Francesco Severi: un matematico verso la Conoscenza

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“La persuasione dell’impossibilità di conseguire scientificamente qualche verità assoluta, tende piuttosto a piegare la mente umana, riverente e umile, di fronte all’infinito ignoto, al mistero che circonda le nostre scarse conoscenze, le quali possono essere integrate soltanto dalla Rivelazione”

Francesco Severi, nato ad Arezzo il 13 aprile 1879, rimasto presto orfano di padre, giunge come docente nella prestigiosa università di Padova nel 1905. Vi rimane per diversi anni, sino al 1921, svolgendo anche la carica di assessore socialista alla Pubblica Istruzione e di presidente delle Aziende municipalizzate del gas e dell’acquedotto.

Tra i suoi colleghi, che non dimenticherà mai, ci sono il matematico cattolico Gregorio Ricci Curbastro e Roberto Ardigò, massimo rappresentante del positivismo sensista e scientista italiano, dopo essere stato sacerdote ed aver deposto prima l’abito talare, poi la fede in Dio, ed infine la vita stessa (morirà suicida).

Come molti socialisti e come lo stesso Ardigò, anche Severi nel 1915 si schiera con gli interventisti, e parte per la guerra. E’ nel 1921 che approda all’Università di Roma per divenirne presto rettore.

Di fronte al fascismo, prima lo avversa, con coraggio (sino a dimettersi dopo l’omicidio Matteotti e a firmare il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925), poi aderisce al regime, dimostrando, come farà anche in altre occasioni, un certo desiderio di potere mondano e di riconoscimenti. Si schiera, però, contro le idee che provengono dalla Germania, secondo cui i libri di Matematica dovrebbero essere classificati e valorizzati in base alla razza degli autori.

Nel campo matematico la sua autorità è indiscutibile a livello mondiale nella geometria algebrica, tanto che nel 1908 ottiene la medaglia d’oro conferita dal IV Congresso Internazionale dei Matematici.

Scrive Piergiorgio Odifreddi: «Emma era figlia di Guido Castelnuovo, che fu uno dei personaggi chiave della matematica italiana della prima metà del Novecento, e insieme a Francesco Severi e Federigo Enriques costituì il terzetto di punta della nostra grande scuola di geometria algebrica. Questa scuola gettò tra il 1891 e il 1949 le basi per lo studio delle superfici algebriche complesse, o degli spazi a quattro dimensioni reali, ed è ancor oggi fiorente in Italia. Anche se l’eredità del nostro terzetto è stata in seguito raccolta da un terzetto di geometri algebrici giapponesi (Kunihiko Kodaira, Heisuki Hironaka e Shigefumi Mori), vincitori tutti e tre della medaglia Fields (nel 1954, 1970 e 1990)»1.

Il nome di Severi compare in tutte le Accademie e Società scientifiche dell’epoca: è uno dei quaranta della Società italiana delle scienze; socio nazionale della Reale Accademia dei Lincei; socio della Reale Accademia delle Scienze di Torino, del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; della Reale Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna; dell’Accademia Prussiana delle Scienze (Berlino); dell’Accademia delle Scienze di Halle (Germania); dell’Accademia delle Scienze della U.R.S.S (Leningrado); della Società Reale delle Scienze di Liegi (Belgio); dell’Accademia delle Scienze di Madrid (Spagna); dell’Accademia di Scienze ed Arti di Barcellona (Spagna); della Società Matematica Spagnola (Madrid); laureato dall’Istituto di Francia (Accademia delle Scienze); dottore in filosofia honoris causa dell’Università di Gottinga (Germania); dottore in scienze honoris causa dell’Università di Toronto (Canadà); professore honoris causa dell’Università di Buenos Aires (Argentina)…

Nel 1939 fonda l’Istituto Nazionale di Alta Matematica che gli è ancora oggi dedicato.

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Un episodio chiave nella sua vita, una vera cesura, è la morte dell’amatissima moglie, l’8 agosto 1952.

A questo “lacerante dolore di una irreparabile perdita“, seguono la propria personale sofferenza spirituale2, le meditazioni presso l’eremo di Camaldoli e il ritorno alla fede cattolica, da cui, come scriverà, “mi ero sciaguratamente allontanato da bambino“.

