Gaudete et exsultate

gaudete-et-exsultate-1024x666-646x420Il 9 aprile del 2018 papa Francesco ha proposto ai cattolici una nuova esortazione apostolica, la Gaudete et exsultate, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo.

Il papa si colloca nella tradizionale via di accompagnamento e incoraggiamento spirituale nel cammino di perfezione che tutti i battezzati, per piacere a Dio, hanno il dovere di compiere. Ovviamente, non mancano gli accenti tipicamente bergogliani nel documento. Però rispetto ad altri testi più noti, come l’Amoris laetitia, qui ci si trova immersi in quel perenne flusso della santità, che si è manifestato sempre nella vita vissuta della Chiesa, dai primordi sino alla non facile età contemporanea.

Papa Francesco non intende fare un completo “trattato sulla santità”, ma “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità” (n. 2).

Parlando dei “santi della porta accanto” e della “classe media della santità” (n. 7), il documento sottolinea che esistono dei veri santi anche tra coloro che non sono stati beatificati e canonizzati dalla Chiesa, il che appare ovvio e indiscutibile. Secondo Francesco, “il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo” (n. 6, corsivo mio). Questo fa capire che la distruzione delle frontiere, delle tradizioni e delle culture dei vari popoli della terra è certamente un male, e che parallelamente la nazione e la salvaguardia delle identità storico-culturale dei popoli cristiani sono dei grandi beni, anche per l’esercizio delle virtù cristiane.

Citando le magnifiche figure di santa Ildegarda (1098-1179), santa Brigida (1303-1373), santa Caterina da Siena (1347-1380), santa Teresa d’Avila (1515-1582) e santa Teresa di Lisieux (1873-1897) il papa insegna così: “Tra le diverse forme, voglio sottolineare che anche il genio femminile si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo” (n. 12). Qui si ha, seppur in nuce, una confutazione dell’astrusa teoria del gender secondo cui il sesso biologico nativo, non determinerebbe il sesso reale della persona. Se perfino nella santità, ovvero nell’esercizio eroico delle virtù cristiane, la donna ha un genio proprio e qualificante, ecco che la distinzione tra uomo-maschio e donna-femmina risulta chiara e per fortuna insopprimibile.

Al n. 7 il papa parla di “santità della Chiesa militante”. Questa espressione classica era stata sostituita, dopo la svolta conciliare, con quella meno impegnativa di Chiesa pellegrinante. Ma in effetti i cristiani-cattolici, specie quelli che zelano la Casa di Dio e il suo onore, sono come una santa milizia nel mondo, al servizio del Sommo Capitano Gesù Cristo (come direbbe s. Ignazio di Lojola)… E ogni cresimato è un soldato di Cristo come insegna il catechismo di s. Pio X.

Contro l’attivismo mondano, il testo ricorda che “Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione” (n. 26). Forse si doveva chiarire meglio cosa si intende qui per contemplazione.

Più volte nel documento, risuonano echi critici verso il mondo contemporaneo e questi echi sono certamente giustificati. Si nota, per esempio, che “le continue novità degli strumenti tecnologici, l’attrattiva dei viaggi, le innumerevoli offerte di consumo, a volte non lasciano spazi vuoti in cui risuoni la voce di Dio. Tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori ad una velocità sempre crescente” (n. 29). La contemporaneità come tale sfavorisce la vita cristiana autentica: la vita cristiana però è il criterio, non il periodo storico in cui si vive…

Il papa conclude il primo capitolo citando Léon Bloy – scrittore passato dall’anticlericalismo della giovinezza al nazionalismo e al fervore religioso della maturità – il quale scrisse che nella vita “non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi” (n. 34).

Il secondo capitolo è dedicato alla confutazione di due antiche eresie, ancora presenti nella cristianità: lo gnosticismo e il pelagianesimo. “In esse si esprime un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica” (n. 35). Certo debbono sentirsi male tutti coloro – abbondantissimi tra i teologi di professione – i quali vanno sostenendo da decenni che il concetto di eresia è superato; e che, in ogni caso, bisogna comporre con l’eresia e non condannarla. Ma il documento condanna, condanna e condanna…

Il papa non si riferisce ai “razionalisti nemici della fede cristiana” (n. 39), ma ai sabotatori interni, ai neo-eretici insomma. Beh, è da tempo che non sentivamo definire i razionalisti come nemici della fede cristiana, ma essi lo sono e, purtroppo, lo saranno sempre. In modo comunque aperto e dunque meno pericoloso dei nemici interni.

“Che il Signore liberi la Chiesa dalle nuove forme di gnosticismo e di pelagianesimo che la complicano e la fermano nel suo cammino verso la santità! Queste deviazioni si esprimono in forme diverse, secondo il proprio temperamento e le proprie caratteristiche. Per questo esorto ciascuno a domandarsi e a discernere davanti a Dio in che modo si possano rendere manifeste nella sua vita” (n. 62).

