e un dono. Oggi invece il figlio è diventato o un errore da evitare, oppure un diritto a tutti i costi, un amato oggetto di proprietà, tanto desiderato che chiunque potrà pretenderlo per via giudiziaria, nella dittatura del desiderio. La medicina riproduttiva infatti è oggi come una nuova religione dove è diventato sacro il desiderio tecnoesaudibile degli adulti. I medici sono sacerdoti che promettono la felicità. Che possono produrre e consegnare un bambino a chiunque: ad una coppia sterile, ad una coppia dello stesso sesso, ad una coppia di anziani. Addirittura, con la teoria del gender, siamo arrivati al punto che anche un uomo potrà aspirare alla maternità. Il mammo, una cosa raccapricciante.

Terzo concetto. La maternità aveva i suoi tempi dettati dalla natura: quando ho iniziato a fare l’ostetrica, una donna che diventava mamma a 30 anni era definita “primipara attempata”. Oggi invece la prima gravidanza viene posticipata per una serie di motivi, spesso per dare precedenza alla carriera e ad altre soddisfazioni. E’ arrivata così la moda del “social freezing”: congelare ovuli e metterli da parte per fare figli più tardi, quando ne avremo tempo e voglia. Ma la natura (disegnata da Dio) non segue le mode, ha le sue leggi e il suo orologio biologico. E la fertilità non ti aspetta: ad una certa età comincia a calare rapidamente per poi spengersi. Perciò vediamo tante donne che, dopo aver combattuto per anni la loro fertilità con ogni mezzo, si trovano a rincorrerla quando ormai se n’è andata. Ed entrano nel tunnel dell’accanimento procreativo. Certe strategie esistenziali, cioè, insieme alle cattive abitudini di vita (come la promiscuità, la contraccezione e l’inquinamento) hanno messo in crisi la fertilità umana che è calata paurosamente. L’infertilità è diventata un problema sociale. Ce ne accorgiamo anche noi insegnanti dei metodi naturali perché sono sempre di più le coppie sofferenti che si rivolgono a noi non per rimandare una gravidanza ma per ricercarla.

La provetta viene presentata come la soluzione ma è una forzatura della natura e una sua imitazione, che funziona poco e male. E produce figli in modo non conforme alla loro dignità (questo ci insegna il Magistero). Accanto a tutta questa sterilità sofferta, oggi osserviamo anche una sterilità voluta: c’è infatti tutto un movimento di pensiero che rivendica l’orgoglio di non mettere al mondo i figli (childfree) considerati un intralcio alla realizzazione della donna e alla sua affermazione sociale. Ultimamente abbiamo osservato una campagna pubblicitaria che presenta la maternità come una disgrazia e un peso.

Quarto concetto. Il figlio nasceva da un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Oggi invece sta diventando un bel prodotto commissionato ad un laboratorio, sottoposto a severi controlli di qualità, con procedure di selezione e di scarto. Ma si tratta di un bambino! Il figlio non viene più generato da un uomo e una donna ma prodotto dal lavoro di un’equipe. Nella fecondazione artificiale il gesto sessuale non serve più, è diventato un accessorio. E l’ateo Testart ha scritto che forse un giorno la Chiesa rimarrà l’unico baluardo ad affermare che i figli dell’umanità nascono da un rapporto carnale tra un uomo e una donna.

Quinto concetto. Il pancione a luna piena di una donna, era un tabernacolo e un mistero: oggi è diventato un contratto d’affitto e presto ci stamperanno sopra un codice a barre per evitare scambi di provette e di embrioni.

Sesto concetto. La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana: oggi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno. Fuorché i più fragili e i più piccoli. Che non sanno neanche più di chi sono figli, perché con certe pratiche gli tronchiamo scientemente le radici, infliggendo loro una pena irreparabile.

Viviamo nell’epoca del peccato contro il Creatore: un divorzio da Dio, iniziato con la contraccezione.

