La Russia oggi a 100 anni dalla Rivoluzione di ottobre

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Robi Ronza intervista Marta Dell’Asta nella trasmissione mensile di RADIO MARIA Almanacco dal mondo – 16 ottobre 2016

Robi Ronza. – Buona sera e ben trovati, ascoltatori di Radio Maria, al consueto appuntamento mensile. Il tema di questa sera, che vi è stato appena annunciato, verrà sviluppato grazie a un’ospite importante: Marta Dell’Asta, che è un’esperta di questioni russe. Ha vissuto a lungo a Mosca, ed è uno degli autori di un’interessante mostra che è stata fatta al Meeting di Rimini nello scorso agosto sul tema “Russia 1917, il sogno infranto di un mondo mai visto”, una mostra che ripercorre il secolo dalla Rivoluzione d’ottobre e quello che ne è risultato successivamente. Buona sera, Marta Dell’Asta! Spero di aver anticipato bene quello che lei ci dirà. Le chiedo di dirci qualche cosa sull’argomento che tratterà questa sera.

Dell’Asta. – Eh, questo centenario della Rivoluzione russa ci ha interrogato moltissimo, perché è un evento epocale, una pietra miliare del ventesimo secolo. E davvero ha lasciato un’impronta profondissima, non soltanto in Russia, ma in tutto il mondo, influenzando anche la nostra mentalità. Per questo ci siamo rimessi a studiare quel fenomeno. Sono state scritte intere biblioteche su questo fatto, ma era necessario arrivare al nocciolo della questione. Cosa era successo? Perché era successo? E quindi ci siamo concentrati soprattutto sugli anni immediatamente precedenti e poi tutto lo svolgersi degli eventi, del 1917-18, per cercar di capire i nodi da cui poi è scaturita tutta questa vicenda storica. E ci è parso di aver trovato un’interessante linea guida, che era stata trascurata dai più, e che sono una serie di pensatori, di filosofi russi dell’epoca – non solo comunisti, che hanno vissuto quei fatti in prima persona, ma avevano una caratteristica particolare: tutti provenivano dal marxismo, e quindi avevano vissuto dall’interno quella che noi abbiam messo nel titolo, cioè “Il sogno infranto di un mondo mai visto”. Cioè la componente dell’aspirazione di liberazione era molto forte, questo non si può dimenticare. E avevano vissuto in prima persona e prima di tutti gli altri il vicolo cieco, e quindi avevano giudicato in contemporanea la portata di quello che stava succedendo. Questo, nella sostanza, il lavoro che abbiamo fatto.

Ronza. – Si, è stato fatto un lavoro importante, ma al di là dell’interpretazione più ricorrente, molto meccanica, della Rivoluzione d’ottobre 1917, e cioè l’esplosione di una tensione sociale diventata incontrollabile, in un paese che rifiutava di entrare nella propria eredità, entrando in una situazione insostenibile che sfocia in una rivoluzione in un processo quasi meccanico. Ma voi avete anche ben sottolineato le radici culturali, constatando che tutte le cose si sono rotte prima.

Dell’Asta. – Si, ci è parso di vedere molto bene l’entrata in gioco del nichilismo, che veniva ad occupare gli spazi lasciati vuoti dai protagonisti della storia russa precedente, e cioè la monarchia. E ricordiamoci che la monarchia era una monarchia cristiana. E la Chiesa Ortodossa, che era l’anima stessa della nazione, del popolo, era una componente importante.

Ronza. – Spieghi ai nostri ascoltatori cosa intende per nichilismo.

Dell’Asta. – Vuol dire che, là dove queste due presenze che dovevano incarnare il cristianesimo, erano venute meno, avevano tradito, e avevano quindi deluso, questa richiesta di giustizia, di verità, di liberazione, che c’era nel cuore della gente, restava disattesa, restava senza una risposta e una prospettiva reale. E allora questa attesa si convoglia in altre direzioni, finendo in una risposta violenta. Questo cadere della speranza, di una speranza positiva, e la delusione che ne consegue, producono questo nichilismo che si risolve in una scelta per la distruzione, invece che per la costruzione. (Anche il nostro tempo sembra avere queste caratteristiche. Ndt). E quindi – prosegue la Dell’Asta – noi abbiamo osservato che questo aspetto non viene normalmente tenuto presente, e cioè che la violenza della rivoluzione del 1917 è stata veramente preparata da un’enorme diffusione del terrorismo che era già iniziato negli anni Settanta dell’Ottocento, e poi è esploso in maniera stragista dal 1900 al 1917, che aveva reso la violenza e la distruzione come un fenomeno quotidiano, accettato quasi normalmente. Aveva “vaccinato” la gente alla vista del sangue, della violenza. E aveva inserito, inoculato nelle coscienze l’idea che di fronte a un’ingiustizia, eccetera, la risposta della violenza fosse legittima, giusta, e questo ha poi preparato il terreno al bolscevismo, che era, alla fine, il nichilismo incarnato. (Già da quanto esposto fin ora possiamo vedere quante analogie con l’attualità siano presenti, e che, se non prese seriamente in considerazione e corrette in tempo, potrebbero portare a drammi ancor peggiori. Ndt).

