La secolarizzazione

Trascrizione di una parte dell’interessantissima videoconferenza del prof Stefano Fontana, postata 2 anni fa sul sito “Caffè teologico – Vimeo”, il cui titolo è La secolarizzazione. Questa lezione era la seconda di un ciclo di 4 conferenze che avevano per titolo “La concezione cattolica della politica”. Dalla chiarezza espositiva di Stefano Fontana – membro dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân di Trieste -, potremo scoprire che l’azione di una cattiva secolarizzazione all’interno delle democrazie, porta alla loro morte, o alla formazione di un nuovo totalitarismo più o meno subdolo. Cosa vuol dire cattiva secolarizzazione? Vuol dire una secolarizzazione senza alcun limite e verità, se non quella del pensiero dominante! Ma molto meglio di me dirà il professor Stefano Fontana, del cui discorso trascrivo dal minuto 27 al 100.2. alla fine della trascrizione c’è il link che permette di vedere l’intera conferenza. N.d.t. – 4 gennaio 2018.

(…). C’è stata secolarizzazione corretta, poi invece c’è stato tutto il processo successivo che ha portato a una corrosione progressiva di ogni significato e a una secolarizzazione veramente violenta, che è quella che sperimentiamo oggi. (Ancor di più oggi, a due anni di distanza da queste parole. Ndt). Per cui tu – prosegue Fontana – non puoi più dire: “Mah, secondo me il matrimonio dovrebbe essere solo quello religioso”. Ma non puoi più dire tantissime altre cose molto più elementari, molto più semplici e naturali.

Allora, la mia idea è che la secolarizzazione porti con sé un principio dinamico dirompente che, se lasciata a sé stessa, non s’arresta mai, fino alla distruzione completa del significato, di qualsiasi significato delle cose. Non si arresta mai! A meno che non venga trattenuta, cioè se non ci sono delle forze che fungono da Katekon, come diceva San Paolo, da trattenimento, da contenimento, da protezione nei confronti della secolarizzazione, che se lasciata a sé stessa non si fermerà mai. Anzi, se posso essere più esplicito, si fermerà a un certo punto. Quando? Quando la secolarizzazione, dopo aver corroso i significati, imporrà i significati contrari.

Prima abbiamo parlato di principi non negoziabili. La secolarizzazione ha corroso ogni non negoziabilità! Non c’è più niente di non negoziabile. Anche la mia identità maschile o femminile è negoziabile. Che io sia maschio o femmina lo decido io. E l’identità dei figli? I partners. I figli possono avere 4 genitori diversi. Tutto è negoziabile! La natura non esiste più. Ma questo processo di corrosione dei principi non negoziabili si fermerà solo quando verrà imposto come non negoziabile il contrario dei principi non negoziabili. La secolarizzazione è perciò un processo totalitario che progressivamente denuda l’uomo di tutto ciò che lo proteggeva, e lo riplasma come essa vuole.

Il processo di secolarizzazione è una nuova creazione contraria alla creazione di Dio! E si fermerà solo quando questa nuova creazione sarà imposta. Perché qualcosa contro natura può essere solo imposto! I principi non negoziabili andranno perduti, ma diventerà obbligo di legge e verrà insegnato nelle scuole e nella televisione di Stato, diventerà obbligatorio il contrario dei principi non negoziabili. Oggi i “valori” che vengono insegnati nelle scuole sono già su questa strada.

Che cosa è importante allora per la politica cattolica? È importante frenare, arginare, trattenere questo processo di secolarizzazione, perché è un processo assolutamente spietato e disumano. Ma siccome i cattolici credono che la secolarizzazione sia un fatto cristiano, essi la accolgono e la accettano, e vi collaborano. E i cattolici in politica, non solo sono incapaci di opporsi a una secolarizzazione religiosa, ma anche alla secolarizzazione dell’umano. Perché l’approvazione della legge Cirinnà significa accettare la secolarizzazione dell’umano, cioè accettare che la dimensione umana del matrimonio e della procreazione meriti ancora un riconoscimento pubblico. Perché, cosa vuol dire la legge Cirinnà? Vuol dire che la procreazione tra un uomo e una donna, il matrimonio tra un uomo e una donna, complementari, che assumono un impegno pubblico per far progredire la società mettendo al mondo figli ed educandoli, non merita più un riconoscimento pubblico.

