Tradimento e perdono

Pasqua. Tradimento e Perdono.

 

 

Oggi voglio guardare alla Pasqua attraverso due figure nelle quali si specchia il mistero dell’uomo, il suo enigma. Più che di due persone vorrei qui dire, del loro simile e pur diversissimo agire, almeno nei termini dell’esito delle loro azioni.

Pietro e Giuda tradiscono entrambi il maestro; ma quale diverso esito produca la debolezza umana si chiarisce bene se pensiamo ai diversi destini di queste due figure.

 

Risibile, grottesco, mi pare il tentativo di collocare Giuda in paradiso sull’onda di una misericordia di Dio spogliata della Giustizia. Meglio sarebbe il silenzio, lasciando al Padre il compito di decifrare questo dolore.

  1. Alfonso Maria de Liguori osservava come abbia dannato più persone l’idea di misericordia che non il timore del castigo. Non possiamo escluderlo.

 

Il Vangelo rappresenta Giuda come una persona che si lascia coinvolgere da Gesù, che lo segue con passione, per poi, via via, cadere nella disillusione. Il Messia che stava nella testa di Giuda era diverso; Gesù invece si comportava in modo a dir poco strano.

Nell’ultima cena aveva addirittura offerto sé stesso, mostrando come il Suo regno, non fosse realmente di questo mondo. Il regno di Dio a quel che si capiva, si doveva fondare sul sacrificio, di più; scaturiva da esso.

Gesù conosceva perfettamente le scritture e stava riproponendole ai discepoli secondo una linea e una prospettiva che lasciava presagire una sconfitta; quella del Servo sofferente di Isaia.

Ora, la resa dei conti sembrava farsi prossima. Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli; Il Maestro si metteva ai piedi dei discepoli con un gesto da schiavo. Pietro si era ribellato. Ma il Maestro lo aveva fermato; “se non farò questo tu non avrai pare nel mio Regno”, allora Pietro con l’impeto che gli era abituale si era arreso; “Mi lascerò lavare tutto aveva detto”. Ma ne era veramente convinto? Cosa avrà capito?

 

Ma torniamo a Giuda; credo che Giuda abbia espresso con il proprio tradimento la punta di un disagio profondo. I discepoli, tutti, non capivano; il clima attorno a Gesù si era fatto pericoloso. Il Cristo sapeva di essere esposto al pericolo di morte. Aspettava quel momento.

È ridicolo affermare, come fanno alcuni che Gesù non sapesse che poteva morire da un momento all’altro.  Avevo ferito e messo in crisi un potere costituito.

Si pensi per un attimo ai giudici, Falcone e Borsellino; non serviva essere profeti per immaginare, da parte loro, la possibilità di essere uccisi. Borsellino dopo la morte dell’amico fraterno si considerava un condannato a morte; non restava che stabilire il luogo, l’ora, la modalità.

 

Cristo durante l’ultima cena presenta sé stesso come il Re che salva attraverso il dono del proprio sangue e del proprio corpo. Era entrato a Gerusalemme sulle orme di Davide, la folla lo aveva accolto festante; Lui, che aveva purificato il tempio, aveva minacciato la rovina di quel luogo, si era fatto Signore del Sabato, aveva raccontato la parabola dei vignaioli omicidi, aveva perdonato i peccati e liberato gli ossessi, aveva ridato la vita a Lazzaro e la vista ai ciechi. Tutto quel bene suscitava paura. Il potere costituito si sentiva minacciato.

 

Il tradimento di Giuda, si realizza in questo contesto.  Nella mente di quest’uomo aleggiavano incubi, paure, dubbi: “Dove stava finendo tutto il potere seduttivo di Gesù. Era veramente Gesù il messia atteso? Questo pensava Giuda. Fu egli dunque sedotto dall’idea di salvare Israele da un falso messia, in questo sollecitato dai maggiorenti Ebraici?  È possibile.

 

Le cose più  nobili e le più turpi accadono non tra sconosciuti, ma dove ci si fidi l’uno dell’altro; nei luoghi dell’intimità, nelle famiglia; laddove l’investimento affettivo può generare sentimenti ambivalenti.

Gesù lo sa e medita certamente i salmi 41, 10 e 55,14 i Vangeli ce lo ricordano: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”.  I membri del cenacolo erano parte della sua estesa “famiglia”.

Gesù sente che dentro la sua cerchia più ristretta si sta consumando il tradimento, cioè è venuta meno la fiducia.

Giuda mangia “il boccone” intinto nel piatto insieme a Cristo: Poi ed esce. “Ed era notte”, commenta il Vangelo.  Questa è la notte di tutte le notti, un buio sia esteriore che interiore. Osserva mirabilmente Ratzinger nel suo, Gesù di Nazaret:

“Chi rompe l’amicizia con Gesù, chi si scrolla di dosso il suo dolce giogo, non giunge alla libertà, non diventa libero, diventa invece schiavo di altre potenze…di un altro potere.”

 

Giuda si perde, vorrebbe ritrattare, restituire il denaro, dopo l’arresto di Gesù è sempre più disorientato. Vaga inquieto, quindi si toglie la vita, vittima di un pentimento senza speranza.