Questa che ho fatto era una rapida carrellata sul panorama (direi drammatico) dei nostri giorni. Adesso ci troviamo in un momento storico cruciale in cui la cultura dominante cerca di normalizzare tutto ciò. Viene detto che è in corso una rivoluzione copernicana nella quale noi cattolici siamo considerati “medioevali”. Si dice che è tutto “oblativo”, che affittare l’utero sarà un dono, come lo sarà donare sperma o ovuli, “per aiutare chi soffre”. In una prima fase si è cercato di far diventare normale il concepire fuori del grembo della donna (con la fecondazione artificiale), ora si sta cercando di far diventare normale il concepire con gameti (o utero) altrui.

E così la dottrina della Chiesa cattolica appare sempre più come un fastidioso intralcio al progresso, si cerca di confinarla in un angolo. A volte anche gli stessi cattolici non sono capaci di difenderla, perché c’è troppa ignoranza. In una materia così delicata, troppi sacerdoti e pastori non sanno spiegare le ragioni del magistero. Più volte ho ricevuto telefonate da un frate o un parroco che mi chiedevano se c’era una “provetta cattolica” per aiutare una povera coppia tanto brava e sofferente. Questo per dire quanto è urgente andare a ristudiarsi non soltanto encicliche come l’Humanae vitae e l’Evangelium vitae, ma anche istruzioni bioetiche fondamentali come la Donum vitae.

La carrellata che vi ho illustrato la potremmo riassumere nelle parole di Benedetto XVI quando diceva che noi viviamo nell’epoca del «peccato contro il Creatore». Anche il cardinale Caffarra osservava che ci troviamo in un momento drammaticamente inedito della storia, dove il demonio sta costruendo un’anticreazione: «è Satana che sfida Dio, come dicendo: “Vedi? Tu proponi la tua creazione. Ma io ti dimostro che costituisco una creazione alternativa. E vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così”»

Anche io penso che, alla fine di questa follia e prendendo atto di certi disastri, il terzo millennio prima o poi dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore, in quella Grotta dove Lui neonato ha seguito le leggi di natura, facendosi allattare. Ma ancora prima facendosi zigote, previo concepimento nell’utero di una donna: «Ecce concipies in utero», spiega il Vangelo di Luca (che era un medico).

Oggi con la tecnologia riproduttiva, l’umanità sta accellerando il suo più grave divorzio da Dio. L’uomo si sta staccando sempre più dal progetto originario di Dio sulla famiglia, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, con la tecnologia riproduttiva. Superando le leggi della nostra natura, ci illudiamo di essere liberi e di costruire felicità per noi e per gli altri. Ma è un peccato tragico, il più vecchio del mondo (scritto nella Genesi).

Dobbiamo ricordarci che il primo atto di questo divorzio è stata la contraccezione: quando l’uomo moderno è andato a mettere mano all’albero della vita, separando la sessualità dalla dimensione della fertilità, è andato a dividere ciò che Dio aveva unito. Ingegnandosi a rendere sterile un atto sessuale, l’uomo tenta di correggere ciò che il Creatore ha già creato in modo perfetto: la nostra fertilità. Il Suo bel progetto lo consideriamo inadeguato dalla cintola in giù. La psichiatra Wanda Połtawska definisce questo atteggiamento «un peccato inutile».

La contraccezione è stata quindi una prima frattura sull’albero della vita che, come sappiamo, si è poi approfondita per il verso opposto, con la fecondazione artificiale. E da lì siamo arrivati ad una scissione sempre più profonda dell’umano.

Dobbiamo recuperare il significato della maternità: un diamante dalle molte facce

Quando l’uomo usa la sua libertà staccandola dalla verità e allontanandosi dal progetto di Dio, finisce per farsi del male. E sta male. Il femminismo del ’68 ha ottenuto contraccezione, aborto e divorzio. La pillola prometteva agli sposi libertà e tanta felicità, io c’ero ed era come un’isteria di massa. Così anche la maggioranza degli sposi cattolici ha scelto quella strada invece che la salita dell’Humanae vitae. Ma tutta quella felicità non è arrivata in mezzo alla società. I dati ci dicono che è arrivata la disgregazione della famiglia.