Ronza. – Nichilismo, che vuol dire il non credere in niente, se non nella presunta forza salvifica della violenza rivoluzionaria.

Dell’Asta. – Si, c’è sempre un’idea rivoluzionaria, che è sempre un’utopia che esigeva che ciò che esisteva precedentemente, nel bene e nel male, nella sua realtà concreta, andasse spianato, distrutto. E su questa distruzione bisognava costruire il nuovo. Questa era l’idea fondamentale. Questo aspetto si vede molto bene proprio dai primi atti politici del nuovo governo, che sono poi atti politici dello stesso Lenin. E nei suoi decreti si vedono le priorità, perché va a colpire la Chiesa, va a colpire la famiglia. Sono quelle linee che noi oggi vediamo mature nella nostra società occidentale, come l’autodeterminazione dell’uomo che non ha più nessun legame con nessuno, noi le vediamo programmate, allora, in maniera violenta e imposte alla società dall’esterno, mentre ora in Occidente questo cammino è stato molto più lento, ma il risultato è esattamente quello. Così vediamo la distruzione della famiglia, della persona, della coscienza individuale e della Chiesa, come fonte di legami e di una coscienza, con dei valori che non aspettano dallo Stato il giudizio sul bene e sul male, ma hanno una fonte autonoma. Questa era una priorità per Lenin. Ricordiamo, ad esempio, che nel 1920 – e quindi a 20 anni scarsi dalla Rivoluzione -, l’Unione Sovietica sarà il primo paese al mondo che legalizza l’aborto. In Occidente questo processo si avvererà alla fine degli anni Sessanta. Quindi già nel 1920 la forza dello Stato impone questo, che ora anche noi vediamo.

Ronza. – In nuce, in embrione, il progetto del 1917, che in Russia è stato più drammatico, si è ora realizzato in Occidente.

Dell’Asta. – Si, le cose sono andate esattamente così. Noi, per esempio, abbiamo trovato in Senior Frank, che è uno di quei pensatori di cui ho parlato, che vivono in prima persona gli eventi, che dice proprio questo. Ma in quello che sta succedendo oggi qui non c’è forse la linea di sviluppo e di arrivo di tutta la civiltà occidentale, a partire dall’Illuminismo? E quindi la percezione molto chiara che quello che stava avvenendo in Russia in quel momento, era il nodo cruciale, il riassunto e l’esito di un cammino che era comune. Una tendenza della nostra civiltà, che era comune.

Dopo tutto, lo stesso cardinale Ratzinger ha scritto, ripercorrendo anche lui questi anni cruciali del marxismo, che “il nodo irrisolto di questa civiltà moderna, e adesso postmoderna, è proprio quello del nichilismo”, cioè di un tentativo disperato dell’uomo che, non avendo più una speranza positiva, si accontenta invece di una via di distruzione.

Ronza. – Stiamo parlando della Rivoluzione d’ottobre in Russia, in tutto quello che ha significato anche come evento premonitore per l’Europa e per l’Occidente di oggi. Ne stiamo parlando con Marta Dell’Asta, che è una esperta della materia, avendo vissuto per lungo tempo a Mosca e che fa parte dello staff, del nucleo operativo di un centro: la Fondazione Russia Cristiana, che è una grande risorsa per la cultura del nostro paese. La Fondazione, che ha sede a Seriate, alle porte di Bergamo, in una bella villa patrizia ora restaurata, è un centro di studi sulla cultura russa di straordinaria ricchezza. Opera da decenni e ha raccolto una quantità di informazioni, di documentazioni notevolissima. Prima di andare avanti chiederei a Marta Dell’Asta di dirci qualcosa sulla fondazione Russia Cristiana.

Dell’Asta. – Si, è una realtà nata nel 1957. È stata fondata da un sacerdote trentino, padre Romano Scalfi, che aveva abbracciato la passione per la Russia dopo aver assistito a una liturgia bizantina, perché era affascinante e bella. Inizialmente voleva andare missionario in Russia, ma poiché allora non era possibile ha aperto un centro di studi sulla Russia. E questo è un lavoro che anche adesso, dopo la sua morte, continua ancora e ci ha permesso negli anni di gettare dei ponti di amicizia, di conoscenza. Prima della caduta dei muri erano delle figure quasi mitiche che noi incontravamo di nascosto. Invece, dopo la fine del comunismo, sono diventati dei rapporti più solidi di amicizia e di stima. Si parla soprattutto di ortodossi, ma anche di persone di varia tendenza. È un mondo che, più scavi, più dimostra la sua enorme profondità e il suo interesse inesauribile.

