Dalla Fides et Ratio al recupero della Tradizione

fid1-632x420Il 2018 comporta molti felici anniversari, specie per chi condivide con noi una lettura cristiana della storia. Per esempio nel 1958, esattamente 60 anni fa, moriva il pontefice, immenso quanto calunniato, Pio XII (1939-1958). Il suo magistero ha illuminato non solo la prima metà del Novecento, ma è stato continuamente citato e ripreso dai suoi successori fino ad oggi, o almeno fino a ieri. E’ di gran lunga il Papa più citato nei 16 documenti del Vaticano II. I suoi scritti hanno trattato innumerevoli questioni etiche, scientifiche, artistiche, ecologiche, filosofiche, sportive, politiche, etc. E sempre con una maestria e una saggezza inarrivabile. Speriamo sia beatificato e canonizzato al più presto.

Un altro anniversario, un po’ celato in verità, è il seguente. Nel 1998, precisamente 4 lustri fa, Giovanni Paolo II pubblicò una delle massime encicliche del pontificato (1978-2005) e uno dei più autorevoli documenti dell’intero magistero della Chiesa. La Lettera enciclica Fides et ratio infatti, chiudeva una triste epoca di teologie sbandate e contraddittorie, riallacciandosi alla filosofia perenne di Tommaso d’Aquino (1225-1274) e condannando il pensiero laicista e il suo versante cattolico (il migliore commento sta in Antonio Livi, Fede e ricerca, edizione Leonardo da Vinci, 2013). Questo versante aveva le stigmate del neo-modernismo, e tornò in auge dopo Vaticano II, malgrado la denuncia di autori come Etienne Gilson, Cornelio Fabro e Augusto del Noce.

Ma che cosa era accaduto nella Chiesa e nel mondo nei decenni appena precedenti? Ebbene, in un mondo successivo alla seconda guerra mondiale, in cui il crollo dei regimi fascisti e la sfiducia verso i regimi autoritari (come quelli di Franco, Salazar, Pinochet, etc.) aveva finito per prevalere, le sfere religiose credettero che fosse giunto il momento di “buttarsi a sinistra”. O, come dicevano alcuni, di seguire il senso della storia.

In Italia nei titanici anni ’70, tutto ciò fu visibilissimo. Se da un lato solo la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano si opposero alle leggi sul divorzio (1974) e sull’aborto (1978), buona parte dei teologi in vista e dei leader del cattolicesimo impegnato, si schierarono con il cosiddetto mondo del progresso, della libera scelta e del vietato vietare.

In due libri di grande interesse (Il divorzio in Italia, Mondadori, 2009 e L’aborto in Italia, Mondadori, 2011), Giambattista Scirè, fornisce delle preziose liste di cattolici e sacerdoti, che invitarono a votare contro l’insegnamento comune della Chiesa. Tra essi, spiccano i nomi di Mario Gozzini, Pietro Scoppola, Raniero La Valle, Paolo Prodi, FrancoBassanini, Giuseppe Alberigo, Giancarlo Zizola, Adriana Zarri, l’abate Franzoni e Carlo Carretto, detto il profeta di Spello.

Ma questo scollamento tra l’insegnamento del Vangelo e le avanguardie del cattolicesimo fu solo un epifenomeno all’interno di una divaricazione, assai più antica e profonda. Il filosofo Jacques Maritain osservò che il modernismo, condannato da san Pio X come “sintesi di tutte le eresie” nel 1907, non era che un “raffreddore da fieno” in rapporto a quel neo-modernismo che si iniziava a intravedere negli anni ’60 (cfr. J. Maritain, Le paysan de la Garonne, 1966).

In questo quadro, descritto in modo assai critico da teologi come Cornelio Fabro e Divo Barsotti, nessun cattolico aveva più il diritto di sollevare critiche all’evoluzione storica, in quanto essa non poteva che essere la perfetta esplicitazione della volontà di Dio.

