Sul problema dell’agnosticismo

L’agnosticismo in generale è un’impostazione gnoseologica, che ritiene impossibile decidere quale sia la verità tra due tesi contrapposte. L’agnostico non nega e non afferma, ma ammette come possibili le tue tesi opposte. Tuttavia, non sceglie né l’una né l’altra. Da qui il ritenersi neutrale e la decisione di sospendere il giudizio.

L’agnosticismo in campo teologico è la posizione di chi si astiene dal pronunciarsi circa la questione se Dio esiste o non esiste. L’agnostico non è né teista né ateo e ritiene impossibile decidere per l’una o per l’altra tesi. In tal modo all’agnostico non interessa affrontare la questione o ritiene inutile affrontarla, perché è convinto o sembra convinto che è insolubile e indecidibile. Egli crede peraltro che si possa vivere bene lo stesso.

Per l’agnostico è impossibile sapere se Dio esiste o non esiste. Ma secondo lui non ha neanche importanza. È una questione che non lo interessa. Lo lascia indifferente. Così almeno dà ad intendere. E l’agnosticismo teologico è bene espresso da queste parole di Kant: «L’essere supremo resta per l’uso semplicemente speculativo della ragione un semplice ma perfetto ideale, … la cui realtà oggettiva non è dimostrata, ma non può neanche essere contrastata»[1], anche se, come sappiamo, Kant ammette l’esistenza di Dio come postulato della ragion pratica[2].

Resta tuttavia difficile capire come sia possibile ammettere Dio come fine ultimo e sommo bene, autore della legge morale, se la ragione speculativa non riesce a dimostrare che Egli esiste. Come può la volontà desiderare un sommo bene non previamente conosciuto dall’intelletto? Da dove lo ricava? Il Dio di Kant sembra più un Dio voluto che un Dio saputo. Egli non dice: io so che esiste Dio, ma: «Io voglio che vi sia un Dio»[3].

Ora, ammettere l’esistenza di Dio come voluta e non ammetterla come saputa non pare essere la via per uscire dall’agnosticismo, che è una grave illusione dell’intelligenza, la quale in realtà, partendo dalla conoscenza delle cose create, non può non giungere a sapere che esiste il loro creatore (Sap 13,5; Rm 1,19-20).

Infatti, l’agnostico crede di trovarsi in un punto di vista superiore tra due opinioni secondo lui entrambe vane: il teismo e l’ateismo; e pensa che questa superiore verità, quasi fosse una superiore saggezza, circa il problema di Dio, stia proprio nell’astenersi dallo scegliere tra teismo e ateismo. Per lui tanto il teista che l’ateo sono due cocciuti fanatici. Così l’agnostico fa la figura del liberale, dotato di finissimo acume critico – Kant si considerava così -, che benevolmente concede spazio tanto al credente, quanto al non-credente, mentre lui si considera di larghe vedute, perché ammette entrambe le possibilità.

La realtà è che davanti a Dio come davanti a Cristo non si può non prendere posizione. Non ci si può astenere. Non ci si può sottrarre. Si è davanti ad una verità che non si può ignorare. Anche chiudendo gli occhi, come fa l’agnostico, essa risplende e lo perseguita. Al problema di Dio non si sfugge e non si può non scegliere tra il sì e il no, così come non si può evitare di scegliere tra il mangiare il non mangiare.

O si è a favore o si è contro. Chi dubita del teismo, immediatamente cade nell’ateismo. L’agnosticismo è impossibile. È una vana furbizia. Cristo l’ha detto: «Chi non è con me, è contro di me». L’agnostico vorrebbe dire; «sì» e «no». Ma è impossibile ed è proibito tentarlo. Il farlo, come dice Cristo, appartiene al diavolo.

È un’illusione disastrosa credere di poter servire a due padroni, o credere al contrario di non servire nessuno dei due o di passare dall’uno all’altro. È impossibile essere neutrali. Tutti, esplicitamente o implicitamente, lo vogliano o non lo vogliano, sanno che bisogna scegliere. È come la scelta tra il vero e il falso o tra il bene e il male. Non si può stare a metà; non si può stare per l’uno e per l’altro. Non ci si può disinteressare della cosa.

L’agnosticismo è una costruzione fittizia o uno schermo forzato, che l’agnostico erige dinnanzi a sé per ripararsi dallo sguardo divino e sottrarsi al dovere ed alla responsabilità di prendere posizione. Egli, in realtà sa che Dio esiste, ma non lo vuol riconoscere e inventa la scusa dell’agnosticismo. L’agnosticismo è possibile come scelta ideologica, ma è assurdo dal punto di vista teoretico.

