24 colpi di pistola

pistolaCerte storie minori hanno da insegnare ai posteri più di tanti eventi ritenuti per mille ragioni importanti e significativi. Nelle pieghe della storia umana e nei suoi dettagli più infimi si trovano a volte delle situazioni e degli accadimenti i quali, in ciò che hanno di buono e di cattivo, di ottimo o di pessimo, possono farci riflettere a lungo.

Chi conosce per esempio la tragica storia di Concetta Della Corte, nata nel 1935 e morta ammazzata nel 1959?

Quasi nessuno credo, tranne forse nei paesi in cui si svolse la sua breve e bella esistenza. La sua vita però ci offre uno spaccato della lotta del bene e del male, quale raramente accade nelle biografie degli uomini più noti e illustri della storia. Tutti i dati che riportiamo sono tratti da un minuto libretto che abbiamo reperito casualmente, o provvidenzialmente (cf. Ornella Chiara Brocchi, Ventiquattro colpi di pistola, edizioni Tabor, Roma, 1959, con imprimatur).

Il 3 marzo del 1935, Concetta nacque a Villa di Briano in provincia di Caserta. Fu chiamata Concetta per la devozione della mamma, Angelina Petrillo, all’Immacolata Concezione di Maria. Il padre, l’agricoltore Bartolomeo, la cullava teneramente. La bambina si mostrava sveglia e precoce e “in tenerissima età già sapeva rispondere alle domande del catechismo di Pio X” (p. 4) con cui allora si educavano i fanciulli alla fede e ai sacramenti.

“Anche quando, a distanza ciascuno di due anni, vennero a rallegrare la casa Giuseppe, Emilia, Giacomina e Antonietta, la primogenita che chiamavano col grazioso diminutivo di Titina, rimase la prediletta del padre” (p. 5). Fin da piccola, Concetta-Titina sviluppò una pietà e una devozione assai pronunciata, sostenuta in particolare da due zie molto devote che divennero poi religiose.

A 6 anni iniziò la scuola e Concetta si istruì ben bene, ricevendo a tempo debito la Prima Comunione e la santa Cresima. “Fin da piccina come Angioletto appartenne all’Azione Cattolica. Iscritta anche all’Apostolato della Preghiera, non mancò mai di offrire le sue giornate per le grandi intenzioni proposte dall’Associazione” (p. 9).

Adolescente si mantenne riservata, molto pia e costantemente di buon umore: era stimata da tutti in famiglia e in paese.

“Era dunque una vita tranquilla e serena quella di Concetta Dalla Corte e tutto poteva far pensare che sarebbe continuata con quel ritmo eguale e quasi monotono. Invece non fu così” (p. 14).

Un giovane, di nome Domenico si innamorò follemente della bella fanciulla e questa passione cieca e non regolata dalla ragione, rese rara, tristissima ma anche edificante la storia della nostra Concetta.

Domenico apparteneva ad una famiglia di agricoltori, ma tra i suoi familiari più di uno aveva avuto problemi con la legge. Lo stesso padre del ragazzo era finito in carcere per ignobili motivi.

Fatto sta che durante la primavera del 1956, il giovane innamorato si presentò a casa Della Corte per chiedere la mano della figliola, come era uso nei paesi di mezza Europa fino a mezzo secolo fa. Allora infatti i giovani fidanzati si frequentavano assai meno di oggi: i matrimoni però duravano molto di più…

Poco dopo, un secondo spasimante di nome Silvio si recò dal padre di Concetta. E questo, contrariamente al primo, fu ben accetto sia alla giovine che alla famiglia.

Ma questo Silvio, saputasi la cosa in paese, fu minacciato duramente da Domenico e dai suoi fratelli. Sembra di assistere alle pretese di don Rodrigo o dell’Innominato sulla Lucia dei Promessi Sposi, ma qui siamo nella realtà non nel romanzo!

Nel mezzo di questa disputa, Concetta decise di ritirarsi in un convento, presso cui viveva sua zia suor Giuseppina, per cambiare aria e per vederci più chiaro circa il suo avvenire. Così, “Il 20 ottobre del 1957 il convento delle Ancelle del Sacro Cuore di Meta di Sorrento aprì le sue porte per ricevere la povera fuggiasca. Tra quelle ottime religiose così affettuose e comprensive, Concetta si sentì sicura e confortata” (p. 18).

Dopo un paio di mesi, Concetta volle far ritorno al suo paese natale. “Purtroppo la giovane ebbe ad accorgersi assai presto che la passione ardeva ancora nel cuore di Domenico Cantile e così viveva senza gioia e senza tranquillità” (p. 20).

Domenica 3 maggio del 1959, Domenico assieme a suo fratello Isidoro, mentre la famiglia Dalla Corte si stava recando a messa, cercò in un agguato di rapire la giovane. Con le pistole in mano i due delinquenti terrorizzarono i genitori di Concetta e cercarono di farla salire nella loro macchina. Ma lei resistette come un leone, e fece infuriare ancor di più i suoi aguzzini. Domenico, che era uscito da poco dal carcere e che si era ben meritato il nomignolo di Mimì Giuda, usò le maniere forti.

E assieme al fratello sparò, contro Concetta e il padre Bartolomeo, 24 colpi di pistola.

Con linguaggio forse desueto ma sempre toccante, il nostro libriccino commenta così la morte della giovane: “La vittima della purezza ebbe il petto squarciato da sette proiettili. Sono ora, e per tutta l’eternità, sette rose splendenti” (p. 24).

Poco tempo dopo gli assassini furono arrestati e messi in prigione.

“I funerali di Concetta Della Corte sono stati quasi una apoteosi. Una folla immensa, venuta anche dai paesi circonvicini e tale che Villa di Briano non aveva mai veduta, venne a pregare in quella chiesa dove la giovane che preferì morire ma non peccare, si era tante volte inginocchiata” (p. 24).

Morire, ma non peccare è il classico motto dei santi. Qui il peccato sarebbe stato quello di accettare passivamente, per timore di violenza, di salire in quella macchina e di subire i soprusi che l’innamorato folle avrebbe certamente fatto patire alla sua vittima.

Cosa insegna al lettore di oggi la remota vicenda sintetizzata qui sopra?

Che nella vita il coraggio, la coerenza, la fede e la fedeltà alla propria coscienza sono i migliori ideali da perseguire, costi quel che costi. La devozione cristiana poi, lungi dall’essere come a volte dicono i mondani, qualcosa per vecchiette, stupidoni e donnicciuole, è al contrario altamente formativa e ottimo lievito di forza, libertà morale, onore e senso della propria dignità.

Da ultimo, aggiungo qualcosa di più personale. A volte, chi scrive molti articoli, è fatale che si interroghi sottovoce: Cui prodest? Ovvero, a che giova? Ore ed ore di studio, di ricerca, di redazione e di pubblicazione per un pubblico ristretto e specie oggi, piuttosto svogliato di letture e di riflessione… Non si ha tempo neppure per il Tg serale, figuriamoci se lo si avrà per la lettura e la formazione personale.

E invece no. Anche un libretto di una poco conosciuta Ornella Chiara Brocchi, peraltro autrice di molte opere di spiritualità, può per vie inattese, e anche oltre mezzo secolo dopo, spronare persone a cui non era minimamente indirizzato, ad una vita più virtuosa e cristiana.

Fare del bene ha sempre dei risvolti profondi e inattesi per qualcuno. Fare del male idem.

Fonte: La luce di Maria

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