Il dolore non è però l’unico movente del cambiamento, perchè la conversione di vita si accompagna ad un graduale mutamento di visione del mondo e della stessa scienza: “una paziente elevazione e macerazione del pensiero scientifico m’aveva condotto a poco a poco alle soglie del Mistero, oltre le quali non si può andare che nella luce della Rivelazione3.

Come se ragione e cuore- quanto gli piace Pascal!- avessero condotto, entrambi per vie diverse, o forse per la medesima via, allo stesso obiettivo.

Nelle parole citate c’è la chiave di volta: Severi ha vissuto il clima del positivismo, la fede cieca ed “orgogliosa” nella scienza come fonte di conoscenza unica e completa. Ha abbracciato anche lui, per anni, questa ideologia, nel clima di ottimismo ottocentesco, nel quale “tutto cospirava a dare all’uomo la sicurezza orgogliosa di possedere ormai la chiave per penetrare tutti i segreti dell’universo e l’illusione che nulla avrebbe potuto ascriversi da allora a interventi soprannaturali4.

Ma sono i fatti, sono le nuove scoperte, è la nuova fisica, con la prova della mutabilità e contingenza delle cose materiali, la scoperta della quantistica e con la “dottrina profondamente rivoluzionaria della relatività” di Einstein, con il conseguente “abbandono delle spiegazioni meccanicistiche” e del “cadente edificio del determinismo materialista”, che lo costringono a cambiare idea, a riconoscere che “la scienza non è mai stata così profondamente permeata di metafisica come nel secolo presente“, e a rivivere quella consapevolezza che era già stata, ad esempio, di Blaise Pascal, allorchè aveva spiegato che tutte le scienze “sono infinite nell’estensione delle loro ricerche”, e che la peculiare natura dell’uomo “ci impedisce di sapere con certezza e di ignorare in modo assoluto“, essendo impossibile che “una parte”, l’uomo, conosca “il tutto” (Pensieri, 43).

Vediamo, capiamo, afferriamo, con la nostra mente, qualcosa della verità, quasi a dimostrazione della nostra possibilità di sintonizzarci con la Mente creatrice di Dio, ma il nostro vedere è purtuttavia circoscritto, e questo ci insegna anche il nostro limite.

Noi uomini siamo grandi, dunque, perchè creature di Dio: “E’ verosimile, mi dico, che questa medesima possibilità di porre a me stesso il problema dell’infinito e dell’eterno non sia indice dell’impronta divina nella piccola creatura, che, atomo trascurabile del creato, è capace di racchiudere nel proprio spirito in un attimo di intuizione, la immane grandezza, molteplicità e unità dell’universo?5.

E ancora: Perchè dunque il mondo è comprensibile? Non lo è forse soltanto per la luce che il Signore ha largito alla nostra intelligenza? Non lo è forse soltanto per l’armonia tra la ragione umana e la realtà esterna?6

Ma noi uomini, oltre che grandi, siamo anche piccoli, limitati, perchè “soltanto” creature, e non Creatori: “un mistero in qualche misura impenetrabile resta e resterà sempre nell’esame delle questioni fondamentali dell’universo fisico… vediamo cioè le ombre e non le cose…”, ed anche per questo “le verità scientifiche non sono che pallidi e incompiuti riflessi” del “Vero uno ed eterno”, “non appaganti appieno l’intelletto, nè confortanti il cuore”.

La scienza, scrive Severi, è un progressivo e mai pieno “adeguamento della ragione alla realtà delle cose”, come voleva san Tommaso; essa “ci fa avvicinare progressivamente alla divina Verità”, senza mai potercela mostrare davvero; essa “muove dal mistero e in ogni sua tappa alle soglie di questo ritorna”, dal momento che è impossibile “conseguire scientificamente qualche verità assoluta”: è la fede, quindi, che dà “pace completa all’anima e gli fa vedere dove non ha peranco chiaramente veduto, ma solo intravveduto”7.