Le donne già da ragazzine, vengono educate a non avere rispetto di sé e della propria dignità. Il pudore ormai inesistente, non è più di moda. Si è completamente smarrito il senso del peccato, anzi si è capovolto. Siamo arrivati ad un punto in cui è inutile mettere toppe ad un vestito ormai logoro: dobbiamo ricostruire il tessuto morale della società. La chiamano “emergenza educativa”, che è necessaria fin dalla prima infanzia. Prevenzione “remota” significa partire da lontano per non arrivare troppo tardi. Oggi il grande problema è che si è smarrito il buon senso, cioè la coscienza elementare del bene e del male.

La donna, nata per essere la regina madre, madre della vita, spesso esce dalla cultura del “tutto permesso”, come un povero straccio logoro. E’ stravolta perché ha smarrito la sua personalità fatta di armonia tra femminilità, sponsalità e maternità.

Quindi, per andare al cuore del nostro tema, il primo passo da fare è recuperare il significato autentico della maternità. La donna occidentale moderna, lentamente espropriata della sua potenza riproduttiva, ha da recuperare molto del valore bello della maternità. Un valore enorme con più facce, come un diamante risplendente. Vediamone alcune.

La maternità come splendore della donna, perché quando diventa madre, per lei è come una rinascita, dove raggiunge il suo massimo splendore. Così è per ogni donna: prostituta, drogata, agnostica. Sempre donna è. E con la maternità diventa donna trasformata, trasfigurata. Anche la donna vittima di violenza. Ho visto con i miei occhi come il bambino sia amore nuovo, diverso. E’ altro dal male subìto. Lui porta speranza e rinnova la vita. La ferita di quella violenza viene superata dalla potenza dell’amore materno. Che è invincibile. Una madre, per difendere il figlio, è più forte di una leonessa.

La maternità come capitale, cioè bene economico. I figli sono il capitale umano, quindi la forza e il futuro della società. Una società di vecchi non ha futuro. Anche gli economisti si stanno rendendo conto che la crisi dell’economia occidentale è molto legata al crollo della natalità. E’ l’utero gravido che dà vita alla storia. «Finché un pesce guizza,/ il filo d’erba spunta,/ e un bimbo nasce./ C’è speranza / per la barca della vita./ Grazie a chi ama la vita».

Poi la maternità come bene dell’ecologia umana. Cioè garanzia di equilibrio tra i popoli: un popolo che non genera, oltre danneggiare se stesso, danneggia l’armonia della Creazione che invece ha previsto la varietà della popolazione. Come in un bel giardino di primavera, dai vari colori. Così è l’armonia dei diversi colori della pelle. Se noi cristiani europei continuiamo a chiuderci alla vita, saremo lentamente (e pacificamente) sopraffatti dai popoli migranti che invece arrivano da noi con donne giovani che generano molti figli. Lo dicono i demografi.

E poi la maternità come ecumenismo, che supera confini ideologici o religiosi. Racconto spesso un episodio illuminante che mi è capitato qualche anno fa. Si presentò a Natale una coppia musulmana con il bambino in braccio. Erano stati accolti a Casa Betlemme nel periodo difficile della gravidanza: per ringraziare mi vollero regalare, pur essendo indigenti, un piccolo crocifisso d’oro come segno del rispetto che avevano sperimentato. Mi dissero: «sappiamo che questo giorno [Natale] e questo simbolo [Crocifisso] per te sono importanti». Rimasi colpita, anzi stordita. Quell’episodio mi fece capire che la maternità è la religione sopra le religioni e le unisce tutte, perché è la religione dell’amore uguale per tutti: l’amore materno, che tutti ci ha generati. E’ questo l’ecumenismo vincente: la maternità quale abbraccio di fraternità universale. Perché è unico il cuore di madre.

