Il suicidio della Sinistra? Secondo copione (gramsciano)

renzi-mesto

di Stefano Fontana.

Anche per l’ideologia di sinistra la causa del proprio crollo è interna. Si tratta di suicidio. Il Partito della sinistra italiana non poteva non trasformarsi in partito-sistema perché era questo in partenza il perseguimento dell’egemonia culturale indicato da Gramsci. La conquista egemonica del potere doveva passare dalla secolarizzazione delle masse, perché fintanto che in esse vigeva ancora la morale naturale e religiosa garantite dalla Chiesa cattolica nessuna egemonia comunista sarebbe stata possibile. E ora gli eredi, il Pd, lasciano un asfissiante sistema privo di senso a cui le masse si sono ribellate. 

Dalle politiche del 4 marzo alle amministrative di domenica scorsa si è completato il crollo del Partito Democratico e della sinistra in Italia. Lo smottamento aveva lasciato qualche residuo di resistenza che è poi franato, come tutto il resto, al voto per il governo di importanti comuni che hanno fatto la storia del Partito come Pisa e Siena. Il Partito democratico perde anche in comuni che aveva ininterrottamente governato.

Molti si stanno chiedendo il perché di questo crollo verticale e stanno cercando delle spiegazioni. Vorrei anch’io cimentarmi qui in questo esercizio, sostenendo una tesi piuttosto drastica: il crollo della sinistra era inevitabile perché si tratta di un suicidio inscritto nel dna della sua natura ed origine. Non poteva andare diversamente, perché le idee hanno delle conseguenze e quelle gramsciane che stanno alla base dell’esperienza della sinistra italiana avrebbero comportato il suo suicidio che è avvenuto il 4 marzo ed è stato definitivamente certificato nelle urne domenica scorsa.

Il Partito della sinistra italiana non poteva non trasformarsi in partito-sistema, in partito-apparato. In partito-istituzione, in partito-Stato. E non poteva che richiamare, alla fine di questo processo, la ribellione delle masse. Il perseguimento dell’egemonia culturale, indicata da Gramsci come condizione per la vita italiana ed occidentale al comunismo, non poteva evitare che il Partito diventasse il Grande Intellettuale, controllasse i media, l’università e la scuola, dettasse un pensiero unico di cui gli intellettuali – ultimo Roberto Saviano, il nuovo Moravia che parla di poveri e immigrati dal suo attico di New York –  dovevano essere il megafono presso le grandi masse.

La via del blocco storico, pure indicata da Gramsci come strada maestra per la conquista del potere, non poteva non produrre una intesa sistemica tra confindustria e sindacati e un consociativismo militante tra società civile e istituzioni che ha finito per costituire una camicia di forza per ognuno che non volesse allinearsi. Un intrico sistemico di interessi che ha garantito il potere nelle amministrazioni rosse per molto tempo ma che alla fine si è dimostrato un sistema asfissiante e bloccato.

La secolarizzazione radicale delle masse, che il filosofo sardo intravvedeva come effetto dell’egemonia comunista, è stata portata avanti con grande meticolosità, alleandosi senza ritegno con radicali e liberali per togliere agli italiani da sotto i piedi la solidità della morale naturale e cristiana e per approvare con caparbia e intollerante coerenza leggi che, garantendo nuovi diritti, demolissero il diritto.

Da queste semplici considerazioni si può concludere come la trasformazione del Partito Democratico (ex PCI ed ex PDS) in partito-sistema, partito-istituzione, partito-Stato fosse inevitabile. Da qui l’altrettanto inevitabile ribellione delle masse verso un partito e una ideologia che avevano voluto fare la rivoluzione rinunciando a fare le rivoluzione. Il suicidio della rivoluzione, ossia l’idea di realizzare il comunismo in Italia conquistando l’egemonia senza un’azione violenta, comportava la trasformazione del partito in partito-sistema e, quindi, il suo suicidio davanti alla inevitabile ribellione delle masse. Il partito doveva penetrare in ogni angolo della vita pubblica e costruire un blocco storico con tutte le forze sociali guidato da esso stesso. In questo modo poteva permettersi il lusso – per un partito comunista – di non occupare violentemente il potere, ma inevitabilmente avrebbe costruito un potere coeso e diffuso, la cappa di piombo contro cui hanno votato gli elettori il 4 marzo e domenica scorsa.

Questa è una interpretazione filosofica del crollo della sinistra in Italia. Ad essa se ne possono aggiungere altre maggiormente legate a fatti contingenti. Essa, però, rimane centrale, anche perché conferma che il comunismo, in fondo, non è stato che una variante del liberalismo borghese. La conquista egemonica del potere doveva passare dalla secolarizzazione delle masse, perché fintanto che in esse vigeva ancora la morale naturale e religiosa garantite dalla Chiesa cattolica nessuna egemonia comunista sarebbe stata possibile.

Doveva passare, in altre parole, dalla libertà senza verità del pensiero liberale. Ma ecco il punto: quando il partito comunista si fosse trasformato in un partito liberale (o radicale) di massa avrebbe sì ottenuto l’egemonia e il potere, ma sarebbe diventato anche sistema. E un sistema privo di senso, dato che si era impegnato a spegnere tutti i riferimenti di senso legati alla precedente morale pubblica a sfondo religioso. Nei tempi recenti della vita del Partito Democratico proprio questo si è verificato: un partito ormai diventato liberal-radicale che per diventare tale ha dovuto egemonizzare la società e farsi asfissiante sistema privo di senso, suscitando perciò così la inevitabile ribellione. Anche per l’ideologia di sinistra la vera causa del proprio crollo è interna. Si tratta di suicidio.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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