Le vergini stolte e i preti furbi

IL giustizialismo è un tratto tipico del moralismo. Quando lo sguardo del credente sia sospinto da zelanti sacerdoti “progressisti” a concentrarsi sull’azione più che sulla contemplazione, quello che emerge è subito un atteggiamento rancoroso verso il mondo, soprattutto quello dei devoti cattolici “tradizionalisti, così legati stolidamente e ipocritamente al magistero ecclesiastico.”

Per i cattolici senza dottrina si diventa buoni cristiani assumendo atteggiamenti di astratta accoglienza, di irenistica tolleranza verso ogni comportamento e di gelida censura di tutto quanto odori di soprannaturale o di dottrinario. Tutti salvi. Tutti in paradiso. Alla faccia del libero arbitrio. Dio si prende gioco di chi non crede costringendolo al paradiso con una curiosa dottrina della predestinazione che vede già da sempre l’intero genere umano destinato alla beatitudine eterna. Che fregatura per i poveri anticlericali, per gli atei pratici e teoretici.

 

Lo sforzo umano del credente “progressista” quando non si limiti, come frequentemente accade a dichiarazioni di principio, presenta una forte carica pelagiana; come dire, con l’imitazione di Cristo ottenuta attraverso lo sforzo personale il mondo diventerà giusto. Su questo linea di pensiero si muove poi la libera interpretazione del Vangelo, che viene, soprattutto durante le omelie, spogliato di ogni elemento soprannaturale e divisivo. Il giudizio finale in tal modo viene reinterpretato omettendo la possibilità che l’uomo si perda per sempre. Sono infiniti e disonesti gli stratagemmi esegetici che taluni preti utilizzano per modificare dottrina e dogmatica.

Nell’omelia di oggi le vergini stolte, sono rimaste fuori solo temporaneamente; Gesù avrebbe loro dato il tempo di andare a procurarsi l’olio. Peccato che la parabola si collochi in un contesto nel quale il concetto chiave è questo: Vegliate! Perché non sapete l’ora in cui il ladro, il padrone, lo sposo, verrà. Altro che tempo di riserva. Ma è chiaro, essendo Dio buono, evidentemente Gesù avvertiva non in vista di una possibile punizione, ma solo in vista di un indulto generale. Ma allora perché ammonire, perché l’inutile allerta?

Perché lo fanno? Perché tanti preti depotenziano il Vangelo, addomesticandolo allo spirito mondano? Se Dio perdonasse indiscriminatamente tutti, se fosse sufficiente l’impegno umano per uscire da questo mondo pieno di contrasti e dolore, allora perché l’altissimo non ha perdonato Adamo, subito; facendosi poi carico di salvare il mondo morendo sulla croce dopo atroci sofferenze morali e fisiche?

Rispondano i sacerdoti del buonismo, senza ridicolizzare il racconto delle origini e della caduta, ovverosia senza negare il peccato originale. Ma non lo fanno e questo semplicemente perché tolta la caduta dell’uomo, tolto quel Peccato, risulta inspiegabile la presenza del male; a meno che Dio cessi di essere chiamato buono e con esso l’intera creazione, che risulterebbe una mostruosa carneficina Ma un massacro che duri millenni anche se in vista di un fine meraviglioso, resta un massacro, in primis per le vittime.

Alterare la dottrina di sempre, con subdoli stratagemmi per compiacere un uditorio che si suppone refrattario alla teologia e al catechismo, lascia l’uomo sempre più solo, disincantato, disperato, senza ragioni forti per credere. Senza soprannaturale, senza grazia, cosa distingue un prete o un cattolico impegnato nel sociale da un buon comunista vecchia maniera?

Non l’azione, ma la solitaria contemplazione muove secondo il giusto verso le nostre vite. Pregare, pregare, pregare, riflettere, riflettere, agire; professava mirabilmente il sindaco santo Giorgio La Pira. Tre, due, uno, si noti la sequenza numerica dei verbi.L

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