Siamo tutti avvertiti: esistono errori ed eresie, deviazioni e ideologie che distruggono la fede, la morale e la virtù. Ognuno le allontani e le combatta come può. E nessuno dica che non si deve giudicare: è proprio quello che ci invita a fare il Pontefice.

Nel capitolo terzo, il testo spiega che la santità è la vita secondo le beatitudini evangeliche alla luce degli esempi dei santi.

Il papa cita il fondatore dei gesuiti che predicava ai suoi seguaci la santa indifferenza, “in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga piuttosto che quella breve, e così in tutto il resto” (n. 69). Ideale bello e austero, ma sempre non facile.

Se Gesù loda coloro che piangono, “il mondo ci propone il contrario: il divertimento, il godimento, la distrazione, lo svago, e ci dice che questo è ciò che rende buona la vita” (n. 75). Bisogna scegliere: o con Cristo o con il mondo, tertium non datur. E questo vale per tutte le beatitudini: la mitezza, la purezza, la povertà volontaria e accettata, il desiderio di giustizia e di pace, l’amore dei nemici per amor di Dio…

Il pontefice si dilunga anche sull’aiuto al povero e allo straniero come attitudine tipica dei santi, per esempio san Benedetto (cf. n. 102). Ma bisogna prendere l’esempio dei santi più che imitarli alla lettera, sennò si corre il rischio di letteralismo e di fondamentalismo esegetico. Far mancare qualcosa di necessario ai propri figli, per sfamare i figli altrui resta del tutto inaccettabile. Ed essendo ogni popolo una famiglia, le autorità preposte alla tutela del bene comune, debbono pensare prima ai propri figli, poi agli altri (cf. Laurent Dandrieu, L’Eglise et l’immigration, Paris, 2017).

“Il consumismo edonista può giocarci un brutto tiro, perché nell’ossessione di divertirsi finiamo con l’essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e nell’esasperazione di avere tempo libero per godersi la vita” (n. 108). Quindi né dobbiamo cedere noi occidentali all’edonismo, né tanto meno dobbiamo invitare altri popoli a prenderne parte! La povertà è una grazia, mentre il consumismo, ricercato oggi da molti non europei che migrano nel pianeta, è una sciagura: è una dis-grazia.

I santi portavano Dio al prossimo, non certo i vantaggi della tecnologia e del cosiddetto progresso, il quale non raramente è unito ad un materialismo da cui tutti dobbiamo cercare di evadere.

Al capitolo quarto, papa Francesco cita come mezzi ordinari di santificazione, “i diversi metodi di preghiera, i preziosi sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione, la direzione spirituale, e tanti altri” (n. 110). Importante sia l’offerta del sacrificio e la sua rivalutazione, sia la direzione spirituale, oggi completamente abbandonata nelle parrocchie.

Il testo si diffonde sulle virtù da coltivare come la fermezza, la gioia e l’umiltà. “L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità” (n. 118). Da meditare.

Si parla anche dell’allegria e del senso dell’umorismo, tipico di certi santi come Tommaso Moro o Filippo Neri. Ovviamente il papa non si riferisce alla “gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia” (n. 128).

Il presupposto del cammino di santità è la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio (cf. Eb 11,6). “Se veramente riconosciamo che Dio esiste, non possiamo fare a meno di adorarlo, a volte in un silenzio colmo di ammirazione, o di cantare a Lui con lode festosa. Così esprimiamo ciò che viveva il beato Charles de Foucauld quando disse: Appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo fare altrimenti che vivere solo per Lui” (n. 155).

Il quinto capitolo si chiama Combattimento, vigilanza e discernimento e si concentra sui pericoli e sui rischi della vita cristiana. “Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male” (n. 159).

Papa Francesco parla spesso di satana mostrandone l’esistenza, l’essenza e la nocività, e questo testo non fa eccezione. A proposito del fatto che molti cattolici e perfino dei sacerdoti dubitano dell’esistenza del diavolo, il documento spiega: “Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità” (n. 161).

Se il diavolo non avesse consistenza, la Bibbia sbaglierebbe decine di volte. Ma come scrisse Baudelaire, “La più grande astuzia del diavolo è convincerci che lui non esista” (Le Spleen de Paris, 1869).

Bisogna pregare e lottare, amare Dio e il prossimo. Ed esercitare l’esame di coscienza e la sana autocritica. “Il cammino della santità è una fonte di pace e di gioia che lo Spirito ci dona, ma nello stesso tempo richiede che stiamo con le lampade accese […]. Perché coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi” (n. 164).

Insomma prendiamo tutti sul serio la nostra vita cristiana e puntiamo non alla mediocrità, ma alla santità.

Fonte: La luce di Maria

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