È possibile dimostrare invece che Dio esiste. Ma è impossibile dimostrare la validità dell’agnosticismo, così come del resto è impossibile dimostrare che Dio non esiste. Kant non dimostra affatto il suo agnosticismo, che nasce dal fatto che egli si impiglia in una serie di equivoci e di sofismi, che non gli fanno onore.

Neppure la soluzione del problema dell’agnosticismo è data da posizioni fondamentaliste, di carattere fideistico, sentimentale, intuizionista, ontologista o idealista, per le quali l’esistenza di Dio è verità immediata, sperimentale o aprioricamente evidente, salvo poi a concepire Dio, come fà Karl Rahner, in modo così vago e confuso[4], da non corrispondere affatto al concetto che ci è dato dalla sana ragione e dal dogma cattolico.

Giungiamo a sapere irrefutabilmente che Dio esiste portando alle estreme conseguenze il principio di causalità, che è principio fondamentale della ragione, per il quale, applicando la nozione analogica della causalità, che attiene sia al sensibile che allo spirituale, e riguarda non solo l’ente fisico, ma l’ente come tale, partendo dalla considerazione degli effetti sensibili – le cose che cadono sotto i nostri sensi –, siamo obbligati ad ammettere una loro causa assoluta, ossia creatrice, pena la negazione dell’esistenza delle cose. O Dio o l’assurdo.

L’agnostico non permette alla ragione di percorrere fino in fondo, dall’effetto sensibile immediato alla causa prima, il suo cammino naturale e spontaneo, ma lo blocca senza motivo al livello delle realtà materiali o, al massimo, di quelle spirituali create, come fece Kant, impedendo alla ragione di procedere oltre, fino alla conclusione del processo.

La sospensione del giudizio è prudente, doverosa e giustificabile in tante questioni contingenti o complesse della condotta umana o della cultura, nel campo della scienza, della storia, della politica, della spiritualità, della morale, della medicina, del diritto, dell’arte o della letteratura, dove dubitare può essere saggio ed occorre evitare dogmatismi o giudizi affrettati. Ma laddove la mente umana si trova davanti alla verità, e Dio appare al suo orizzonte, magari nascosto dalle immagini, dai simboli e dalle metafore, dubitare od essere scettici o fare il doppio gioco è cosa abominevole e disonesta.

È impossibile ignorare in buona fede che Dio esiste, come io posso non sapere senza colpa quante sono le isole delle Filippine o quante sono le galassie conosciute. Cristo infatti è il Salvatore dell’intera umanità, per cui tutti un giorno dovremo presentarci davanti al suo tribunale per render conto del nostro operato. Per questo, come dice S.Giovanni, il Logos illumina ogni uomo. Quando incontreremo Cristo, quindi, non ci troveremo davanti a uno sconosciuto, non potremo aver la scusa che non sapevamo della sua esistenza. Chi non crede nell’inferno, non per questo ha facoltà di evitarlo, anzi è proprio colui che maggiormente è esposto al pericolo.

L’agnosticismo, dunque, in fin dei conti, è una posizione innaturale ed insincera. L’agnostico vorrebbe convincere gli altri; ma nonostante la sua spavalderia e la sua falsa sicurezza, il primo a non esser convinto è lui. Lo stesso agnostico sa che l’agnosticismo non regge; sa che esso non può razionalmente giustificarsi e la sua coscienza in fondo lo rimprovera. È una posizione di comodo, per sottrarsi all’arduità dei doveri che Dio ci impone. Ma sostanzialmente scomoda, da non augurare a nessuno.

Per questo lo stesso Kant non se la sentì di professare un agnosticismo assoluto, come per esempio avviene nel problematicismo di un Ugo Spirito, dove nessun problema è mai definitivamente risolto, ma riconobbe nell’imperativo categorico, nella voce del dovere, nella coscienza inflessibile della legge morale il segno dell’esistenza di quel Dio, al quale un giorno – egli pure lo riconosceva – dovremo render conto.


[1]Critica della ragion pura, Edizioni Laterza,Bari 1965, p.510.

[2]Cf Critica della ragion pratica, Edizioni Laterza, Bari 1979, pp.171-176.

[3]Ibid., p.173.

[4]Dio sarebbe oggetto di un’«esperienza apriorica, coscienziale, preconcettuale, trascendentale e soprannaturale», come «vertice dell’orizzonte ultimo dell’autotrascendenza umana» e «Mistero assoluto». Chi ci capisce qualcosa è bravo.

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