Invece merita un riconoscimento pubblico, neanche una coppia, ma due individui che non sono una coppia, che non sono complementari; due individui, 1 + 1, che non si assumono nessun impegno pubblico, che sono sterili e, non procreando, non possono garantire nessuna prosecuzione della società, e che sono legati da un rapporto contro natura e quindi violento.

Allora voi capite che se i cattolici dicono si a questo, accettano una doppia secolarizzazione: quella religiosa e quella del senso dell’umano e delle cose. Il mondo cattolico non ha ancora fatto davvero i conti con la secolarizzazione, e non ha ancora preso coscienza che la secolarizzazione non si fermerà mai per suo conto, e vorrà erodere ogni senso. Nei confronti di questo processo noi siamo sprovveduti e siamo andati fuori strada. Tutto ciò è qualcosa che ci disarma. Questo è anche uno dei motivi per cui noi abbandoniamo la dottrina sociale della Chiesa. Perché credo di non dire una novità se vi dico che la dottrina sociale della Chiesa oggi è completamente abbandonata, se non nella Diocesi di Trieste, dove opero io con il nostro vescovo Crepaldi e il nostro Osservatorio. Io non ho conoscenza di nessun’altra diocesi in cui si faccia un insegnamento sistematico, approfondito e organico, sulla dottrina sociale della Chiesa.

Mi è capitato di vedere il programma di una diocesi di cui non faccio il nome, di formazione all’impegno sociale e politico, nel cui programma non c’è nessun riferimento a un’enciclica, al magistero sociale della Chiesa. C’era semplicemente un insieme di temi di attualità, ritenuti tali per quella diocesi, ma nessun riferimento a un criterio che provenga dalla nostra fede e dalla ragione.

Quando la dottrina sociale della chiesa è nata, con Leone XIII – ovviamente parlo della nascita moderna della Dottrina sociale della Chiesa -, mi chiedo: perché era nata? Come sappiamo è stata la Rerum novarum la prima enciclica sociale. Di che cosa parla la Rerum novarum? Delle cose nuove, come dice il titolo, cioè dell’industrializzazione, dell’inurbamento delle plebi dalle campagne alle città, delle nuove ideologie, dei nuovi partiti come il socialista, eccetera, insomma delle cose nuove. Ma attenzione: la Rerum novarum voleva aprirsi a queste cose nuove, o voleva contrastarle? Perché oggi vi dicono che Leone XIII, scrivendo la Rerum novarum, è stato uno dei primi pontefici che, a differenza di Pio IX e dei suoi predecessori, hanno aperto ai problemi della società.

Ma guardate che la Rerum novarum inizia con una condanna della bramosia per le cose nuove! Le prime parole della rerum novarum non è: “Oh, finalmente, ragazzi, dobbiamo anche noi metterci al passo dei tempi e seguire le cose nuove!”. No, condannava la bramosia di cose nuove! E perché allora Leone XIII (1810, 1903), ha impostato le sue 9 encicliche e tutto questo insieme dottrinale riguardante la Dottrina sociale della Chiesa? Perché la secolarizzazione stava buttando fuori Dio dal mondo! Gli stati moderni, gli stati liberali, stavano buttando fuori Dio dalla vita sociale e politica! E lui invece voleva metterlo al centro.

La Rerum novarum è stata scritta per frenare la secolarizzazione, non per favorirla! Oggi spesso invece ve la presentano al contrario, come se Leone XIII, distaccandosi in questo da Pio IX, avesse invece aperto alla conoscenza oggettiva delle novità, perché le novità erano un fatto oggettivo, ma non alla loro accettazione in virtù della bontà di un processo di secolarizzazione! Lui voleva riconquistare al cristianesimo la società industriale, perché la Dottrina sociale serviva a quello, almeno agli inizi, poi anche qui le cose sono cambiate. Ma se è vero quello che vi ho detto all’inizio, e credo che vi dirò anche dopo, parlando della regalità sociale di Cristo, non sono cambiate di per sé neanche oggi. Perché anche oggi “non c’è vera soluzione della questione sociale, fuori del Vangelo”. Questa frase è della Rerum novarum, ma è anche di Giovanni Paolo II, che l’ha ripresa tale e quale. Altro che secolarizzazione! Si, la corretta secolarizzazione di cui vi ho parlato prima, ma se non si lotta per quella corretta secolarizzazione, ne deriva necessariamente il secolarismo.

