Quanto lavoro danno in Italia i giganti dell’hi-tech (che pagano poche tasse)?

cattura

Gli over the tax, le multinazionali della tecnologia che minimizzano le tasse sfruttando i trucchi fiscali per trasferire i guadagni fuori dall’Unione europea, come quelli oliati del doppio irlandese o del cosiddetto sandwich olandese, contribuiscono poco o niente al bilancio dell’Italia ma in compenso — è questa la loro difesa di fronte al tribunale dell’opinione pubblica — investirebbero moltissimo in occupazione. «Creiamo lavoro» dicono a gran voce i country manager italiani di aziende come Apple, Google, Amazon, Microsoft, Ibm e Facebook. Nessuno li contraddice. Ma è vero? No. Guardando i bilanci di queste aziende il risultato è ben diverso: ristrutturazioni continue, decine di milioni per incentivi all’esodo, robot al posto di nuovi assunti e massiccio uso di interinali. La maggior parte di questi uffici locali della Silicon Valley sono fabbriche di impiegati e operai, al massimo di quadri. Sognavate freschi di laurea di puntare a fare i dirigenti in qualcuno di questi brand mondiali? Continuate a sognare.

Più robot che dirigenti

Poche parole, molti numeri: partiamo da Amazon, sinonimo mondiale di successo e ricchezza. Seattle è la città americana con la maggiore concentrazione relativa di milionari, tutti prodotti con le stock option di Boeing, Microsoft e, appunto, Amazon. Ma in Italia il quadro cambia. E di molto: prendiamo una delle principali società con cui opera, la Amazon Italia Logistica. Il gruppo, in quanto a bilanci, è poco innovativo: negli archivi della Camera di commercio non carica i Pdf ma ama consegnare i documenti fotocopiati, una piccola «svista» che non permette di fare delle ricerche per parole chiave. Bisogna scartabellarsi tutto, pagina per pagina. Ma la fatica è ricompensata: su 1.845 occupati nel 2017 sapete quanti sono i dirigenti? Sette (d’altra parte erano 2 nel 2016). I quadri sono 52, gli impiegati 180, gli operai 1.606.

Sempre nel documento si legge che il trend del commercio elettronico è positivo. Tanto che nel 2017 l’azienda ha in effetti investito molto, ma nel sito FC01 a Passo Corese (Rieti), «il primo in Italia a tecnologia robotica (Amazon Robotics)». Il primo ma non l’unico: visto il segnale positivo degli italiani che ormai acquistano sempre di più online, nei bilanci si legge anche che la società sosterrà questa crescita con «l’utilizzo di interinali» e «investendo nel lancio del nuovo sito TRN1 di Torrazza in Piemonte, anch’esso previsto a tecnologia robotica». Dunque: robot, operai e impieghi a somministrazione che, secondo alcuni sindacati, in questi anni sarebbero arrivati anche a 13 mila (numero mai confermato dall’azienda) per supportare i picchi stagionali. Nelle altre realtà italiane di Jeff Bezos la musica non cambia: Amazon City Logistica Srl, per esempio, ha 62 dipendenti di cui 1 dirigente e due quadri. D’altra parte Apple Retail Italia Srl su 1.518 persone ha 1.367 impiegati, 150 quadri e un solo dirigente. Mentre Apple Italia Srl ha 5 dirigenti su 125.
Perché tutte le hi-tech hanno pochi dirigenti e molti interinali?

C’è un motivo sottile: per anni queste società, per giustificare il trasferimento del fatturato e dunque degli utili in zone come l’Irlanda, l’Olanda o il Lussemburgo per eludere le tasse, hanno spergiurato di avere in Italia solo meri uffici di appoggio. Aziende come Apple, Microsoft e Google non vendono ufficialmente nulla. E non producono dunque fatturato «locale», almeno in termini ufficiali. Dunque non hanno stimolato la carriera interna verso la dirigenza proprio per evitare di essere percepite come rilevanti. Per questo motivo la web tax di cui si discute a livello europeo vuole superare il concetto di «stabile organizzazione» sostituendolo con la «significativa presenza digitale». Per lo stesso motivo l’uso del lavoro a somministrazione fa gola perché crea un doppio livello: quello effettivo, che si conosce solo all’interno, e quello percepito che si comunica all’esterno.

