La portavoce delle FEMEN premiata a Parigi

01-attiviste-femen-protestano-in-piazza-san-pietroAnne Hidalgo, sindaco.a di Parigi (secondo i canoni della cosiddetta scrittura inclusiva e anti-maschile) ha consegnato il 14 novembre, in pompa magna, il Gran Premio internazionale della Laicità ad Inna Shevchenko, militante delle Femen e protagonista in prima persona di violenze, degradazioni, ingiurie, scandali, provocazioni senza limiti, etc.

Ma andiamo con ordine. Vi ricordate delle Femen?

Secondo l’agiografia dei mass media del progressismo, le Femen sarebbero delle giovani militanti femministe ucraine che, riunitesi nel 2008 dietro Anna Hutsol (1984), vorrebbero cambiare il mondo e la società, abolendo i privilegi maschili, patriarcali e religiosi.

Finora, con un crescendo triste e spettacolare, hanno agitato i loro seni (rifatti) in tutte le principali capitali d’Europa: Mosca, Londra, Madrid, Berlino, Roma…

Varie volte se la sono presa, con violenza, al presidente democraticamente eletto Vladimir Putin e alle religioni, sia l’islam che l’ebraismo, ma in modo tutto speciale, al cristianesimo e alla Chiesa cattolica. Se nell’Islam hanno criticato il fondamentalismo e il moralismo del Corano e di Maometto, un po’ sulla falsariga delle celebri vignette di Charlie Hebdo, la lotta contro il Vaticano è per loro una lotta davvero senza quartiere e senza prigionieri.

Il 13 gennaio 2013 si sono fatte vive, in Piazza san Pietro, per rivendicare i diritti dei gay e il matrimonio omosessuale. Il 12 febbraio seguente hanno invaso, durante una celebrazione, la basilica di Notre Dame a Parigi, commettendo vari delitti censurati dalla legge francese, come violenza in un luogo di culto, manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblica assemblea (la messa), oltraggio al pudore davanti a minori, etc. Per tutte queste infrazioni sono state denunciate dai responsabili della basilica, col sostegno del cardinal André Vingt-Trois, ma le Femen, quale tipica lobby coccolata dai padroni, sono state assolte con formula piena…

Durante il Conclave del 2013 dopo le dimissioni di Benedetto XVI, una loro attivista si è spogliata presso san Pietro, mostrando sul petto la scritta minacciosa di No more Pope.

Il 14 novembre del 2014 hanno superato ogni decenza e hanno intavolato un teatrino horror sexy a pochi passi dal Vaticano. Tre Femen con un crocifisso ben riconoscibile in mano si sono messe a terra mimando un rapporto sessuale, mentre sulla schiena avevano scritto, in riferimento al simbolo numero 1 del cristianesimo, “Keep it inside”. Bloccate dalla Polizia, tra lo sdegno dei passanti e la rabbia dei pellegrini, hanno dichiarato, candide come colombe: “I nostri diritti sono in pericolo: siamo qui per rivendicare la laicità, la separazione tra Stato e Chiesa”!

Ogni azione penale si è bloccata, prima ancora di iniziare.

Già nel 2012, al top della notorietà, le est-europee Femen avevano aperto il loro quartier generale proprio a Parigi, la Ville Lumière, palesando così la volontà di fare un salto di qualità e di sfondare in Occidente. Al Guardian hanno dichiarato che la sede parigina serviva loro per allenarsi e formarsi alla battaglia: “Devi essere in buona forma perché magari nelle proteste potresti avere necessità di scappare via, o di attaccare la polizia, o di arrampicarti su un edificio” (22.9.2012).

La cosa realmente piccante in questa storia di volgare lobbing e di “servitù volontaria” ai potenti sta nel fatto che alcune pseudo-rivoluzionarie, non avendo alcuna moralità, ora si stracciano le vesti (o stracciano quelle delle ex compagne di barricate), accusando il movimento di arrivismo, desiderio di soldi e di carriera, di spionaggio e doppiogiochismo. Come dimostra il libro appena uscito che un giornalista francese ha scritto (a sei mani) con due delle principali protagoniste della setta laicista e anticristiana (cf. Olivier Goujon, FEMEN. Histoire d’une trahison, Max Millo, 2017).

D’altra parte, il.la sindaco.a di Parigi, la specchiatissima madame Hidalgo non è da meno, e proprio di recente è stata completamente messa a nudo (si fa per dire…) e screditata da un’inchiesta al vetriolo che mostra tutta la sua partigianeria femminista, laicista e immigrazionista (cf. Airy Routler e Nadia Le Brun, Notre Dame de Paris, Albin Michel, 2017).

Inna Schevchenko, ricevendo il Gran Premio della Laicità 2017, in una sala elegantissima del Comune di Parigi, si è dichiarata onorata del riconoscimento, poiché esso “celebra la libertà di coscienza e di espressione”: “i nostri valori (?!) sono più forti di quelli dell’estrema destra xenofoba che combatte la diversità e rifiuta le minoranze”. Ha poi concluso con pathos gridando verso la platea: “Femministe, laiche, umaniste, il momento è venuto, diveniamo ribelli e mai più schiave”. Il che, detto da una vittima sacrificale del consumismo e dell’immoralismo contemporaneo, non si sa se faccia più ridere o piangere.

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