Perché il mondo, cari amici, è il mondo! Il mondo è anche il regno del “principe delle tenebre”! è vero che il mondo ha anche dei significati positivi, per esempio il creato. Giusto? Così come l’impegno dei cristiani laici. Tutte cose positive. Ma c’è anche una concezione del mondo negativa. Il mondo è il regno del “principe delle tenebre”. E allora, in questa secolarizzazione io vedo la presenza di un’assolutezza malvagia, che non è contenta fino a che ogni senso sia stato spianato! Ogni significato, ogni valore sia stato spianato! Quindi la secolarizzazione ha un’anima nichilista, votata al nulla, all’esaltazione del nulla! E non è contenta finché non ha raggiunto il nulla, finché non ha fatto piazza pulita!

C’è troppo irenismo nei cattolici impegnati in politica, e troppo concordismo con il mondo! Il cattolico impegnato in politica ha dimenticato di avere dei nemici. E ha dimenticato che c’è il “nemico”! Oggi sembra che la Chiesa debba andare d’accordo con tutti, e trovare il positivo in tutto. Ma la storia è ancora una lotta tra il bene e il male! Non è che lo fosse stato solo in passato. E nel mondo c’è ancora il misterium iniquitatis! Non è che il demonio sia andato in pensione.

Allora la secolarizzazione, se non è contenuta da forze che mantengano nella società, nella cultura, nella politica, la relazione con Dio, è destinata a un processo progressivo che non si arresterà mai. Questa visione, in un certo senso tragica, dobbiamo mantenerla! Perché la vita è anche milizia. Non è un andare a braccetto con tutti, un accompagnare senza sapere verso dove, e un considerare tutto ciò che è nuovo come buono. (Questa è la, purtroppo errata, visione dei progressisti, sia in politica che in tanti laici cattolici e consacrati. Ndt).

Un fenomeno di secolarizzazione particolarmente importante è quello della democrazia. La democrazia è un potente fenomeno di disgregazione. Io dico che la democrazia, se non intesa in un certo modo, come l’intende anche la Chiesa – e adesso vi dirò come -, è un metodo di governo per delle società frammentate, spappolate, individualizzate, senza più niente in comune, di una società decomposta. Perché se la democrazia dice che tutto si deve decidere a maggioranza, anche cos’è l’uomo, anche cos’è la famiglia, anche cosa significa procreare in modo umano, se è la democrazia a dire, a stabilire se si possa o no dare un bambino ad una coppia omosessuale, allora vuol dire che la democrazia è uno strumento di secolarizzazione del senso.

Non c’è nessun senso che venga prima, che sia al riparo dalle maggioranze democratiche, ma è la maggioranza democratica che produce il senso delle cose, che stabilisce come stanno le cose. Una democrazia di questo tipo evidentemente, da un lato, corrode i significati perché riduce tutto ad un’alzata di mano. E quindi sembrerebbe eliminare l’Assoluto, ma in verità diventa essa stessa un assoluto, perché è l’alzata di mano che determina chi deve nascere e chi deve vivere, chi è uomo e chi non è uomo, chi è famiglia e chi non è famiglia.

La democrazia quindi, da un lato è un fenomeno di secolarizzazione dei sensi, dall’altro diventa uno strumento totalitario perché pretende di determinare la verità. Da un lato nega la verità, però di fatto attribuisce a sé stessa il potere di determinare la verità. Che poi, è vero, la democrazia è solo prova di forza, perché l’alzata di mano, il contarsi, significa stabilire chi è il più forte. Nella democrazia come procedura c’è solo il conto, il quantitativo, cioè, si è trovato un modo, magari non violento, per stabilire chi è il più forte. Quindi la democrazia come procedura è la legge del più forte, come tanti altri regimi, da cui, da questo punto di vista, la democrazia non si distingue. La democrazia diventa in tal modo la canonizzazione della legge del più forte, e senza motivi!

