Femminismo contro immigrazione?

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Un ragazzo cammina nei pressi di un bar e incrocia una bella ventenne, piuttosto scollacciata e in minigonna. Nel momento in cui le passa a pochi centimetri le fa un fischio, in perfetto stile anni ’80, a metà tra il complimento e le avance tipiche del maschio cacciatore. Lei risponde con un sonoro vaffa. Lui dopo pochi secondi torna indietro e colpisce la ragazza con un solenne ceffone.

Tutto questo sarebbe senz’altro aneddotico e banale, se la scena, occorsa a Parigi il 24 luglio, non fosse stata ripresa nella sua interezza da una telecamera a circuito chiuso; se la vittima non fosse una militante femminista, tale Marie Laguerre, studentessa universitaria di 22 anni, la quale ha prontamente messo in rete il video, ricevendo oltre 9 milioni di visualizzazioni e tantissimi like. E soprattutto se il protagonista, un venticinquenne di origini maghrebine Firas M., non fosse stato punto il 4 ottobre scorso con 6 mesi di carcere, senza condizionale (oltre a 2000 euro da dare alla vittima per danni morali). Per uno schiaffo!

Già sapevamo che la sinistra radical chic, alla Saviano per capirci o alla Fabio Fazio, considera le donne come dei cittadini particolarmente fragili, e quindi degni di speciale attenzione e protezione. Il che, da certe femministe meno incoerenti, è considerato a giusto titolo, come un residuo implicito e incoffessato di maschilismo (rimosso). Ma sappiamo anche che quando la vittima è una donna italiana (o europea) e l’aggressore è un povero rifugiato, o almeno uno straniero, il progressismo va in tilt.

Perché tra due categorie protette e esaltate, come le donne e gli stranieri, non si sa come fare a trovare il colpevole e non si sa chi difendere di più. Così, quando lo stupratore è italiano (bianco, nativo, eterosessuale e altre nefandezze del genere), pagine e pagine vengono dedicate all’epica lotta contro il maschilismo e in favore dell’uguaglianza tra i sessi (anzi fra i generi). Ma quando il violentatore è della genìa di coloro che verrebbero qui solo perché spinti dalla fame e dalla ricerca di dignità, ecco che la notizia fa meno clamore, e magari viene collocata tra le brevi nei giornaloni più intelligenti (e meno populisti).

Anche sul banale episodio sopra riportato ci sarebbe molto da dire. Sull’abbigliamento delle donne non ci dilunghiamo certo, ma siamo arciconvinti che spesso e volentieri esso non sia conveniente e appropriato. La tredicenne che alle medie va in minigonna e assume pose poco civili esprime una conquista della libertà dei costumi, o piuttosto come direbbe Pier Paolo Pasolini, il frutto maturo dell’omologazione borghese?

La violenza va punita ovviamente, a prescindere da chi la esercita e da chi la subisce. Ma sei mesi di carcere per uno schiaffo, senza danni particolari alla schiaffeggiata, non è una pena che risente dell’ideologia femminista della donna come cittadina con maggiori diritti del maschio?

E che dire del fatto che in tantissimi casi, il bieco macho non sia un indigeno ma uno straniero, come nel caso qui sopra? Coloro che sognano un mondo senza frontiere e senza controlli, come Soros e Macron, preparano il paradiso per le donne europee o aumentano, oggettivamente, i loro rischi? Meglio revocare la nazionalità allo stupratore che l’ha ottenuta da pochi anni, come propongono i maschilisti di Salvini e i populisti di Marine Le Pen, oppure no?

Ogni giorno, e questa è la più grande certezza, la società senza valori etici condivisi, esprime disagio, malessere e rancore, mali che non sarà facile curare senza prendere il toro per le corna.

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