Ronza. – Sono molte le iniziative importanti a cui la Fondazione Russia Cristiana di Seriate partecipa, vero?

Dell’Asta. – Si, il comunismo aveva bene o male determinato anche per molti versi l’attività di Russia Cristiana, che era quella di dar voce alla chiesa del silenzio, perseguitata. Era importante che facessimo campagne per difendere i diritti umani. Finito il comunismo, questo veniva meno. E allora la domanda è stata: vale la pena continuare, o no? E lì padre Scalfi ha avuto questa intuizione molto acuta, che anzi, quello era il momento per incominciare veramente a lavorare. E lavorare nel senso di aiutare soprattutto la Chiesa ortodossa a mettersi in piedi. Così qualcuno di noi è approdato stabilmente in Russia – quindi non solo con viaggi di straforo come prima -, ed è stato aperto un piccolo centro per la diffusione di testi religiosi, dei quali c’era un enorme bisogno, un enorme interesse, perché per 70 anni non si è stampato molto. (Ecco il link di Russia Cristiana http://www.russiacristiana.org/ ).

Poi questa fase iniziale è finita ed è stato un po’ cambiato il profilo, ma si è rivelata veramente la scelta giusta. Si è aperto un centro culturale in una zona abbastanza centrale di Mosca, vicino alla Lubjanka, che è un negozio di libri: si chiamano “libri intelligenti”, libri scelti, insomma, quelli che vale la pena di leggere. E accanto c’è questa bellissima sala delle conferenze, che è diventata un vero punto di incontro, di scambio fra noi cattolici e ortodossi, ma anche tra le diverse tendenze. Numerosi nostri ospiti hanno dichiarato in tanti modi che a Mosca, uno dei luoghi dove più liberamente ci si può incontrare senza polemiche, ma con libertà, per mettere sul tappeto i problemi e confrontarsi, è proprio questo centro culturale. Per questo motivo sono molto contenti e grati.

Ronza: – Vicino alla Lubjanka vuol dire anche non lontano dalla chiesa di San Luigi dei Francesi, la chiesa cattolica di Mosca.

Dell’Asta. – Si, la storica chiesetta che negli anni dello stalinismo era l’unica chiesa cattolica di Mosca. Adesso non più.

Ronza. – È anche abbastanza vicina al Cremlino…

Dell’Asta. – Si, beh, tutto è relativo, però per le dimensioni di mosca si può dire di sì, è abbastanza vicina al Cremlino.

Ronza. – Lo diciamo anche per chi ci dovesse andare come turista, potrebbe andare a vedere questo centro.

Dell’Asta. – Certo. Si trova in via Makrovska 27. Vale la pena visitarlo perché è un luogo di incontro straordinario.

Ronza. – È anche un punto di osservazione per capire com’è la Russia oggi. Ovviamente i vecchi luoghi comuni sono svaniti, ma se ne stanno formando di nuovi, come “la Russia del dittatore Putin, il paese dove si è formata la classe di ricchi consumatori, eccetera. Queste sono le idee che girano. Ma com’è la Russia di oggi? Che cosa è rimasto della domanda di senso che era emersa subito dopo la caduta del regime comunista?

Dell’Asta. – Questa è una grossa domanda. La Russia è passata attraverso quelli che vengono ricordati come i terribili anni Novanta, che oggi sono un po’ l’incubo di tutti. I russi hanno spesso molta paura, perché temono di ritornare a un periodo come quello degli anni Novanta. Quelli erano stati anni di infinite potenzialità: cambiava tutto, si poteva tutto, si poteva parlare, scrivere, cantare qualsiasi cosa, e quindi era un momento davvero straordinario. Ci sono stati tantissimi che si sono convertiti, presi da questo entusiasmo, da questa voglia di cambiare la propria vita. Sono però anche stati anni di difficoltà economiche drammatiche e anche di un senso di isolamento, di questa percezione di non essere capiti, di essere guardati un po’ dall’alto in basso. E poi c’era l’imperversare della malavita con le sparatorie in centro. Quindi il pericolo, la povertà … insomma tutto l’insieme, con la svalutazione della moneta, hanno fatto sì che questo periodo, in fondo, anche se è stato un grande periodo di cambiamento, ci spiega forse perché la gente adesso preferisca attaccarsi alle piccole sicurezze, e quindi il volo alto del primo decennio è un po’ calato.

Ora la gente cerca di più il benessere economico, mentre l’interesse per la religione globale, per la storia, per l’analisi sul passato è molto scemato. Adesso la gente non vuole sapere, non vuole andare a scavare. Naturalmente sto facendo un discorso generale, perché ci sono le dovute eccezioni di cui parleremo sicuramente dopo. Adesso la tendenza generale è quella di chiudersi un po’ sulla difensiva verso l’esterno, e poi anche verso i possibili sviluppi del futuro. Questo fa sì che oggi, per esempio, ci sia una adesione formale, generalizzata, alla Chiesa e al cristianesimo, ma poi, di fatto, non si traduce in una vera vita cristiana.