La dimensione della nostra fecondità, che va oltre la fertilità biologica

Questa mia riflessione sulla maternità come diamante è per dire che la maternità è l’elemento costitutivo della nostra natura femminile. Anche se alcune intellettuali la pensano diversamente, in realtà è soltanto nella maternità che la donna si realizza pienamente. Altre forme di realizzazione, per quanto esaltanti, non porteranno mai una donna a questa pienezza. Ed è una consapevolezza che a volte raggiungono in tarda età, con amarezza e rimpianti.

Ma non c’è solo la maternità fisica: c’è quella affidataria/adottiva e quella spirituale. Perché per ognuno Dio, che è Padre buono, ha un progetto d’amore personalizzato. Lui ci ha impastati e conosce i nostri bisogni. La maternità non l’ho soltanto servita e osservata. L’ho anche vissuta personalmente. Come ho scritto tanti anni fa in qualche poesia, posso dire per esperienza: «Cecio, Pulcino giallo, Lalli, Coccolino, Boba, e tutti gli altri…/ Di voi posso dirmi mamma./ Il mio utero non vi ha generati / ma non per questo vi ho meno amati. […]». «Bambino, venuto a me / per altra via: affido e adozione./ Per te io vivo / un immenso gaudio./ Mi hai resa madre,/ donna feconda,/ felice di questo cammino./ Grazie, tesoro».

Ogni donna deve sentire di appartenere a qualcuno: ad un marito o a Cristo. E ogni donna deve gioire di sentirsi femmina, sposa e madre: tre dimensioni che devono andare in armonia. Questo vale anche per la suora, se vuole essere capace di tenerezza nella sua gioiosa scelta di oblazione.

La donna è visceralmente madre: nella mente, nel cuore e nel corpo. Non esiste contestazione capace di negare questo. Perché la maternità è realtà ontologica, cioè sostanza profonda della natura femminile. Lo dimostra il fatto che la donna resta madre anche quando il figlio non è più. Il sangue è indelebile, perché la vita che lei dona è eterna. Come dice la Bibbia, un giorno o mille anni sono la stessa cosa.

In definitiva, una donna che non è madre, sta male: non solo per il rifiuto della vita nascente con l’aborto (e potrei stare ore a raccontarvi le ferite del trauma post aborto) ma perché rifiutando la sua fecondità, la donna rifiuta e distrugge la sua natura.

La donna, per essere femmina, ha bisogno di essere feconda. E’ la fecondità che la realizza. Una fecondità che però va oltre la sua fertilità biologica, e riguarda anche la donna sterile.

Concludo questa parte con la frase di una donna politica norvegese, convertita al cattolicesimo: “le donne non saranno mai libere se non saranno fedeli alla loro natura femminile” (Janne Haaland)

La fertilità nella “sacralità” della nostra meravigliosa fisiologia

Se è sacra la vita umana, è sacro anche il gesto che la consente. Questo è l’altro passaggio fondamentale. Riscoprire tutta la grandezza di quel gesto, perché è grandioso e ha conseguenze enormi. Eppure oggi così banalizzato. Nell’incontro carnale di un uomo e una donna, Dio ci ha regalato la potenza di generare un nuovo essere umano. Avrebbe potuto fare in modo diverso, invece ha deciso di affidare agli sposi il compito di collaboratori nella prosecuzione della Sua Opera. Li ha resi compartecipi della Creazione. Quando una donna partorisce, sta regalando un figlio a Dio. Il Padre che lo ha sognato e che, per questo, le sarà grato per l’eternità.

Nel loro abbraccio totale, gli sposi mettono il gesto e la materia, poi interviene direttamente il Creatore – quando vuole Lui – ad accendere una nuova piccola vita e gli infonde l’anima dall’istante della fecondazione. Un’anima immortale ed eterna, più vasta del mare. Dio quindi non è grande soltanto per la sua misericordia verso l’uomo, ma prima ancora per averlo reso con-creatore: capace di generare per l’eternità.

