TRA BEST INTEREST E BEAST INTEREST

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A Repubblica pare che ragionare di filosofia sia diventato secondario rispetto alla ricerca della Verità e dopo il triste intervento della prof.ssa Marzano si replica con la sociologa Chiara Saraceno che addirittura si spinge ad ipotizzare una sorta di dittatura educativa dello Stato che superi la funzione naturale  dei genitori, a tal punto da sostenere una sorta di incapacità ontologica dei genitori ad essere per “dovere metafisico” quello che la Natura gli affida.

Ritengo che sia opportuno fare chiarezza per ragione naturale su quanto per ideologia si tenta di scardinare.

Per quanto concerne il ruolo naturale della famiglia e dell’essenza della persona umana, ci affidiamo allo Stagirita che ha pagine molto illuminanti. 

Aristotele sostiene che l’importanza dell’educazione è bivalente: con essa l’uomo concorre alla realizzazione della propria felicità da un lato, e dall’altro tutta la società ne trova giovamento. L’uomo acculturato è più aperto, o dovrebbe esserlo anche sulle questioni di principio.

Per questo non è di poca importanza che fin da giovani si sia abituati in un modo oppure in un altro; è, al contrario, supremamente importante o, piuttosto, è tutto lì. 

Su questa base Aristotele propone che lo stato cominci ad occuparsi dell’educazione dei bambini non prima dei sette anni (sarebbe il concetto attuale di scuola).

Tocca ovviamente alla famiglia occuparsene prima, perché il suo compito è insostituibile, neppure dallo Stato.

Compito della Metafisica è riflettere su l’essere in quanto essere, ovvero ricercare i principi e le cause dell’essere in quanto tale. Sebbene secondo Aristotele non si possa parlare dell’essere in maniera assoluta, come faceva Parmenide, perché il termine “essere” ha molti significati diversi, è comunque possibile rintracciare dietro questa molteplicità un unico principio. Tale principio corrisponde al concetto di “sostanza” (ousia): essa è l’essere per eccellenza in quanto essa sola, tra tutte le categorie, può sussistere separatamente.

I modi in cui si può intendere la “sostanza” sono riconducibili a tre fondamentali. Tra questi, il primo che ci interessa prendere in considerazione è “to ti èn èinai” (“quod quid erat esse“) vale a dire “ciò che l’essere era”, dove la ripetizione del verbo essere evidenzia il fatto che nella sostanza si conserva l’essenza stessa dell’essere, ovvero ciò che rende quell’essere determinato proprio ciò che è e non qualcos’altro. In questo senso, come lo stesso Aristotele precisa nel libro VII della Metafisica, la sostanza è anche “aitia” (causa) e “archè” (principio) dell’essere, perché è ciò che non è riducibile ai suoi componenti, ma è la loro unità indissolubile. 

La formula aristotelica evidenzia quindi il fatto che nell’essere, in ogni essere, v’è qualcosa che rimane necessariamente immutato. In altri termini, che un’essenza immutabile determina la natura di ogni essere particolare e, al tempo stesso, fa in modo che quell’essere esista.

Su quale base la dott.ssa Saraceno ipotizza il diritto di definire e rappresentare l’interesse del bambino da parte dello Stato prescindendo dal valore della vita ma immergendosi nel valore sociale della produttività?

È la visione materialista e relativista della persona umana che conduce a questa aberrazione della concezione dell’uomo. Non si può prescindere dalla metafisica e dalla Verità nella nostra ricerca del senso della vita, altrimenti ogni vita perde la dignità e il senso profondo del suo Essere, anche nella sofferenza e nella malattia.

È significativo che questi editoriali siano pubblicati da Repubblica a ridosso dell’anniversario della liberazione; sono uno stimolo a comprendere quanto certa ideologia post marxista pontifichi sulla libertà del popolo italiano e decida con arroganza chi abbia diritto a respirare o morire.

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