Tu hai vinto le elezioni. Perché? Perché hai ottenuto più voti. Cosa vuol dire? Che hai più ragione, meno ragione, che hai torto, che sei un malvagio, che sei un santo? Niente! Solo perché hai avuto più voti. Essendo la democrazia un potente fenomeno di secolarizzazione, anche nei confronti della democrazia i cattolici hanno avuto molti abbagli. E addirittura, oggi sembra che molti di essi abbiano come scopo solo quello di difendere la democrazia, o la costituzione. E che vedano come obiettivo di una presenza cattolica nella società e nella politica solo la promozione della partecipazione, del dialogo, l’applicazione della Costituzione, mentre così non è.

Bisogna essere molto più critici nei confronti della democrazia, e bisogna anche essere molto drastici su certi suoi aspetti. Secondo me il politico cattolico dovrebbe pensare prima di tutto che la democrazia non può essere assolutizzata, come ci dice l’Evangelium vitae 71. “La democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità”. Perciò il Senato che ha votato la Cirinnà è un Senato immorale! Anche se ha avuto la maggioranza.

Voi capite che se invece il cattolico entra nel meccanismo della democrazia procedurale, è finita. Quindi non va assolutizzata. Secondo. Il cattolico deve sempre pensare che la democrazia è talmente debole, che democraticamente può suicidarsi. Perché, se la maggioranza democraticamente decidesse di por fine alla democrazia, tutto sarebbe formalmente in regola! Infatti qualcuno ha detto che il fascismo e il nazismo sono nati democraticamente. In un certo senso è anche vero, perché in entrambi i campi ci sono state elezioni, in un certo senso.

Quindi il cattolico in politica – e qui devo dire una cosa che non è molto accolta -, deve limitare la democrazia! Non dobbiamo espanderla, dobbiamo limitarla. Non c’è nessun luogo veramente importante nella vita, che proceda democraticamente. La filosofia non procede democraticamente. Nemmeno la famiglia. Se voi mettete la democrazia nella famiglia, è la fine. E la Chiesa, procede forse democraticamente? Se voi mettete la democrazia nella chiesa, è la fine. Anzi, ce n’è fin troppa. Perché molte forme di democrazia nella Chiesa, secondo me, andrebbero eliminate.

Non so: la ricerca scientifica o un convegno di scienziati su un argomento, è democratico? No. Quindi, se voi ci pensate, non ci sono ambiti veramente importanti e fondamentali per la vita, che si governino democraticamente! Neanche nella scuola dovrebbe esserci democrazia. Hanno voluto mettercela, ma è stato un danno. Mentre oggi sembra che in ogni ambito la gente deve fare esperienza di democrazia. Facendo esperienza di democrazia, fa esperienza di relativismo e di secolarizzazione. Perché, far si che gli studenti nelle assemblee facciano esperienza di democrazia, in realtà, questo vuol dire. Che non c’è nessuna verità e che tutte le questioni bisogna affrontarle come in un talk show. Quindi la democrazia va limitata, altro che sviluppata. (Lo sviluppo della democrazia fino al parossismo, ci ha portato all’odierna confusione, all’odierna Babele delle lingue e delle opinioni inconcludenti. Ndt).

Poi la democrazia, per il cattolico, vale per i contenuti, non per il rispetto delle procedure, perché il rispetto di quelle procedure, è solo una procedura, ma che non mi dice niente sulla bontà o verità della decisione presa. Una legge – come sono le leggi sbagliate -, può essere presa nel perfetto rispetto procedurale, ma essere profondamente disumana. Se noi perdiamo questa distinzione, perdiemo l’essenza delle cose.

Altro aspetto a cui il politico deve pensare è che la partecipazione non è mai lo scopo, ma è sempre il mezzo. Quindi quando io, impegnandomi, ho creato partecipazione, ho fatto sì che la gente vada a votare, che i genitori partecipino numerosi ad eleggere i loro rappresentanti nei consigli di istituto; oppure che il partito abbia fatto le primarie. Oh, bravo quel partito che ha fatto le primarie, perché ha favorito la partecipazione! Eh no. Quando io ho favorito la partecipazione non ho risolto nulla, perché la partecipazione non è un bene in sé, ma dipende dai frutti, da come la pensano coloro che hanno partecipato. Se coloro che hanno partecipato, partecipando prendono decisioni sbagliate, la partecipazione è stata un danno.

