Legge sui lager, tutto pur di attaccare la Polonia

 

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Piuttosto spesso, ultimamente, Polonia ed Ungheria finiscono sul banco dei cattivi. Un motivo c’è sempre: un grande rosario lungo i confini del paese; una legge in difesa della vita nascente; una qualche obiezione ai diktat di Bruxelles o alle interferenze di George Soros… Sono tutte “colpe” che la grande stampa non dimentica, e che ultimamente vengono rilanciate anche da alcuni media cattolici ormai al traino di Repubblica.

L’ultima accusa alla Polonia è quasi grottesca. Proviene dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale, parlando di una recente legge polacca, ha dichiarato: “Non tollereremo che la verità venga distorta e la storia riscritta o l’olocausto negato“. Ma davvero la Polonia ha interesse a negare lo sterminio degli ebrei? Davvero i polacchi vogliono riscrivere la storia?

Non serve essere uno storico sopraffino per sapere che la Polonia è stata schiacciata sia dal tallone nazista che da quello comunista, e che, avendo perduto milioni di uomini proprio a causa di Adolf Hitler e della Germania, difficilmente può essere sospettata di simpatie filo-naziste. Tanto più che la Polonia di oggi non è certo in preda ai ripensamenti. Al contrario, come l’Ungheria, vuole affrontare il tempo presente senza smarrire le sue radici storiche, senza dimenticare i suoi eroi, che lottarono contro tedeschi e sovietici. Tanto più che il museo di Yad Vashem a Gerusalemme, dedicato al ricordo dell’Olocausto, ha identificato 6.700 polacchi distintisi come “giusti delle nazioni”!

Ma cosa dice la legge finita sul banco degli imputati?
Molto semplicemente punisce coloro che parlano e scrivono di “campi di morte polacchi”, invece che di “campi di morte nazisti”. Perché certamente i lager furono costruiti in abbondanza anche in Polonia, ma a farlo furono i tedeschi, e a morirvi furono, a milioni, i polacchi e gli ebrei.
In altre parole: è tale il disprezzo che i polacchi nutrono verso gli occupanti nazisti, che non tollerano di essere confusi con loro. Tutto il contrario, insomma, di quello che ha dichiarato il premier israeliano, e che sembrano suggerire i media ostili alla Polonia.

Però, afferma qualcuno, le leggi sulla storia è meglio non farle. Meglio che siano gli studiosi a fare chiarezza. Il che può anche darsi, ma verrebbe da aggiungere che se il discorso deve valere per la Polonia, perché non anche per altri paesi europei e non, come lo stesso Israele, dove leggi analoghe, volte a punire chi diffonde notizie ritenute false sull’Olocausto, esistono da tempo?

Epperò, continuano altri, questa nuova legge polacca può essere di ostacolo alla ricerca sui collaborazionisti polacchi.
Anche questa obiezione appare infondata. Anzitutto perchè la presenza di collaborazionisti è, in tutti gli stati occupati, pressoché inevitabile, al punto che a collaborare con i nazisti vi furono persino, in certi casi, degli ebrei: vogliamo davvero credere che il Parlamento polacco lo ignori, o che la Polonia possa essere turbata da ricerche che dimostrassero che, accanto a milioni di polacchi che morirono e a milioni che si opposero al nazismo, vi fu qualcuno che, per i più svariati motivi, collaborò?
In secondo luogo perchè la legge non impedisce in alcun modo la discussione pubblica riguardante l’Olocausto e non è altresì soggetta a pena la rivelazione di crimini commessi da persone concrete, indipendentemente dalla loro nazionalità.

La legge si propone soltanto di difendere la verità storica e il buon nome della nazione polacca. Può piacere o meno, ma in Europa ci sono popoli che hanno rispetto per la propria storia e le proprie radici e non vogliono vedersi addossare colpe inesistenti. “Lager polacchi” è una espressione intollerabile per chi ricorda ancora il nome e la storia di qualche parente o amico ucciso dai nazisti durante l’occupazione violenta della Polonia.

Ma forse la verità è molto più semplice: questa legge non indigna, in verità, nessuno, ma può comunque essere utile, strumentalmente, per una campagna di discredito verso un paese che, neppure oggi, si rassegna alla perdita della propria identità e libertà.

Da: La Nuova Bussola quotidiana

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