In genere noi, guardando da lontano alla Russia di quegli anni avremmo potuto pensare e sperare che sarebbe proseguita sulla strada maestra, ormai segnata. E invece diciamo che … secondo me il vero contraccolpo del cambiamento di regime, così radicale, non si sta sentendo adesso. I primi dieci anni sono stati il caos. Adesso invece la gente deve fare i conti con il proprio passato, chiedendosi quali saranno le prospettive future. E questo è un processo molto difficile, e direi che adesso la Russia sta vivendo un grosso travaglio.

Ronza. – Torniamo adesso specificatamente al centenario della Rivoluzione d’ottobre del 1917, e a ciò che ci ha detto Marta Dell’Asta quando ci ha detto che la cultura che ha generato la Rivoluzione dell’ottobre 1917 era già in embrione. Credo che questo aspetto sia molto importante per noi, per capire tutti i segni della crisi di oggi. Quindi lei ci dice che ci sono dei punti di contatto tra il programma di Lenin e le linee di tendenza del potere nel mondo contemporaneo.

Dell’Asta. – Certo. E Lenin, da parte sua aveva come terreno di cultura l’ambiente intellettuale radicale russo. Poi lui aveva fatto la scelta del marxismo, ma era in questo ambiente, che era nutrito da un sentimento apparentemente positivo, ma che esprimeva invece rancore e risentimento. E in questo anche i grandi della cultura russa, come Solgenitsin o Berdjaef, Bulgakov, eccetera, dicevano che questa era la spinta di forti idealisti, di gente che voleva cambiare il proprio paese, che sentiva in maniera drammatica il peso di questa immobilità. E avevano ragione in questo senso: questo poco rispetto per la persona umana. Ma quello che li muoveva era fondamentalmente un risentimento. (Potremmo dire che potrebbe essere anche ciò che muove certo fondamentalismo politico islamico, che porta al terrorismo. Ndt).

Abbiamo trovato una straordinaria espressione di Berdjaef, che dice: “Nulla di positivo si può costruire nella storia, partendo da sentimenti negativi”. E qui si è invece tentato proprio di fare questo. I vari movimenti che poi sono sfociati nel terrorismo erano movimenti mossi da questo odio, da questo risentimento. E quindi l’aspetto distruttivo diventava preponderante. Alla fine c’è questo fenomeno che da noi pochi conoscono, del nuovo terrorismo che inizia proprio nel Novecento, dove non interessa più colpire il singolo ministro, piuttosto che un giudice, un poliziotto, eccetera, ma è importante ammazzare più gente possibile. C’è proprio un terrorismo stragista.

Ronza. – Che è quello che vediamo oggi …

Dell’Asta. – Proprio quello che vediamo oggi. Per questo dico che il suo seme è il nichilismo. Perché in questo risentimento prevale il momento distruttivo, come se dopo aver fatto fuori tutti, sorgesse automaticamente l’alba radiosa del nuovo mondo. È di questo brodo di cultura che il bolscevismo stesso si nutre.

Ronza. – “La violenza come levatrice della storia”, dice Karl Marx. Questa frase ci colpisce perché, seppur in maniera meno drammatica e catastrofica, percorre anche la nostra cultura odierna. Troppo spesso si parte dall’idea che innanzitutto bisogna rompere.

Dell’Asta. – Le dirò di più: noi abbiamo aperto la mostra proprio mettendo in contrapposizione due frasi di due osservatori, due testimoni oculari dei fatti. Uno di questi filosofi e Berdjaev , e l’altro è Pierre Pascal, che era un cattolico francese che si trovava in Russia per motivi di lavoro. Entrambi vedono le stesse cose. E Berdjaev scrive: “È il suicidio di un popolo”. E Pascal, cattolico credente – e questo è impressionante -, scrive: “Magnifico! Questo è i potenti rovesciati dai troni. È la realizzazione del Magnificat”. Quindi anche in lui era evidentemente penetrato questo senso di risentimento che faceva dare più valore al momento distruttivo – i potenti rovesciati dai troni -, che non alla costruzione. (Come possiamo vedere, spesso anche molti cattolici, pur avendo una luce in più per guardare ai segni dei tempi, finiscono col guardarli attraverso le letture ideologiche, diventando così, più o meno consciamente, collaboratori col nemico della propria fede. Anche oggi succede, purtroppo! Ndt).

E Berdjaev che dice che “col negativo non possiamo ricostruire e rifondare la storia”. E dice una cosa straordinaria che, secondo me, noi riscontriamo oggi in maniera evidente. E dice ancora: “Il partito della rabbia e dell’odio è uno e indivisibile. Mette insieme i comunisti e i monarchici. Nessuna strada può essere aperta da elementi negativi. La vita esige al suo principio elementi positivi”. (Anche oggi la maggioranza dei mezzi di comunicazione, governati dai potentati economici, non fanno altro che sommergerci di notizie principalmente negative. Ndt).

