Rinnovamento spirituale benedettino

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Urge un rinnovamento spirituale benedettino, vediamo perché e come. E’ innegabile che la Chiesa di Cristo viva oggi una profonda crisi esistenziale.

I sommi pontefici degli ultimi 50 anni hanno chiamato questa crisi in modi diversi, ma l’hanno comunque evocata – ripetutamente – come uno dei drammi del nostro tempo. Papa Francesco più che l’istituzione Chiesa punta sovente il dito sulle incoerenze dei cattolici, alcuni dei quali arriverebbero addirittura ad ingarbugliare così tanto la propria fede, da far rivivere oggi le antiche eresie dello gnosticismo e del pelagianesimo.

Paolo VI alcuni decenni fa parlò del fumo di Satana che invadeva già allora, e surrettiziamente, la comunità dei credenti. Faccio notare che se tutti noi, dai chierichetti ai papi, siamo soggetti a tentazione e non siamo impeccabili, la Chiesa come tale non è peccatrice e causa di peccato, ma santa, senza macchia né ruga. Se il fumo di Satana, ovvero la presenza del Nemico, attraverso le sue fumose menzogne e le sue eresie, è giunta sino al cuore della cittadella di Dio, è perché i ‘controllori della fede’ hanno mal controllato o hanno strappato il buon grano e tenuto la zizzania.

Benedetto XVI da parte sua era convinto che il concetto di cristianità – ovvero di società umana di ispirazione evangelica – fosse ormai definitivamente archiviato. E che i veri amanti di Dio e della religione dovessero unirsi in luminose isole non isolate, per far vivere lo spirito cristiano allo stato puro e così resistere alla corruzione dei tempi e all’ateismo di massa.

Un autore recente che ha fatto rivivere questo quadro drammatico della perdita d’identità del cristianesimo occidentale è Rod Dreher. Il quale, nel suo libro più noto (cf. L’Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano, San Paolo, 2018), invita tutte le persone che vogliono salvare la civiltà e i costumi, ad impegnarsi in una resistenza interiore alla sottile e inavvertita barbarie che avanza, sotto la forma inedita (e indebita) di progresso, di liberazione dai tabù e di iper-tecnologia transumanista.

Secondo Dreher però questa resistenza culturale all’imbarbarimento dei costumi e all’iniquità delle leggi non può darsi senza una rinascita interiore dei resistenti. E questa rinascita passa per un recupero delle radici spirituali più profonde della nostra storia. La sua proposta è quella di mettersi oggi – in pieno XXI secolo – alla scuola di uno dei più grandi uomini del luminoso Medioevo: Benedetto da Norcia (480-543).

In effetti, se si conosce un minimo la storia del monachesimo occidentale si nota che il cuore dell’ambizione monastica (da san Benedetto sino al card. Schuster, passando per Cluny e dom Guéranger) sia stato sempre quello di riformare in primis l’interiorità del monaco e così formare, in secundis, in modo direi indolore e naturale, una ‘civiltà dell’interiorità’ che pare proprio l’opposto e il solo antidoto al materialismo e all’esteriorismo del presente.

La crisi religiosa di cui sopra ha ben intaccato, danneggiato e sabotato molti ordini religiosi della cattolicità e in qualche modo li ha indeboliti tutti, se non altro per il contesto irreligioso che si è creato in cui è più difficile per tutti, anche nei chiostri e negli eremi, elevare il cuore a Dio. E’ vero però che dopo il Vaticano II e le varie riforme, sono nati qua e là vari nuovi istituti, o hanno preso il via delle buone riforme di antichi ordini, che hanno dato lentamente ma felicemente frutti rigogliosi, tanto più efficaci e preziosi quanto più rari e avversati.

Personalmente conosciamo alcune ottime realtà monastiche francesi, come Le Barroux, Fontgombault, Flavigny e altre, che hanno avuto uno sviluppo notevole di vocazioni e fondazioni e che hanno avuto come novità e peculiarità la più classica ricetta monastica che vi sia: tornare alle radici, tornare alla Regola di san Benedetto (sine glossa), recuperare in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue virtualità la grande Tradizione monastica occidentale.

In questo spirito Padre Massimo Lapponi, benedettino di Farfa e autore prolifico (cf. Il mistero di Fatima, Chorabooks, 2016; Il manoscritto del dottor Bonich, Solfanelli, 2017; e vari testi di spiritualità benedettina tra cui il magnifico San Benedetto e la vita familiare, Libreria editrice fiorentina, 2010), da anni cerca di sviluppare degli ambienti e delle reti in cui riproporre il messaggio austero e formativo del Patriarca dei monaci, in tutta la sua semplicità, il che vuole dire poi in tutta la sua radicalità (non escluso il suo anticonformismo rispetto agli accomodamenti della vita religiosa degli ultimi decenni).

