Mons. Sanchez Sorondo nel Paese delle meraviglie

Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo

di Bernardo Cervellera.

Ai miei amici che vanno in Cina ho sempre ricordato di non fermarsi a visitare i centri commerciali, gli alberghi ultra-lusso e i grattacieli, ma di andare anche nelle periferie e nelle campagne per avere un quadro realistico della Cina. Dal disastro economico in cui era sprofondato dopo la morte di Mao, il Paese ha certo fatto passi da gigante, strappando dalla povertà centinaia di milioni di persone, modernizzando le industrie e diventando la superpotenza economica che ormai fa ombra agli Stati Uniti.

Ma da qui a presentare la Cina come il “Paese delle Meraviglie” ci passa. Nell’intervista da lui concessa dopo un viaggio a Pechino, mons. Sanchez Sorondo racconta di una Cina che non c’è o che i solerti accompagnatori cinesi non gli hanno fatto vedere.

“Non ci sono baraccopoli”, dice mons. Sanchez Sorondo. Ha provato il nostro vescovo ad andare nel sud della capitale, dove da mesi il governo della città sta distruggendo edifici e case e cacciando via decine di migliaia di lavoratori migranti? Per non parlare delle periferie di Shanghai o delle altre megalopoli cinesi, dove si prospetta una “pulizia” e una cacciata della popolazione “più bassa” e indifesa?

Il vescovo, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, afferma addirittura che i cinesi sono “quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa”. Forse però non si riferisce a questa cacciata, che somiglia molto a un frutto della “cultura dello scarto” tanto criticata da papa Francesco.

“No droga”, dice il vescovo: ma è andato nelle prigioni cinesi, dove appunto si arrestano spacciatori e drogati, comminando perfino la condanna a morte? E a Shenzhen, che è la piazza di vendita della droga anche per Hong Kong?

Non parliamo poi della libertà religiosa in Cina. La libertà religiosa dovrebbe essere un pilastro della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Dovremmo forse proporre al vescovo una lettura delle notizie quotidiane su violenze, arresti di cristiani, musulmani, buddisti, soprusi sulle chiese domestiche, controlli sulle chiese ufficiali. Lo stesso percorso accidentato dei dialoghi fra Cina e Vaticano testimonia la difficoltà con cui Pechino è restio a ingoiare gocce di libertà religiosa per i cattolici.

Forse qualcuno deve dire a mons. Sanchez Sorondo che dal primo febbraio, dall’attuazione dei nuovi regolamenti, tutte le chiese non ufficiali sono state chiuse e almeno 6 milioni di fedeli cattolici non hanno luoghi di incontro: la minaccia del regime che “realizza meglio la dottrina sociale della Chiesa” è l’arresto, multe stratosferiche e esproprio degli edifici dove si radunano i fedeli.  Inoltre le autorità locali d’ora in poi proibiranno ai “minori di 18 anni” di entrare nelle chiese, anche quelle ufficiali. Come ha detto un sacerdote, “la Cina ha trasformato la chiesa in un night club, solo per adulti”.

Non parliamo poi dell’ingenuità con cui mons. Sanchez Sorondo parla dell’Impero di Mezzo come il luogo dove si bada al “bene comune”, dove l’economia non domina la politica. Bisogna infatti sapere che in Cina economia e politica sono la stessa cosa; che i miliardari siedono al parlamento cinese e determinano la politica secondo i loro interessi, che non sono quelli del resto della popolazione.  Secondo gli studiosi, almeno un terzo della popolazione cinese non gode alcun frutto dello sviluppo economico della Cina: sono gli agricoltori e i migranti a cui non è garantita la proprietà della terra (promessa ai tempi di Mao e mai mantenuta); ai quali non è dato alcun diritto sociale e talvolta nemmeno la paga, come dimostrano le relazioni mensili del China Labour Bulletin.

Certo, e ha ragione il vescovo, la Cina – a differenza di Trump e degli Stati Uniti – ha deciso di rimanere negli Accordi di Parigi sul clima. Ma per ora “ha promesso” di lavorare per fermare l’inquinamento, e il Paese ha l’ambiente più distrutto e velenoso del mondo. Ciò senz’altro per colpa di molti investitori occidentali che sfruttano l’esile legislazione cinese, ma anche per l’ingordigia e la corruzione dei membri del Partito che preferiscono, proprio come molti al mondo, un profitto immediato a spese della loro stessa popolazione.

Possiamo comprendere che nella foga di volere gli accordi fra Cina e Vaticano, si straveda e si esalti la cultura cinese, il popolo cinese, la mentalità cinese – come fa papa Francesco – ma presentare la Cina come modello…  Bisognerebbe ascoltare i vescovi africani, che vedono l’economia dei loro Paesi distrutta dall’invasione degli investimenti e della manodopera cinese e si vedono trafugati delle loro ricchezze, proprio come una volta avveniva con i colonizzatori occidentali.

È vero che nel mondo tutti sono pressati a scegliere fra Stati Uniti e Cina, fra capitalismo liberale e capitalismo di Stato, ma idolatrare la Cina è un’affermazione ideologica che fa ridere della Chiesa e fa male al mondo.

Fonte: Asia News

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