“Ma – qualcuno dice – siamo in una società democratica! La partecipazione è l’anima della democrazia!”. Però è lì il pericolo per la democrazia: ritenere che la partecipazione sia, in sé, un valore. (E qui verrebbe smentito lo slogan contenuto in una famosa canzone di Giorgio Gaber: “Libertà è partecipazione”. Certo, perché dipende da quali sono i contenuti di quella libertà e partecipazione! Ndt). Perciò la democrazia non è, in sé, un valore! Questo è il mio messaggio centrale di oggi.

Ma questo lo dice anche la Dottrina sociale della Chiesa, lo dice Giovanni Paolo II. La democrazia si qualifica sempre se è al servizio dell’uomo, e quindi di Dio, oppure no. Altrimenti, la democrazia, come scrisse Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, si trasforma in un totalitarismo subdolo oppure spesso evidente. Perciò la legge Cirinna è una legge totalitaria. La legge sull’aborto p una legge totalitaria.

Un altro punto che bisogna tenere presente quando parliamo di politica cattolica e di democrazia, è questa. Se si dice che la partecipazione è buona in sé, allora vuol dire che un cattolico può partecipare in ogni partito. Guardate che questo oggi è detto da tutti: da vescovi e papi, che il cattolico può fare qualsiasi scelta politica. Non è vero. In base ai documenti ufficiali della Chiesa, non è vero. Perché, attenzione, quando noi parliamo della dottrina sociale della Chiesa, non ci riferiamo mai all’uno o all’altro teologo, a un vescovo a un altro vescovo, ma ci riferiamo a tutti i documenti ufficiali che hanno quindi un valore magisteriale, dicono che un cattolico non può aderire, dare il proprio voto o partecipare ad un partito che nel suo programma ha dei principi contrari ai principi non negoziabili e ai punti fondamentali della lege morale naturale.

Non c’è l’obbligo del voto. Ecco un’altra aberrazione della apologia della partecipazione! Il voto è un dovere, ma non un dovere assoluto! Il voto non si giustifica per il fatto di andare in una cabina e votare, perché si tratta di una semplice procedura. Per il cattolico il voto ha anche un significato morale e religioso. Non era una sciocchezza lo slogan di Guareschi nelle elezioni del 1948, quando scrisse: “Nella cabina Dio ti vede, Stalin no”. Non era una sciocchezza! Diceva che anche il voto ha una dimensione etica e quindi anche religiosa. Perché l’etica non si regge mai da sola.

Se tutti i partiti in lizza, tutti, hanno nei loro programmi principi contrari alla legge morale naturale, il cattolico non può votare. Non può. Sta a casa. Non è un dogma andare a votare. La democrazia tenta di imporci i suoi dogmi, ma noi dobbiamo rifiutarli. Non si può votare contro coscienza. Allora si farò un altro partito, oppure si impegnerà politicamente altrove. Ma non può entrare in un partito che ha queste caratteristiche. “Ma – dice qualcuno – si può entrare, però poi, su quel tema, su quella legge, si può votare secondo coscienza o secondo le direttive del partito”. Si, però tu intanto dai una mano a quel partito, lo aiuti, gli fai promozione, gli raccogli i voti, lo finanzi. Cioè, tu aiuti il male.

Quindi la democrazia è qualcosa da prendere con molte pinze. Ripeto, quello che ho detto è in contrasto con la concezione di democrazia che c’è oggi nel mondo cattolico, per cui sembra che Cristo sia venuto in terra e sia morto in croce per rendere le società più democratiche e magari per una miglior applicazione della costituzione italiana. Ma in realtà non è così.

Se poi colleghiamo – e così chiudo – il discorso della democrazia con il discorso della secolarizzazione, è chiaro che un’attività politica di contenimento della secolarizzazione – (e perciò anche dell’apostasia. Ndt). –, dev’essere anche il contenimento della democrazia in modo da ricondurre la democrazia a pochi ambiti per far salvi i valori, i principi e i mondi vitali che altrimenti la democrazia fa degenerare, perché li conquista al relativismo, e cioè al fatto che, non esistendo una verità, tutto viene deciso per alzata di mano. Questo non è nient’altro che relativismo. Le società democratiche formano le coscienze dei giovani al relativismo. In questo senso io sono antidemocratico.

(Seguono poi le interessanti domande dei presenti, che lascio a chi vuol seguire la conferenza via internet. Ndt).

Fonte: https://vimeo.com/channels/cafeteologico/158885784

Trascrizione di Claudio Forti

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