Lui, come ex marxista, l’aveva già vissuto e l’aveva già capito. E invece Pierre Pascal – che era lì come membro della missione militare francese, pur nella sua fede, era più ingenuo. Per questo non aveva ancora capito.

Ronza. – Si, sto guardando, mentre lei mi parla, il catalogo di questa mostra, e vedo queste due citazioni. Ed è abbastanza impressionante. Diciamo che storicamente i cattolici si sono dimostrati abbastanza vulnerabili a questo tipo di equivoco. Possiamo dire che i Pascal si sono moltiplicati nel tempo, mentre i Berdjaev hanno poi trovato poco spazio. Noi li rileggiamo adesso questi grandi pensatori russi, ma non hanno avuto un impatto sostanziale.

Dell’Asta. – E pensi che questi testi straordinari erano usciti su dei piccoli giornali dell’epoca, che poi sono stati travolti dalla rivoluzione, scomparsi. Non sono mai stati tradotti in lingue occidentali. Certamente non in italiano, e quindi si sono persi questi loro pensieri. È veramente importante che loro venissero dal marxismo, perché loro questa passione, questa illusione, l’avevano vissuta e superata, mentre tutti gli altri erano un passo indietro rispetto a loro. Ed erano certamente persone di valore, perché avevano addirittura trovato che il giovane, il grande Pasternak che poi scriverà quel romanzo straordinario sulla rivoluzione, che sarà “Il dottor Zivago”, nei primissimi momenti anche lui subisce il fascino di Lenin, e gli pare l’uomo che possa veramente avere ragione del caos che c’era in quel momento in Russia. Lui gli vede il il ruolo positivo. Come possiamo vedere, anche persone profonde e intelligenti, erano impreparate a capire quale dramma si stava giocando, e a che livelli di profondità.

Ronza. – Quindi è una lezione che dobbiamo ancora imparare, perché tutta la comunicazione di massa, anche nel nostro paese, è percorsa dall’idea che bisogna innanzitutto cominciare a distruggere, a delegittimare l’altro per poter creare il nuovo e il positivo. Anche se in maniera meno catastrofica di allora, questa idea continua a serpeggiare. Quella che l’altro non è un bene per te.

Dell’Asta. – Lei ha detto una cosa interessante: “delegittimazione”. Si, era proprio questo gioco al massacro, che avveniva in Russia prima della Rivoluzione da parte di tutti i partiti, dall’opposizione ai più moderati ai più estremi. Delegittimare e distruggere qualsiasi tipo di autorità. E ci sono riusciti molto bene, al punto che alla fine non c’era più un’autorità credibile a cui si potesse guardare. Ed è proprio in quella situazione di vuoto e di delegittimazione totale che Lenin, che sapeva quello che voleva, avendo un progetto preciso, che ha potuto assumersi – senza che nessuno glie lo delegasse -, il potere. Quel potere di decostruzione e di delegittimazione che vediamo anche oggi.

Perché (ieri, come oggi), è facile criticare. I motivi ci sono in abbondanza. Non occorre mentire! Però questo sguardo così nichilista e distruttivo è micidiale – come abbiamo visto in Russia -, soprattutto per chi lo usa. Perché i vari partiti dell’opposizione, che avevano fatto a gara per distruggere l’autorità monarchica e del governo, eccetera, quando a un certo punto, nelle varie caotiche fasi del trapasso, si trovano in mano il potere, dimostrano di non essere in grado di gestirlo, perché l’unica azione politica che loro hanno sempre svolto e sanno fare, è quella della critica. Ma non hanno neppure mai pensato a un progetto positivo di costruzione. Per cui le brevi fasi del governo provvisorio, quando potrebbero dare alla vicenda una svolta costruttiva, non sono in grado di farlo. Anche questa è una cosa molto impressionante!

Ronza. – Ecco, ma lei che ha vissuto molto in Russia e che la conosce dal suo interno, la Russia di oggi, in che misura conserva il germe di questa eredità negativa, e in quale misura è riuscita a liberarsene? Quindi sarà ben difficile fare una transizione dopo 70 anni di rivoluzione marxista.