“Io nego – scrive l’aretino in un articolo del 1953 – qualunque possibilità alla scienza di conseguire qualcosa di veramente assoluto. L’assoluto è soltanto il dominio della Fede e della Rivelazione e non della scienza. Noi possiamo intravere soltanto lembi di assoluto. Ogni tanto un ardimento della nostra intelligenza ci apre uno squarcio e ci mostra qualcosa dell’eterna Verità, ma il destino dell’uomo nella vita naturale, non in quella soprannaturale, è soltanto di approssimarsi indefinitamente alla verità, senza raggiungerla mai… Se un uomo con la scienza riuscisse a possedere tutte le leggi dell’universo, diverrebbe Dio, capace di creazione e annichilimento. Chi può pensare sennatamente questo? Personalmente lo sforzo che ho fatto da molti anni è stato di sottrarmi a questo insano orgoglio di un sapere definitivo, che la scienza crea in noi; di svelenirmi di quel che il pensiero positivistico aveva sedimentato nel mio spirito e di persuadermi della fatale relatività delle conoscenze scientifiche, senza che questo mi conducesse allo scetticismo verso l’assoluto, ma dandomi anzi la sicurezza dell’assoluto8.

Il concetto chiave cui Severi arriva alla fine delle sue meditazioni, assomiglia molto a quello espresso più volte dal suo amato Albert Einstein, il quale aveva messo in luce da un lato il “miracolo” della “comprensibilità” dell’universo (è incredibile che l’uomo possa capire così tanto), dall’altro l’impossibilità che “i nostri limitati pensieri” possano comprendere interamente “la forza misteriosa che muove le costellazioni”, e può essere riassunto così: se questa vita, pensa Severi, fosse assenza totale di verità, non avrebbe senso questa vita, ma se questa vita fosse possesso pieno della Verità, non avrebbe senso l’altra Vita; dunque la vita è ricerca di una Verità intravista di qua, e posseduta di là. In altre parole ancora: se l’uomo non fosse capace di verità, sarebbe come le bestie; se ne fosse capace in modo pieno, sarebbe Dio.

Quanto all’Incarnazione di Cristo, anch’essa trova giustificazione, per Severi, nella ricerca che l’uomo fa della Verità, e nell’impossibilità dell’uomo di raggiungerla: Cristo-Verità viene incontro all’uomo che lo cerca, ma che, con le sue sole forze, non potrebbe trovarlo.

1Piergiorgio Odifreddi, Repubblica, 17 /4/ 2014. Si aggiunga che Severi andò spesso in Giappone ad insegnare ed ebbe proprio Kodaira come allievo

2Scrive: “Il dolore che l’uomo paventa e fugge è quasi sempre salvezza! E’ la prova suprema della nostra spiritualità: fuggirlo o soffocarlo nella distrazione o nel piacere o nella negazione della vita è peccaminoso; dominarlo e trarne nuova energia è porrre l’anima al suo giusto posto, sopra la carne sofferente” (Francesco Severi, Dalla scienza alla fede, Edizioni Pro Civitate, Assisi, 1960, p. 305)

3Francesco Severi, idem, p. 7.

4Idem, p. 107.

5Idem, p.118

6Idem, p. 328.

7Idem, p. 45,102, 98, 101. A pag. 102-103: “Le più vaste cognizioni dello scibile… non soddisfano la sete del mistero e l’anelito dell’infinito e ci persuadono piuttosto dell’inadeguatezza di ogni mezzo conoscitivo onde raggiungere la quiete spirituale”. Si sente in queste espressioni l’eco di un passo di san Paolo che ha colpito, nei secoli, molti filosofi e scienziati: “… Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro (in enigmate, per enigmi); ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto…” (I Cor, 9-12).

8Francesco Severi, idem, p. 161-162. Scrive ancora: “La persuasione dell’impossibilità di conseguire scientificamente qualche verità assoluta, tende piuttosto a piegare la mente umana, riverente e umile, di fronte all’infinito ignoto, al mistero che circonda le nostre scarse conoscenze, le quali possono essere integrate soltanto dalla Rivelazione” (F. Severi, idem, p. 322).

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