Il secolo pieno di croci

Non è solo un libro di storia. “Un secolo senza croce” (Francesco Agnoli, edizioni Sugarco, pag. 151, € 16,00) è qualcosa di meno, è qualcosa di più. L’autore si volge indietro per affrontare la storia del “secolo breve”, così come è definito il Novecento, nella convinzione che molte cose si sono dette, ma forse censurata la natura più radicale.

Il suo non è il noioso ripetersi di date, di uomini, di guerre e di retroscena politici/militari con cui altri storici di professione dettagliano i loro studi sulle vicende del secolo passato. Agnoli ripercorre la storia del XX secolo, non attraverso la cronaca, ma indagandone l’anima profonda, cogliendone le ferite, ultimamente, l’orrido abisso in cui il cuore dell’uomo è andato scivolando. Il suo pamphlet non si può definire quindi solamente storico, nel senso più tecnico della parola, quanto uno studio originale di storia ateologica del secolo appena varcato. E’ l’assenza di Dio la ragione ispiratrice di un secolo (ahimè tutt’altro che “breve”, i cui effetti sono ancora mortiferi) tracimante di lutti, cadaveri, orrori come mai nella storia dell’umanità. Quello appena varcato è un lungo inverno dell’umano sottoposto al ghiaccio di ideologie materialistiche, positivistiche, nichilistiche.

Il credo di questi pensieri filosofici, politici, culturali si compone di due articoli dogmatici: “Dio è morto” di nietzchiana memoria e l’avvento del Regno dell’uomo. In sostanza, senza Dio, l’uomo – questa è la pretesa delle ideologie, solo apparentemente contrapposte, del nazional socialismo e comunismo – è finalmente libero… di autodistruggersi. Il lavoro, proprio perché non indugia in puntigliosità cronachistiche, è agile e appassionante.

Non riducendosi ad un excursus dei fatti, Agnoli lo attraversa con la bellezza e la drammaticità sintetica della poesia e letteratura italiana e straniera da Ungaretti a Leopardi, da Monti ad Alfieri, da Svevo a Lussu, da Bernanos a Dostoevskij con le sue intuizioni di fine ‘800 per le quali “senza Dio, tutto è lecito”. Anche la letteratura di regime viene censita per far calare il lettore, con la voce dei cantori di corte, nel humus ideologico e nelle perversioni degli intenti di certe posizioni filosofiche e culturali. La conseguenza di un “secolo senza croce”, ossia di un pensiero che abbia eliminato dall’orizzonte del proprio vivere la Presenza di Dio e quindi di quella realtà sperimentalmente incontrabile che è la Chiesa, è un secolo colmo di croci.

L’architettura dello studio di Agnoli è semplice. Il 900 è il secolo “senza dubbio il più violento e sanguinario della storia umana”. L’ateismo nelle varie forme in cui si è costituito, da un lato si è prefisso di eliminare la presenza cristiana dalla storia. In secondo luogo, si è proposto di annichilire l’uomo, privandolo di una dignità trascendente e ridimensionandolo a pura materia, utile ad ogni forma di manipolazione. Eppure l’autore non si limita a decifrare il secondo scorso, ma introducendo la categoria del “senza croce” offre la possibilità di “leggere” il tempo che stiamo vivendo.

Sorprendentemente, il pamphlet di Agnoli si chiude con un capitolo sul suicidio nella storia e sull’aumento dei suicidi in Giappone. Non uno Stato retto da un totalitarismo, ma un popolo “senza un Dio padre di tutta l’umanità e presente in ciascuno di noi”. Il suicidio diviene l’estrema forma di autodeterminazione. In quest’ultimo scorcio, il lettore è come avvertito. Non c’è bisogno di dittature totalitaristiche nelle forme conosciute nel XX secolo. La sola cancellazione dei segni cristiani, il relegamento a forma puramente privata della religione, il relativismo come dogma culturale che sancisce l’impossibilità di giungere ad alcuna verità, se non appunto la verità inoppugnabile di tal assunto, non sottraggono il nuovo millennio dal dramma della dissoluzione dell’umano. L’aborto, l’eutanasia, le sperimentazioni sugli embrioni, la sterilizzazione di massa sono gli esiti di una cultura attraversata dalla noia e dalla pretesa dell’io di essere Dio.

Le pagine del lavoro di Agnoli raccontano tuttavia anche della passione di uomini vivi (da Solzenicyn ai ragazzi della «Rosa bianca», sino a Harry Wu, Oscar Biscet ed Armando Valladares), di uomini e donne disposte ad essere crocifisse pur di “piantare”, nelle travagliate vicende della storia, la croce di Cristo.

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