BIOTESTAMENTO: I PROSSIMI CHARLIE E ALFIE SARANNO ITALIANI?

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Il 12 dicembre un comunicato di Giuristi per la Vita e di Medici per la Vita con ha dato notizia della loro adesione all’appello lanciato dal Comitato “Italia per la Vita” e del presidio organizzato per il giorno dopo davanti a Palazzo Madama, dove veniva discusso il disegno di legge sulla “Dichiarazione anticipata di trattamento”, che “sotto le mentite spoglie di biotestamento o DAT introduce l’eutanasia m Italia”.

Nel comunicato medici e giuristi, precisando di essere contrari al cosiddetto accanimento terapeutico, condannato anche dalla Chiesa, sostengono che il disegno di legge mira “a capovolgere il principio cardine dell’indisponibilità della vita e costringere anche i medici a trasformarsi in ciechi strumenti di morte”. Vi è – sostengono – un percorso segnato da provvedimenti, come la legge sulle unioni civili e le linee-guida per il gender nelle scuole, frutto di mera ideologia politica e non rispondenti al “vero bene comune”, adottati in questi ultimi anni (“fra i più oscuri della storia della nostra Repubblica”), che ora “PD e Cinque Stelle con altri elementi al seguito vogliono chiudere, introducendo una sorta di “omicidio di Stato” con la legge eutanasica”, che “di fatto introduce l’eutanasia omissiva mediante l’interruzione dell’alimentazione

e idratazione, finanche giungendo all’uccisione di minori e incapaci in quanto improduttivi”.

Il 15 dicembre la legge è stata approvata da una larghissima maggioranza composta sia dai senatori che negano la natura eutanasica della legge, sia da quelli che la considerano il punto di partenza per la totale legalizzazione dell’eutanasia attiva.

Esito scontato, perché nonostante le ripetute assicurazioni in contrario i cattolici non hanno più voce. O forse ne hanno troppe. In questo caso ai Medici per la Vita si sono contrapposti (in realtà un po’ in dissenso con il presidente nazionale, Filippo Boscia) gli appartenenti alla sezione milanese dei Medici cattolici italiani, che considerano questa legge “una buona mediazione”. Anche i giuristi cattolici non si mostrano compatti. Al contrario di quanto è avvenuto per i cattolici esercenti la professione medica, qui è stato, in dissenso con la base, Francesco d’Agostino. inamovibile presidente dell’Unione Giuristi cattolici italiani (associazione diversa dai Giuristi per la Vita), a dichiarare già alcuni mesi fa che “il disegno di legge attualmente in discussione sulle Disposizioni anticipate di trattamento non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l’eutanasia” sicché “presentarlo all’opinione pubblica come finalizzato a far entrare nel nostro ordinamento un’eutanasia mascherata, non rende onore alla verità”.

Al di là della libertà di opinione, di cui i cattolici odierni sono i migliori e scapigliati campioni, resta il fatto che si va oltre il rifiuto dell’accanimento terapeutico quando si lascia morire qualcuno di fame e di sete. E che si tratta di eutanasia non solo passiva quando alla sospensione delle cure si accompagna, per alleviare le sofferenze del morituro – che sarebbe di per sé ottima cosa -, la cosiddetta sedazione profonda indotta da farmaci che, indebolendo le resistenze del corpi, ne accelerano la morte fisica. La differenza è più o meno quella che corre fra un veleno che uccide all’istante e uno che produce l’effetto con maggiore lentezza.

La legge appena approvata mette l’Italia in una situazione normativa abbastanza simile a quella della Gran Bretagna, dove più di un episodio conferma il timore di una trasformazione dei medici “in ciechi strumenti di morte” mentre il principio della libera scelta dell’interessato appare sempre più il cavallo di Troia per soluzioni imposte.

Inglese è, difatti, il recente caso (non era il primo, ma ha fatto più rumore) del piccolo Charlie Gard, che, non avendo ancora compiuto l’anno, non era in grado di esprimere la propria volontà. Lo hanno fatto per lui i suoi legali rappresentanti naturali, i genitori, che non solo si sono opposti, ma hanno fatto l’impossibile per strapparlo alla condanna a morte decretata dai medici del London’ Great Osmond Street Hospital (ma sarebbe forse più esatto dire dall’amministrazione ospedaliera). A tagliarli fuori ha provveduto con un semplice inghippo processuale il magistrato dell’Alta Corte incaricato del caso. E’ bastato ipotizzare un potenziale conflitto d’interessi fra i genitori, che lo volevano vivo, e il minore, che, a parere del giudice, se fosse stato in grado di esprimersi, avrebbe scelto la morte, per nominargli un curatore speciale, più che sollecito a dichiararsi concorde, per il bene – s’intende – del minore, con l’amministrazione ospedaliera. Così, per decisione di un gruppo d’individui che con lui non avevano nulla a che fare, ma si dicevano molto preoccupati della sua “dignità” di essere umano, il piccolo Charlie Gard è stato espulso dalla vita.

Adesso, sempre in Inghilterra, il caso si ripropone con Alfie Evans, un bambino di 18 mesi ricoverato in coma all’Alder Hey Children Hospital di Liverpool per una malattia che i medici non riescono a diagnosticare.. I genitori, Thomas e Katie, si oppongono, ma l’amministrazione ospedaliera, considerando “inutile” la sua vita, ha chiesto all’Alta Corte l’autorizzazione a sopprimerlo. Visto il precedente (che, come dicono i cronisti giudiziari, “fa giurisprudenza”) è facile supporre che anche Alfie sarà “terminato”

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