Questo significa che una donna, abbandonata alla sua solitudine, può anche arrivare a sopprimere il figlio che porta nel grembo: infliggendosi una ferita profonda, lei ucciderà un corpo ma non distruggerà quella persona, che è eterna. Troncando quel germoglio, lei avrà semplicemente restituito un dono al “Mittente”. Ma un giorno quel figlio lo incontrerà, lo abbraccerà.

Ancora un altro passaggio da fare: se il gesto coniugale è sacro nella sua grandezza, allora è un gesto santo e santificante, quando gli sposi lo compiono secondo il modo pensato da Dio.

Quello che dobbiamo fare quindi è andare a riscoprire la meravigliosa bellezza con cui il Creatore ha progettato la nostra sessualità, la maestosa armonia e la precisione con cui ha pensato la trasmissione della vita umana.

Tralasciando i discorsi sulle meraviglie anatomiche, ci addentriamo quindi ad osservare il disegno della fertilità. Dio, facendo l’uomo fertile tutti i giorni e le donne no, ha voluto consegnare a noi donne la chiavi della vita, con la ciclicità della fertilità. La donna è regina della vita. E’ stata scelta da Dio come “sacerdote” nella trasmissione della vita.

La sacralità della nostra fisiologia riproduttiva deriva cioè dalla grandezza delle sue conseguenze ma anche dal fatto che è il Creatore stesso ad averla disegnata così, con leggi perfette e una serie di meccanismi delicati. La nostra cervice è come la porta della vita, che si apre e si chiude. Un meccanismo meraviglioso come quello di un occhio, diceva il professor Odeblad.

La nostra fertilità è una dimensione stupenda che ci chiede anzitutto di conoscerla (con l’osservazione scientifica) dopo di che ci chiede atteggiamento di meraviglia, riverenza e rispetto.

Per cogliere la grandezza di questo disegno, le sue profondità e i suoi significati, bisogna però che la ragione si faccia aiutare dallo sguardo della fede.

L’uomo moderno, come ho detto, ha imparato a rendere sterile un gesto sessuale rimuovendo la fertilità, combattendola come un ostacolo e un pericolo. Ma in questo modo, attraverso la contraccezione, si è impantanato in una serie di guai che qui non ho tempo di raccontare. Anche papa Francesco ha detto che pecchiamo contro il Creatore ogni volta che modifichiamo la Creazione come l’ha fatta Lui.

Il mondo scientifico (come quello femminista) osservando i danni di questo divorzio da Dio, ha iniziato a ripensare e sta lentamente rivalutando la sapienza del Creatore, cioè i benefici del rispetto della fisiologia. Io lo definisco “il cerchio della vita”. Il pensiero medico cioè, passo dopo passo, sta ritornando verso la natura, creata da Dio. Prima ha capito che dobbiamo de-medicalizzare la gravidanza. Cioè che la gestazione non è una malattia. Anche se continuiamo con l’accanimento di diagnosi, che dà solo stress alla donna, e il bambino ne risente. E’ frutto della nostra “cultura dello scarto”, con fini eugenetici.

Poi ha capito che dobbiamo de-medicalizzare il parto. E avete visto fiorire le “case del parto”, parto naturale, in acqua, il ritorno del parto a domicilio e altro. Perché è molto bello nascere in famiglia, nel lettone dell’amore e della vita. Poi si è capito quanto è importante l’allattamento naturale, al seno: con i suoi molti vantaggi, non ultimo quello economico. Ma io mi permetto di darvi un suggerimento in più: allattamento al seno senza veleno, cioè senza nicotina e senza “pillolina”. Dopo il parto vi consigliano infatti di non mettere nel vostro latte materno la nicotina. Però vi consigliano di assumere ormoni di sintesi (la cosiddetta minipillola) e io questa la considero una grave contraddizione: chi vi dice che quegli ormoni sono completamente innocui per la salute del vostro bambino? Il discorso sarebbe lungo. Ad oggi nessuno ve lo può ancora dimostrare. Dovremmo riparlarne tra qualche generazione.