Dell’Asta. – Per capire bene l’eredità da cui viene la Russia di oggi, bisogna immaginarsi i 70 anni di comunismo più il periodo precedente che, come abbiamo accennato, è stato di profondo svuotamento. E quindi è veramente una eredità pesante, molto pesante! Qui il discorso è molto serio, perché questa coscienza di portare intatta l’eredità sovietica affiora ogni tanto qua e là, ma tanti non se ne rendono conto. E d’altronde c’è invece un’altra eredità, se si vuole, più giovane ma sicuramente più vitale, ed è quella del dissenso. Cioè di persone che questa coscienza ce l’hanno molto chiara e che vogliono fare un cammino di purificazione e di rinnovamento della coscienza. E, come c’era negli ultimi anni sovietici – dagli anni Sessanta in poi -, questa piccola minoranza alternativa, numericamente insignificante, ma che ha voluto dire moltissimo per l’Unione Sovietica, così anche oggi c’è un movimento, un movimento non organizzato, ma che affiora in varie parti del paese in maniera sempre più chiara ed evidente, che dimostra una volontà di liberazione interiore dai cliché sovietici e da quelli precedenti. Quindi di uso della ragione, di assunzione di responsabilità. Ci sono tanti esempi che mi piacerebbe descrivere se ne avremo il tempo.

Ma uno dei temi più dolorosi oggi, a me sembra quello della memoria, cioè di come ci si pone di fronte al passato. Essendo poi l’anno del centenario, ancor più. È un discorso molto doloroso, ma la tendenza generale mi sembra quella di chiudere gli scheletri nell’armadio: non voler ricordare, non voler vedere. Oppure di rivalutare certe figure storiche allo scopo di costruire un’immagine nazionale grandiosa. Ora tutti i personaggi che sembrano aver fatto grande e potente la Russia, vanno bene. Quindi potremmo definirla una cultura onnivora, per cui Ivan il terribile va bene, Stalin va bene, va bene anche lo Zar. Mettiamo dentro tutti insieme, per cui vengono stravolte le vecchie divisioni, i vecchi concetti.

Ecco, di fronte a questa memoria così spuria e ambigua, ci sono delle persone che, senza un ordine dall’alto, di propria iniziativa, si mettono a conservare, a preservare la memoria. Ed è una cosa impressionante. Per esempio, ed è già una tradizione, il 29 ottobre di ogni anno, sulla piazza della Lubjanka (la sede dell’istituzione più terribile della repressione, il KGB), la gente si riunisce liberamente, e vengono letti ad alta voce i nomi dei moscoviti fucilati negli anni del grande terrore staliniano. E questa bellissima tradizione si sta diffondendo in tutte le grandi città. Si fa a San Pietroburgo, in Siberia, un po’ ovunque ormai. E tutto ciò per me è di una grandissima civiltà, perché si vogliono ricordare queste persone distrutte senza motivo e cancellate dalla memoria, magari per paura, vengono così ricordate, ridonando loro la dignità.

Ronza. – Di questo gesto così impressionante non ho visto traccia sulle nostre televisioni. Magari sarò distratto. Lo so che volendo si trovano da fonti alternative maggiori notizie.

Dell’Asta. – Si, basta andare sulla rete “Russ in quei giorni”, e si vedono tantissimi filmati. (Ecco il link https://www.google.it/search?q=russ+in+quei+giorni&tbm=vid&source=lnms&sa=X&ved=0ahUKEwjzwr2_1p_XAhXC0qQKHRxxDgQQ_AUICygC&biw=1067&bih=532&dpr=1.8

Ronza. – Le risulta che sui giornali italiani siano apparse?

Dell’Asta. – Eh, questo non glie lo so dire. Temo di no, forse perché non fa molta notizia. Però posso dirle che sono veramente migliaia e migliaia le persone che vanno a queste commemorazioni. E sono spesso giovani o addirittura genitori con i loro bambini. Insomma, una iniziativa di grande civiltà. C’è poi un’altra bellissima iniziativa, che si chiama “L’ultimo indirizzo”. Allora, ogni persona che abita in un certo condominio e scopre, guardando su determinati siti, che in quel condominio ai tempi di Stalin sono state arrestate delle persone, può acquistare una targhetta d’acciaio sulla quale fa scrivere il nome della persona arrestata e fucilata, e applicarla all’ingresso del condominio. Questo per ricordare che in quel condominio sono vissute anche quelle persone. Questo viene fatto senza alcuna intenzione di vendetta o di odio e nemmeno per una rivendicazione politica, ma unicamente per fare memoria. Nelle grandi città come Mosca e San Pietroburgo si sta moltiplicando, ma non le so dire quanto in altre città. Sicuramente a Novosibirsk e in varie città della Siberia avviene certamente. Ma ci sono sempre le resistenze, alle volte spiacevoli. Ma la cosa bella è che questa iniziativa dipende dalle singole persone, anche dal punto di vista economico, perché la targhetta viene acquistata dai singoli. Questi sono segni – certamente minoritari -, però molto significativi.

Ronza. – Sono informazioni molto importanti, cari ascoltatori di Radio Maria, che io sento per la prima volta. Forse qualcuno di voi ne era a conoscenza, ma altri, come me, lo sentono per la prima volta.