Gli interinali, in effetti, non sono solo un fenomeno Amazon. Per restare sempre a un gruppo di Seattle, anche Microsoft Italia ne fa largo uso, tanto che Adecco, una delle principali società che fornisce lavoro a somministrazione, ha formato un ramo ad hoc proprio per tutte le società tech. Si chiama Modis ed è il settore a più ampia crescita. Offre interinali ma ad alta specializzazione, una contraddizione. L’organico medio di Microsoft Italia è passato negli ultimi due bilanci da 830 a 851. Dunque assunzioni? Forse, dipende dalle tipologie di contratti, perché tra questi la percentuale di dipendenti Adecco e di altre società simili è molto alta. In effetti Microsoft è in ristrutturazione da anni: a bilancio 2016-2017 (chiude l’anno fiscale a giugno) ci sono 8,36 milioni di «incentivi all’esodo per ristrutturazione». L’anno prima erano 14,07. E nel nuovo bilancio ne sono attesi altrettanti. Alcune di queste società spendono più di incentivi per mandare a casa che di tasse. Un doppio effetto sociale negativo. Di questi 851, 42 sono «apprendisti» mentre la stima degli interinali è del 25% della popolazione aziendale.
Il favore della legge Fornero

Come mai non se ne parla? Perché dalla Legge Fornero in poi le aziende non devono più spiegare — come avveniva prima — perché decidano di affittare il lavoro invece di assumere. L’impiego a somministrazione va solo indicato in un libro unico del lavoro che deve essere tenuto in azienda per eventuali controlli (più rari che mai oggi). Un’eccezione è quella di Google Italy Srl che conta 36 dirigenti su 205 dipendenti, una percentuale molto alta. In effetti, seppur con un business del tutto immateriale, il gruppo qualcosa vende: pubblicità online per una cifra stimata tra 1,5 e 2 miliardi l’anno. Peccato che nel bilancio ci sia posto solo per 152 milioni (ecco l’effetto del doppio irlandese: il resto va a una società residente a Dublino, senza però fermarsi come credono in molti. La maggior parte di questi miliardi passa poi a una seconda società irlandese con sede in un paradiso fiscale. Google così elude anche buona parte dell’aliquota di Dublino al 12,5 per cento. Motivo per cui non stiamo parlando di liberisti economici ma di corsari fiscali).

La stessa anomalia la si trova anche nelle altre aziende: Microsoft ha un fatturato stimato superiore agli 800 milioni. Nel bilancio se ne trovano solo 262. Facebook Italia dichiara 9,37 milioni di giro d’affari, e paga 267 mila euro di tasse. In sostanza sarebbe una mini fabbricchetta sull’orlo della chiusura a cui il Fisco ha appena contestato 300 milioni di tasse non pagate nel corso degli anni. Anche i gruppi come Ibm, in Italia da molto più tempo, soffrono dal punto di vista occupazionale. Solo in Ibm Italia il personale è passato dai 6.942 del 2012 ai 5.488 del 2016. Si legge nel bilancio: «Il costo del personale del 2016 ha risentito di una procedura di dimissioni incentivate posta in essere». Nella Sistemi Informativi Srl, altra società del gruppo, la perdita di 7,3 milioni «è stata trainata dalla politica di ristrutturazione e ribilanciamento del personale che ha inciso per oltre 12,3 milioni». In soldoni, la società era in utile ma è stata mandata in perdita dai tagli occupazionali.
Alla base di tutto c’è il Fisco

Dunque: i fatturati e gli utili si involano attraverso questi meccanismi verso il Nord Europa per poi rimbalzare in taluni casi fino ai paradisi fiscali come le Cayman. Ma il risultato è che le aziende, nonostante utili record nella casa madre ottenuti propio grazie ai meccanismi predatori di concentrazione della ricchezza, licenziano localmente perché i costi (e i debiti) rimangono nelle singole country come l’Italia. Dovrebbe restare anche l’occupazione, ma sempre più di basso livello e sempre più incerta. Si interrompe così anche il patto «sociale» delle aziende che possono festeggiare i risultati e giustificare contestualmente i tagli. Non chiamiamoli, per favore, «investimenti».

 

Vedi: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/lavoro-italia-hi-tech-tasse-amazon-facebook-google-apple-microsoft-ibm/8580e4ea-68d2-11e8-8268-f285580d0dac-va.shtml

 

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