L’ultima tappa, che chiude il cerchio della vita, sarà la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità. C’è chi ancora si ostina a fare resistenza, per una serie di motivi. Ma il futuro è dei metodi naturali. Lo ripeto: il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità della generazione e della qualità dell’amore, cioè della famiglia. La contraccezione è una proposta vecchia. E la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza: quella che io definisco RA2, cioè Riproduzione Artificiale con Rapina all’Autore della vita (mediante alterazione degli eventi naturali).

Concludo questo passaggio sulla sacralità con due citazioni. La prima è una riflessione di san Giovanni Paolo II, che era affascinato dalla dimensione della maternità: «…la Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il mistero della donna, e per ogni donna, per ciò che costituisce l’eterna misura della sua dignità femminile» (Mulieris dignitatem).

E poi una mia piccola poesia che riassume tutto quello che ho detto. Due sono i tabernacoli della terra: /l’uno dove abita l’Autore della vita. / L’altro: il grembo di una donna dove germoglia la vita. / Due sono gli altari: quello dove il sacerdote è ministro della Vita,/ e il letto nuziale dove gli sposi amministrano la trasmissione della vita.

Il significato autentico dei “metodi naturali”. E tre raccomandazioni alle insegnanti.

A questo punto ci sono tre precisazioni importanti che mi permetto fare e mi rivolgo alle insegnanti dei metodi naturali, alle esperte di “biofertilità”. Queste sono le mie raccomandazioni.

Primo concetto: i metodi naturali non sono una contraccezione ecologica o una “tecnica cattolica per non fare figli”. Sono uno stile di vita che si basa sull’autodiagnosi (cioè una profonda conoscenza della propria fertilità) e sulla castità coniugale (che è astinenza periodica) cioè sull’esercizio della virtù per amore, nella reciproca fedeltà in una ragionevole apertura alla vita. Apro una parentesi: mi preme dire “ragionevole” perché, nella mia lunga esperienza ho incontrato due derive dentro gli ambienti cattolici. Non c’è solo il relativismo cattoprotestante che va per la maggiore (e dice “credo in Dio ma la morale a modo mio”), ma a volte si trova anche un pericoloso angelismo che porta a dire: “tanto ci pensa Dio…”. Sì, ma non dimenticare che Lui ti ha donato la ragione, e quindi hai il dovere di usarla. Nelle mie lezioni spiego quindi che Dio non ci ha fatti con le ali ma con i genitali. Insisto sull’armonia tra fede e scienza. Ecco perchè alla scuola di Casa Betlemme io preparo non intellettuali della bioetica né spiritualisti disincarnati ma apostoli intelligenti. Dove la scienza fa crescere la fede, e la fede alimenta la scienza.

La vera differenza con la contraccezione, come dicevo, non sta dunque nel discorso naturale/artificiale ma nell’esercizio della virtù, cioè in un cammino di maturazione che richiede la fatica di una disciplina, ma è un cammino liberante per la coppia e per la loro soddisfazione sessuale. Talmente liberante che una volta una coppia tornò a ringraziarmi con queste parole: “Flora, ci hai insegnato a spostare una montagna con la punta del mignolo”.

Si cade quindi in un equivoco se non si capisce che, nella teologia del corpo, il vero significato dei metodi naturali risiede nell’esercizio della virtù come cammino di crescita, per il nostro bene. E’ un punto fondamentale su cui insisteva molto sia san Giovanni Paolo II sia uno dei suoi più grandi allievi: il cardinale Caffarra.

Secondo concetto, legato al primo: dovete assolutamente evitare di ridurre l’insegnamento ad una bella tecnica, che a lungo termine non potrebbe competere con altre tecniche molto più comode e meno esigenti. Quello che bisogna riuscire a trasmettere è il cuore e l’anima di questo stile di vita. Se con il tecnicismo gli togliamo l’anima, i metodi naturali potranno anche diventare sicuri al 100% ma la gente non sarà interessata e avrete sempre meno richieste.