Ronza. – Lasciamo ora lo spazio per alcune domande. Prima però vorrei dire che Marta Dell’Asta è anche direttrice del giornale online La Nuova Europa, Link: http://www.lanuovaeuropa.org/ , che può essere utile per coloro che vogliono approfondire il tema e avvalersi dell’enorme lavoro che dalla Fondazione Russia Cristiana. C’è qualche ascoltatore che vuol porre una domanda?

Ascoltatore. – Buona sera. Chiamo da Rovigo. Complimenti per l’interessantissima trasmissione. Sono un accanito lettore e ammiratore del romanziere Dostoevskij, e uno dei suoi romanzi più interessanti, che certamente anche la signora conoscerà, è I demoni. Allora la mia domanda è: come viene rivalutato Dostoevskij nella società e nella cultura russa odierna, anche per la sua lucida analisi sul nichilismo di allora?

Marta Dell’Asta Carletti. – Si, Dostoevskij, come sempre è stato fin dagli inizi un grande e amatissimo scrittore, ma ispira solo una certa parte, una parte minoritaria della cultura. Già mentre era in vita, pur essendo riconosciuto come un grandissimo, era una rara avis nell’ambiente culturale. Non era apprezzato dai suoi colleghi contemporanei, ma anche per l’oggi direi la stessa cosa. Ci sono grandi studiosi come la Kasavkina, che continuamente sanno parlarne e tirarne fuori tutta la modernità, e debbo dire che questa scuola è molto seguita, ma in realtà diciamo che la mentalità predominante lo capisce meno, ne capisce meno la radicalità. Quindi è sempre un autore difficile, perché è troppo profondo. (Ma direi che è troppo profondo anche per anche per molta superficialità contemporanea fatta di effimero, ma che è molto utile a ogni tipo di potere più o meno dispotico. Ndt). Bisogna dire che oggi la parte considerevole della cultura russa è di tendenza piuttosto anticlericale, ostile alla chiesa, per questo lo stesso Dostoevskij non interessa poi così tanto. I suoi seguaci potrebbero essere considerati un po’ come il “resto di Israele”. Sappiamo che Dostoevskij è stato fra i primi a parlare del nichilismo, che vede originato da una mancanza del senso della vita, quindi come un frutto del vuoto interiore. Per questo, chi capisce questo nodo essenziale lo ama tantissimo. Ma a quella profondità non arrivano tutti.

Ronza. – Ma se i giornali, le riviste e i media in genere parlassero di più di questi grandi autori classici, probabilmente questi verrebbero scoperti anche da altri. Qualcosa del genere, avviene nella comunicazione di massa e nella stampa russa, o questa offre solo una comunicazione di intrattenimento?

Dell’Asta. – Generalizzazioni non se ne possono fare, ma diciamo che la cultura dominante in Russia oggi è abbastanza assimilabile alla cultura occidentale. insomma, i grandi temi non attirano. Invece una grossa differenza rispetto a noi qui in Occidente, è che la rete russa è molto ricca di dibattiti interessanti, anche su tematiche vitali e profonde, per cui quello che può mancare alla stampa su carta, o anche in libreria, si ritrova invece nel mondo virtuale. Anche su Facebook si possono trovare discussioni di grande interesse.

Ronza. – Sicché la rete è meno pettegola e meno casuale di quanto accade da noi.

Dell’Asta. – Anche qui è come trovarsi davanti alle scatole cinesi: uno frequenta un certo settore e non sa cosa avviene in altri, questo è chiaro, però è un mondo che è ricchissimo, perché ti apre a tutta una serie di siti e di riviste online che sono davvero straordinarie, sia dal punto di vista storico che culturale. C’è di tutto sulla rete russa, anche traduzioni da tutte le lingue.

Ascoltatore. – Buona sera. Mi chiamo Osvaldo Blanco. Sono un fedele ascoltatore di Radio Maria. Mio padre era spagnolo e mia madre italiana. Studio il russo perché è una lingua che mi piace moltissimo. Mi piacerebbe sapere che cosa si insegnava nelle scuole al tempo dell’URRSS. Come venivano educati i bambini, gli adolescenti e la gioventù. La ascolto per radio. (Robi Ronza informa che questo ascoltatore chiama dall’Argentina).

