UN VESCOVO SCRIVE ALLA SANTA SEDE

vescovo 

L’epoca nella quale viviamo è caratterizzata da una fortissima contrazione degli spazi e dei tempi dovuta, almeno in parte, dall’immenso sviluppo degli strumenti di comunicazione; ogni giorno migliaia di parole scritte, articoli e interviste passano sotto i nostri occhi; difficilmente si imprimono nella nostra mente per una proficua riflessione. Inoltre, la possibilità di espressione, a tutti garantita dalla rete, fa sì che molti, direi moltissimi sono coloro che parlano, ma non tutti con la stessa ponderazione e autorevolezza. Non esprimo con ciò un giudizio: mi limito semplicemente a rilevare il fatto.

L’Epistolario del Vescovo emerito di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri, edito nella collana Divinitas Verbi a cura di monsignor Antonio Livi, si pone, già sotto tale aspetto, per così dire,

“controcorrente”. Non ci troviamo di fronte a un insieme di scritti costruiti secondo il genere letterario dell’ “epistola”, ma di lettere autentiche, concepite come tali dall’autore e veramente recapitate ai destinatari, tra i quali soggetti privilegiati sono i Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nonché i Prefetti delle Congregazioni romane. Non si tratta, dunque, di scritti estemporanei, ma della riflessione acuta e ponderato di un Vescovo cattolico, impressionato dal “disorientamento” che emerge all’interno della compagine ecclesiale -categoria ben evidenziata dal curatore monsignor Livi – e deciso a rivolgersi alla Sede di Pietro per esprimere i propri dubia e per invocare chiarezza. Ventitré lettere (quelle selezionate e pubblicate) che coprono un lasso di tempo di circa vent’anni, nelle quali il Vescovo Oliveri affronta con grande schiettezza temi diversi e gravi. La lettura di questi scritti non può non ingenerare nel lettore un fortissimo senso di attualità già di per sé sufficiente a far comprendere il grande valore di questa documentazione; valore che non esiterei a definire “profetico”, considerando anche gli anni in cui la maggior parte di queste lettere è stata composta. L’indole privata di questi scritti non contrasta con la decisione di renderne ora pubblico il contenuto; “private” sono state, infatti, le modalità con le quali il Vescovo Oliveri ha comunicato con la Sede di Pietro, “pubblico”, però, è il contenuto delle stesse, poiché “pubblico” è il bene della Chiesa che esse intendono difendere. Eco fedele della riflessione in esse sviluppata, peraltro, è il magistero autentico del Vescovo Oliveri, profondamente pervaso dal senso del soprannaturale, recentemente edito in forma pressoché integrale nel volume “Fides et Pax” per i tipi Cantagalli.

Le “vexatae quaestiones” che emergono da questi scritti si collocano nella solco della riflessione relativa ai temi più discussi del Concilio Vaticano II; in esse si ritrova la vicinanza spirituale e l’amicizia reciproca che hanno congiunto il Vescovo Oliveri e monsignor Brunero Gherardini, recentemente scomparso.

Tema centrale nella riflessione del Vescovo di Albenga-Imperia è senza dubbio l’unicità della mediazione salvifica di Cristo e della Chiesa cattolica; questa tematica contrasta fortemente con una certa attitudine teologica che pensa di servire la verità, dissolvendola in un pluralismo insensato: “Si sta dilatando a dismisura l’opinione che sia indifferente essere cristiano cattolico o ortodosso o anglicano o protestante, ma anche che sia indifferente essere cristiano o non, professare questa o quella religione” (p. 38). Due lettere, perciò, sono dedicate alle implicazioni teologiche del falso ecumenismo.

La medesima preoccupazione emerge in ben sette lettere concernenti il dialogo con gli Ebrei; particolarmente interessante, in tal senso, è il dialogo filiale con Benedetto XVI, occasionato dal mutamento della preghiera del Venerdì santo nel Messale tridentino, dal quale emerge un’innegabile divergenza di prospettiva. “Si può indifferentemente appartenere al Popolo dell’Alleanza credendo o non credendo che Gesù Cristo è davvero il figlio di Dio venuto in carne umana?” (p. 79-80). Domanda retorica alla quale il Vescovo Oliveri fornisce una risposta che corrisponde pienamente all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

“Dittatura del relativismo” è stata un’espressione molto cara al teologo Ratzinger prima e a Benedetto XVI poi; monsignor Oliveri utilizza questa medesima espressione e, in tre lettere, compie alcune significative riflessioni che, tuttavia, procedono decisamente oltre la diagnosi per offrire alcuni elementi di rimedio. Si tratta di scritti molto densi, nei quali si denuncia la perdita del senso autentico del soprannaturale – effetto nefasto della Nouvelle Théologie – , lo smarrimento delle categorie logiche e metafisiche della philosophia perennis, la pretesa di interpretare il Vaticano II come palingenesi della Chiesa.

La denuncia dello smarrimento del senso autentico del soprannaturale, peraltro, emerge anche dalla lettera con la quale il Vescovo Oliveri accompagna un ben documentato lavoro teologico circa la dottrina del Limbo che fu, a suo tempo, presentato alla Santa Sede. Si tratta, anche in questo caso, di una presa di posizione coraggiosa in quanto espressa in un clima teologico totalmente impermeabile a tale questione.

Anche l’Eucaristia, e più in generale la Sacra Liturgia, sono al centro delle preoccupazioni del Vescovo di Albenga: cinque lettere denunciano l’odierno offuscamento del culto cattolico e chiedono con forza che sia posto ad esso rimedio.

Emerge, infine, una viva preoccupazione circa questioni di carattere più specificatamente ecclesiale ed ecclesiologico. Al primo ambito sono riconducibili le lettere che deplorano l’elezione all’episcopato di soggetti che manifestano un aperto distacco nei confronti della Tradizione della Chiesa; al secondo, gli scritti che denunciano l’elefantiasi dei poteri e delle prerogative delle Conferenze Episcopali a discapito del governo dei singoli Vescovi; si tratta di una situazione che si oppone alla costituzione divina della Chiesa, così come ci è testimoniata dalla Tradizione e dalla Scrittura; il ruolo delle Conferenze, infatti, è molto modesto e ha carattere meramente organizzativo, che in nessun caso può contrastare con il governo monarchico del Romano Pontefice e dei Vescovi in comunione con lui.

La pubblicazione di questo epistolario costituisce, in sintesi, un atto pubblico e coraggioso di testimonianza alla Verità; una parola coerente e solidamente ancorata alla Tradizione in un momento storico di turbolenza e di smarrimento. Ci auguriamo che possa produrre tanto bene. Ce n’è davvero bisogno.

di F.R.

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