Sei chiamata ad insegnare a quella donna a camminare con le proprie gambe nel sentiero della sua fertilità, ad accompagnarla ad una consapevolezza che la renderà libera, sicura e autonoma. Ma insieme ai segnali della fertilità hai la responsabilità di insegnarle i significati più profondi. Quando la aiuti a riconoscersi creatura davanti al Creatore, tu accompagni quella persona fino alla soglia del mistero. E quindi la consulenza sugli ormoni, con i suoi follow up, diventa anche un cammino di fede, non soltanto per l’utente ma anche per te insegnante. E se quella persona non ha la fede gli devi prestare la tua. Perché ti rendi conto che non puoi avere il controllo totale, e arrivi ad un punto in cui, nonostante tutta la scienza, ti devi fidare. Non esiste infatti nessun metodo sicuro al 100%, a dimostrazione che il Signore della vita è soltanto Dio, è Lui che alla fine decide.

Quando intraprendono questo cammino che passa dall’astinenza periodica, le coppie vivono quindi una maturazione della loro relazione ottenendo anche una “conversione dello sguardo”. Nell’ottica della fede, infatti, l’arrivo di una gravidanza non lo puoi considerare un errore o il “fallimento di un metodo” ma è una volontà del Creatore. E la reazione davanti a quel bambino deve essere questa: «benvenuto, non ti aspettavo!». A Casa Betlemme i fatti ci confermano quanto sia vincente quest’impostazione. Continuano ad arrivare utenti dal passaparola tra le coppie. E oggi siamo giunti alla quinta generazione di mogli che hanno maturato qui la scelta di diventare insegnanti dei metodi naturali.

Lo stile di cui vi parlo l’ho imparato dai coniugi Billings e dalla ginecologa Anna Cappella, mia grande maestra in materia.

Terzo concetto. Esiste un altro equivoco sui metodi naturali che mi preme evidenziare: spesso si pensa erroneamente che siano una proposta riservata agli sposi. Invece si tratta di un bene per la persona, prima ancora che per la coppia. Ho portato l’Humanae vitae e la teologia del corpo anche dentro i conventi e i monasteri, e potrei stare ore a raccontarvi gli effetti liberanti e meravigliosi che questa conoscenza di sé produce anche nelle donne consacrate, migliorando la loro convivenza. Questo chiarimento per me è fondamentale perché quando insistiamo a presentare i metodi naturali come una proposta soltanto per la coppia (cioè per fare o non fare figli), finiamo per fare da sponda a coloro che confondono i metodi naturali con una contraccezione ecologica.

Conclusioni: come custodire il tesoro della fertilità? Dalla conoscenza all’esercizio della virtù quale chiave di volta

Vorrei condividere con voi un’ultima riflessione. Abbiamo visto che la fertilità è una dimensione meravigliosa, una sfida formidabile alla nostra società così attenta all’ecologia umana e alla custodia del Creato, ma sembra dimenticarsi di questo particolare prezioso. Abbiamo visto che i metodi naturali sono un messaggio universale e concreto di bellezza, che non ha confini religiosi o ideologici: a meno che qualcuno abbia mai visto una ovulazione cattolica! Rispondeva così la dottoressa Billings.

A questo punto dobbiamo mettere a fuoco quale è il modo per custodire il disegno di Dio e la nostra dignità di creature. Con le due colonne portanti che ho spiegato: coltivare la conoscenza insieme all’esercizio della virtù, che significa disciplina, ordine morale: non riservato ai credenti.

Da noi in occidente si continua a rifiutare la proposta dei metodi naturali essenzialmente perché c’è di mezzo questa parolina “castità” che a molti rimane indigesta.

Invece la castità è la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. E’ virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata, e per il bene di una persona con tendenza omosessuale. Quindi ha un grande valore sociale prima che morale.