Le meditazioni del sacerdote vengono lette e diffuse da moltissimi laici, e non solo in Italia, innamorati dei valori forti del Vangelo che proprio la vita esemplare dei monaci dovrebbe rendere visibili, ma che spesso – in nome di teorici adattamenti e alleggerimenti – vengono invece traviati e dispersi.

Per recuperare questo patrimonio ricchissimo, don Massimo ed alcuni suoi collaboratori hanno ora deciso di dedicare le loro energie alla nascita di un sito web per diffondere il più possibile l’esperienza acquisita finora e far conoscere ai mendicanti della verità lo spirito benedettino autentico, fedele alla storia ma senza timori nei confronti della contemporaneità: http://www.abbaziadifarfa.it/centro-teologico-benedettino.asp

Così descrive il sito web, che ufficialmente sarà inaugurato l’11 luglio 2018 – festa di san Benedetto – il suo ideatore: “La nostra intenzione è di richiamare l’attenzione non soltanto dei religiosi e delle religiose dell’Ordine Benedettino, ma di quanti sono impegnati nella formazione teologica, nella catechesi e nella vita di apostolato o di testimonianza, con l’ambizione di raccogliere tutti intorno ad un progetto di rinnovamento della vita cristiana e della sua trasmissione che risponda alle vere esigenze del nostro tempo”.

Le vere esigenze dei nostri tempi attengono secondo noi a due concetti di fondo: il recupero delle radici storiche e teologiche della cristianità e la ricerca di una vita religiosa forte (ma equilibrata) da proporre come ideale di vita ai giovani di oggi e di domani.

D’altra parte, secondo don Lapponi, urge insistere sulla formazione cristiana integrale: “Se la dissoluzione culturale (…) estende i suoi tentacoli nello stesso mondo cattolico, ciò vuol dire che la crisi riguarda, in modo particolare, quelli che della formazione cattolica sono i primi responsabili: i sacerdoti”.

La Chiesa per iniziare una riforma interiore che di giorno in giorno si rivela più essenziale e improcrastinabile deve promuovere e riabilitare gli esperti della forma e i custodi tradizionali dello spirito religioso: i monaci! Scrive don Massimo: “In questo senso la vita monastica si pone da una parte come modello della vita sacerdotale, quale si dovrebbe vivere nel tempio del Signore, e dall’altra come modello di una vita laicale che voglia rispecchiare, nel mondo secolare, un riflesso della vita che si ammira nella ‘casa del Signore’. Dunque togliete la vita consacrata dal mistero della Chiesa e tutto si offusca. Si offusca il sacerdozio, che perde il suo modello di vita nella ‘casa di Dio’, e si offusca la vita laicale, che non riceve più il riflesso delle ‘amabili dimore’ del ‘Signore degli eserciti’”.

Il sito del Rinnovamento benedettino sarà il punto di ritrovo di tutti coloro che hanno a cuore la vita religiosa, la vita cristiana, la necessaria resistenza interiore alle mode e alla corruzione, ma altresì l’evangelizzazione dei fratelli attraverso la bellezza, il culto, la ricerca teologica delle ragioni della crisi in atto, la creazione di oasi di vita e di speranza, e la riproposizione sempre attuale – opportune importune – della verità immutabile del santo Evangelo.

Il 4 Novembre del 1961, papa Giovanni XXIII, terziario francescano, rivolse delle calde parole ai pellegrini delle diocesi lombarde, giunti a Roma per il terzo anniversario dell’elezione pontificia, e guidati dall’allora Arcivescovo di Milano, Giovan Battista Montini. Il cuore del discorso papale era incentrato sulla necessaria riscoperta del santo timor di Dio, sottolineata dall’assioma biblico, citato ripetutamente dal pontefice, timor Domini, disciplina sapientiae (Prov 15,33).

Disse il Papa ai numerosi fedeli che “il timor di Dio è regola di saggezza: è, dunque, e sarà sempre la norma di condotta e della azione del buon cattolico” (corsivo mio). Osservò poi, anche grazie alle conoscenze acquisite nello studio della storia della Chiesa che lo appassionò sin da ragazzo: “Nel corso dei secoli si ebbero periodi di più alto o di meno acceso fervore. Tuttavia la nota precipua non è mancata mai: così, a ben riguardare congiunture ed eventi, si ritrova costante la composizione di ogni dissidio o incrinatura o insufficienza nel grande ritorno al timor Domini”.

Fonte: La Luce di Maria

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