Dell’Asta. – Be, la scuola sovietica era molto ideologizzata, per cui bisognava studiare i testi del marxismo, la storia del partito, della rivoluzione, eccetera. Ma aveva una valvola di salvezza, perché c’erano i mostri sacri della letteratura russa tradizionale che non si potevano toccare. Quindi Puskin, Gogol, persino un po’ Dostoevskij, Tolstoj, e poi i grandi poeti, che venivano letti. Su Dostoevskij si faceva un po’ di scelta, tirando fuori solo i romanzi sociali, mentre quelli in cui egli faceva un’analisi del terrorismo e di altri fenomeni, venivano lasciati da parte. Però, come hanno commentato a posteriori alcuni studiosi, il confronto diretto con la grande arte, la grande poesia e letteratura, anche se non venivano esplicitate tutte le ricchezze spirituali contenute in esse, però questo contatto diretto era veramente un grimaldello, qualcosa che apriva il coperchio di un altro mondo, di un altro universo di valori e di concezioni. E questo è sempre stato qualche cosa che ha permesso anche all’uomo sovietico di avere l’intuizione di qualcosa che da una parte si voleva cancellare, volendo tagliare tutti i cordoni ombelicali col passato. Però, per rispetto della sacra letteratura russa , qualcosa restava. Oggi non è più così, purtroppo. Oggi, nella scuola russa moderna, per una tendenza che per altro riscontriamo anche da noi, la letteratura classica praticamente non si fa quasi più, così questo contatto edificante viene meno. Oggi prevalgono le lingue straniere, le materie tecniche, e questo è certamente un impoverimento culturale serio e un allontanamento dalle proprie radici, che viene sostituito dai miti del passato per favorire l’interesse del momento.

Prima di terminare vorrei dire a coloro che vogliono vedere le immagini che mostrano la preparazione del giorno della memoria, che è il 30 ottobre, ma è stata anticipata al 29, che possono cliccare sul sito www.memo.ru . Potete trovare la versione in lingua russa e quella in inglese.

Ronza. – Vorrei ricordare che qualche anno fa mi è accaduto di essere presente, a San Pietroburgo, all’inaugurazione di una pietra alla memoria in un campo di fucilazione, diventato un vasto bosco, a memoria degli 800 italiani vittime del dittatore sovietico. Si trattava spesso di dissidenti del Partito Comunista italiano, accusati di trozkismo, che venivano mandati in Russia durante il periodo fascista con l’idea che si sarebbero messi in salvo, mentre quando arrivavano venivano messi a morte o nei gulag. Sono ben poca cosa rispetto alle vittime russe, ma li ricordiamo in quanto nostri connazionali. Il campo di fucilazione di San Pietroburgo è quello di Levashovo.

Dell’Asta. – I campi di fucilazione fin ora ritrovati in Russia sono 600, e tutti trovati da cittadini qualsiasi. Chissà quanti ce ne sono ancora. Quello di Mosca è a Butovo, dove sono seppelliti in 21.000. Anche lì fanno la lettura dei nomi. E sono dei momenti di grande intensità e commozione.

Ronza. – Siamo ormai giunti alla fine di questo interessante e istruttivo colloquio con Marta Dell’Asta, che ringraziamo di cuore.

* * *

(Credo sia importante, per coloro che vogliono conoscere il pensiero della Chiesa a riguardo dell’ideologia comunista, leggere quanto scrisse papa Pio XI nel 1937, a vent’anni dalla Rivoluzione Russa, nella sua enciclica Divini Redemptoris. Questa lettera è stata scritta a poca distanza dall’’altra, che aveva a tema l’altro totalitarismo: il Nazismo, che ha per titolo: Mit brennender sorge. Ecco il link per la Divinis Redemptoris: http://w2.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19370319_divini-redemptoris.html . (Ndt).

(Desidero concludere la trascrizione di questa interessante intervista con la citazione che lo storico Andrea Arnaldi – altro collaboratore di Radio Maria -, ha fatto nella sua trasmissione del 16 settembre, dedicata ai 300 anni dalla fondazione della massoneria e all’influenza che essa ha avuto sul comunismo, sul nazismo e sulle ideologie relativiste e nichiliste del mondo contemporaneo. Esse promettono maggiore libertà e uguaglianza, ma creano nuove schiavitù. Arnaldi cita una frase di Sant’Agostino contenuta nell’enciclica Humanum genus, che papa Leone XIII scrisse per mettere in guardia contro le seduzioni e gli inganni della massoneria, che si confermano di un’attualità sconcertante. Se già più di 100 anni fa – dice Arnaldi – il campo culturale era considerato dal Capo della Chiesa come il terreno di scontro tra due mondi concettuali, filosofici e dottrinali opposti, possiamo ben dire che dopo più di 100 anni non si è modificato che nei dettagli. Il grande scenario su cui si agitano gli uomini è quello della battaglia delle idee come presupposto necessario per la riconquista cristiana dei cuori e delle nazioni. Così scrive Sant’Agostino: “Due amori hanno fondato due città: l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio ha generato la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé, ha generato la città celeste”. Io credo che oggi, così come al tempo di papa Pecci, la battaglia tra le due città è più che mai una battaglia da combattere. Ecco il link dell’enciclica: lhttp://w2.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18840420_humanum-genus.html . Desidero comunicare che anche il professor Andrea Arnaldi, lo scorso 21 ottobre, ha dedicato una sua trasmissione, diversa per contenuti e per l’analisi storica dei fatti, alla Rivoluzione Russa, reperibile nell’archivio di Radio Maria. Ndt).

Trascrizione di Claudio Forti

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