In Giuda, il male era entrato senza particolari strepiti. Gesù era solo, i discepoli pur presenti lo avevano di fatto abbandonato, questo abbandono nasceva dall’incomprensione. Gesù avvertiva tutto questo.

Il male avanza quasi inavvertitamente.  Giuda con il suo tradimento sceglie Israele, sceglie ii potere costituito e poi dubita, si inquieta; è forse questo pentimento, questo rimorso che allarga un pertugio attraverso il quale la grazia di Dio si fa strada?

 

Intanto Gesù va incontro all’ultima tentazione.  Quella di fidare nel proprio potere.  Satana vuole Gesù rinneghi la volontà del padre.  Satana che era tornato alla carica, secondo il tempo stabilito, vuole che Gesù compia un atto di assoluto ateismo; mostrami la tua potenza gli dice Satana, cosa ti aspetti da Dio?

Ma Cristo sceglie Padre.

Se persino Cristo si affida al Padre con che presunzione noi ci affidiamo a noi stessi? Chiunque affidi tutta la propria vita alle proprie forze, alla scienza, alla civiltà, persino allo sforzo d’amare; espelle Cristo dal mondo. Vuol dire che non ne ha bisogno. Egli è di fatto ateo.

Dio, se ancora è pensato, cosa diventa? Che funzione ha?  Certo, mi protegge dal punto di vista psicologico, perché l’aldilà pieno di angoletti e sempre meglio del nulla. “Vivere come se Dio non esistesse, come se il mondo fosse solo affar nostro. L’essenza subdola dell’ateismo.

Ma siamo proprio sicuri che una volta bandito Dio dal mondo, siccome esiste, ci ritroveremo tra gli angioletti e non invece in compagnia dei diavoletti? Siamo sicuri che il divisore per eccellenza, non cominci ad operare sin da subito, gettando l’universo nel caos morale e pratico?

 

Pietro, eccolo ancora; lo abbiamo lasciato con il suo diniego. “Non mi laverai mai i piedi”. Anche lui non aveva compreso il Maestro. Il dialogo con Gesù lo rivela ripetutamente: “Signore dove vai” la domanda si ripetete, “Dove io vado tu ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi”. Solito Gesù, “non mi toccare” dirà a Maria Maddalena. “Resta qui con noi”, diranno i discepoli di Emmaus. Il tema si ripresenta, sempre lo stesso; perchè Gesù non rientra nelle nostre umane aspettative.

Anche Mosè dovette perdere tutto e non avvicinarsi al roveto se non scalzo, prima di trovare la forza di liberare il suo popolo. L’incontro concreto con Dio, la presunzione, se non la pretesa di trattenerlo, sono esattamente ciò che impediscono a Gesù di tornare a noi e di restare per sempre. Il ritorno definitivo presuppone questo lasciarlo andare e in ciò consiste il nostro sentirci umanamente abbandonati. La Croce è per questo il luogo nel quale l’uomo avverte in maniera assoluta la potenza dell’abbandono; Dio è morto, la speranza attesa è appesa ad un legno. Tutta l’assenza di Dio che umanamente proviamo davanti alle mille croci della vita, prepara il ritorno. Non si scappa. La resurrezione è la certezza del ritorno che passa attraverso il dolore della perdita. E questo dolore lo esprime massimamente Pietro. Mentre Maria lo vive in silenzio; avesse potuto sarebbe salita lei sulla croce.

 

“Perché non posso seguirti darò la mia vita per te”, dice Pietro.  Ma di li a poco; Gesù lo aveva detto, Pietro negherà persino di conoscere il Maestro. Non si diventa martiri con il proprio sforzo.

La nostra natura non è incline al martirio. Noi vogliamo vivere. Dare la vita è la conseguenza dell’essere inabitati da una forza non nostra. L’uomo, anche il più generoso arriva fino ad un certo punto, ciò che manca è un Dono.

Seguire il maestro significa dunque incamminarsi dietro di lui dovunque egli ci conduca. Come fece Abramo. Ma noi, forse, siamo fatti per tradire, il tradimento appartiene alla nostra natura.

 

Eppure è dal gesto di Cristo che nasce la nostra capacità di amare, di non tradire.

 

“… prometto di amarti e onorarti sempre ogni giorno della mia vita, nella salute e nella malattia…”

Una formula d’amore che è un abisso impossibile all’umana forza, ma non al sacramento. Quella promessa si fonda su di Lui. Egli è morto per amore.

 

Questo onorare, ogni giorno, questo amare non è umanamente possibile; esso è il frutto del dono della croce.

L’eucarestia è questo ringraziare e prendere Cristo in noi e lasciarci trasformare nel profondo. Sacramento delle trasformazioni. L’odio in amore, la vendetta in perdono, la morte in vita.

 

E il sacramento del matrimonio è uno dei volti della presenza del Risorto.  Esso riceve forza da questa unione di due nature; la nostra, incline al tradimento, sporca, e la Sua che è verità e amore, quindi purezza.

La purezza di Cristo toccando la nostra natura continuamente la lava da ogni sozzura, rigenerandola.

 

Comprendere questo mistero che scaturisce dalla Croce e si presenta come Dio, come Risorto che entra in noi sempre, fino alla fine dei tempi è la vera grande rivoluzione capace di liberare il mondo dal male.

 

 

 

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