E’ la mancanza di castità che porta allo sfascio le famiglie, e ha portato tanti sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Sappiamo di non essere naturalmente casti perché la nostra natura umana, ferita dal peccato, tende alla concupiscenza. Servono la disciplina e la Grazia: la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera. Ma l’uomo moderno non prega, e il demonio lo frega: a partire dalla vita morale sessuale, togliendogli la pace. E’ come un bulldozer che entra dal basso (dai genitali), risale al cuore e lo divide (lavorando per l’infedeltà) e poi arriva al cervello, perché alla fine non riconosci neanche più il bene dal male. Oppure lo riconosci ma non sai più uscire dal peccato, perché sei diventato schiavo della impurità. Oggi infatti esiste la dipendenza dal sesso o dalla pornografia, malattie che fanno danni devastanti (ne parlerete oggi pomeriggio). Per guarire occorre quindi il procedimento inverso: recuperare la purezza della mente, del cuore e del corpo con i nostri atti.

Nella purificazione dei sensi, insieme alla castità bisogna recuperare anche il pudore e la custodia dello sguardo. Perché i genitali li comanda la ragione che passa dal cuore e parte dagli occhi. Questo vale specialmente per gli uomini. Per gli uomini di tutti i tempi: per quelli dell’epoca di internet come per quelli dell’Antico Testamento. Anche il grande re Davide, infatti, senza custodire il suo sguardo desiderò una donna altrui finendo per compiere prima un adulterio e poi un omicidio.

Alle persone credenti ricordo che la migliore cura per la vostra bellezza non passa per l’estetista ma dal confessionale. Perché la confessione non è un trucco, non mette toppe, ma rifà nuova la coscienza, la libera dalle incrostazioni e fa brillare la bellezza che c’è in ognuno.

E’ tutta qui la via del recupero: preghiera, castità, pace. Cioè recuperare primo e sesto Comandamento: primato di Dio e purezza della vita, per un buon rapporto con gli altri. E la mia ricetta in definitiva si sintetizza così: davanti alla nostra società malata per il disordine delle “tre S” (soldi, sesso, successo) serve la medicina delle “tre P” (povertà, purezza, piccolezza).

La castità è la chiave che ci matura come persone nelle nostre relazioni affettive, e ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Eppure non si sente mai parlare della grande ricchezza della verginità. Oggi non si crede più al suo valore, si considera una cosa inutile e disumana, ormai superata, medioevale.

Anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine, il filo rosso che lega tutto. Sulla comunione ai divorziati si discute infatti sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone l’esigenza della fedeltà al sacramento dopo il tradimento.

Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità.

Concludo con un pensiero rivolto ai critici dell’Humanae vitae, che sono dentro e fuori della Chiesa cattolica: quell’enciclica – se si vuole – funziona ad ogni latitudine, anche nelle periferie esistenziali (ce lo ha dimostrato Madre Teresa di Calcutta che l’ha attuata in mezzo ai poveri facendola diventare letteratura medica). I metodi naturali non sono l’argomento di fanatici moralisti ma – come disse una mia collega – una cenerentola ancora maltrattata e tenuta in disparte, che attende soltanto di essere scoperta. Sono la proposta concreta per costruire famiglie solide nella società dell’amore liquido. Essendo una pratica della virtù, sono una prevenzione dell’adulterio.

Oggi è urgente un’opera di misericordia spirituale che è “istruire gli ignoranti” sul campo della procreatica. Perché se sopra le disinformazione ci seminiamo confusione, alla fine raccoglieremo devastazione.

Tutto quello che vi ho illustrato è la mia personale diagnosi dei tempi che viviamo. Vi può sembrare severa ma le “tre S” sono semplicemente la lettura della nostra realtà. E la terapia delle “tre P” può sembrare dura ma è l’unico sentiero per ritrovare la speranza della guarigione. Cioè la pace in letizia.

Grazie, alleluja, alleluja!

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