Così, gran parte dei politici cattolici smise di condannare il comunismo, le eresie, e perfino il materialismo e l’ateismo. Infatti il condannare, secondo questa nuova tendenza, sarebbe l’unica posizione certamente condannabile.

Giovanni Paolo II, figlio di una Polonia antitetica a nazismo e comunismo, iniziò pacatamente il suo pontificato per non creare imbarazzi ai presuli occidentalizzati e modernizzati, in sintonia con le nuove teologie liberal.

Ma nel 1998, emanando la Fides et ratio riprese il linguaggio e i toni di Pio XII e denunciò lo storicismo, lo scientismo, il neopositivismo, il pragmatismo e il nichilismo (tutto ciò ai numeri 87-90). In modo, indiretto Giovanni Paolo II chiama sul banco degli imputati anche il democratismo liberale, accusando quella logica secondo cui la “ammissibilità o meno di un determinato comportamento si decide sulla base del voto della maggioranza parlamentare” (n. 89).

Ma ciò che qui fa riflettere è, più che le singole condanne dottrinali, la svolta papale che consiste nel voler resistere apertamente al pensiero dominante, contro tutti i teologi infatuati del progresso storico del mondo contemporaneo. I cattolici d’avanguardia, dopo l’avanzata del secolarismo negli anni ’70 e ’80, considerarono vinta la battaglia delle idee: la Chiesa per loro era ormai una immensa onlus umanitaria che guarda ineluttabilmente in avanti e a sinistra…

Giovanni Paolo II invece, in quel documento lamenta che “negli anni che seguirono il Concilio Vaticano II”, si ebbe un “certo decadimento” nella filosofia e nella teologia.

Oggi abbiamo bisogno di riprendere al più presto il cammino della Tradizione la quale, viva e vegeta, deve riappropriarsi dei suoi diritti sulle anime, sulle comunità, sulle facoltà, sulle scuole di teologia, sulle curie e sulle stesse cattedre episcopali!

La nuova edizione del manuale di mons. Antonio Livi giunge a pennello per tale proposito (cf. A. Livi, Vera e falsa teologia. Con un’appendice sugli Equivoci della teologia morale dopo l’Amoris Laetitia, Roma, 2018, pp. 420, euro 25). Quest’opera non è una pubblicazione tra le altre, ma resterà una pietra miliare, un punto fermo, una via obbligata per correggere la rotta della teologia, del pensiero e dello stesso modo di ragionare.

In un mondo impastato di mobilismo e di iperattivismo, giova ribadire che i contenuti del testo di Livi saranno ugualmente veri anche tra 20, 30 o 50 anni. E al più presto bisognerà fare marcia indietro, dopo aver purificato l’approccio al vero e alla realtà, per poi riprendere la strada dell’autentica teologia, quale mezzo di espressione della Rivelazione e non di elucubrazione soggettiva dei docenti.

La Fides et ratio va letta, studiata e capita in tutte le sue virtualità e 20 anni dopo la sua promulgazione è più autorevole che mai, poiché fondata sulle verità non effimere della metafisica e della teologia perenne. Oggi, la sua attualizzazione critica si trova nelle opere di mons. Livi, e soprattutto in quest’ultima.

I problemi del mondo troverebbero presto una giusta risposta se gli uomini di Dio, quale che sia la loro storia personale e il loro orizzonte culturale, si rimettessero a pensare e a vivere tenendo conto del punto di vista di Dio, e non delle loro fallibili viste umane.

La scienza della fede a cui ci richiama da mezzo secolo Antonio Livi non è roba per specialisti o pseudo-intellettuali multi-diplomati, ma è la verità del Vangelo letta nell’unico modo possibile: con le categorie di bene/male, vero/falso, coerente/incoerente. Ovvero con le categorie di quel pensiero logico, plausibile e pacifico (ratio) che ci proviene dalla stesso Autore della Scrittura (fides).

Fonte: La luce di Maria

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