In memoria di Jurij Mal’cev

jiuri

«E non aspettavamo una vittoria, non ci poteva essere la minima speranza di vittoria. Ma ognuno voleva avere il diritto di dire ai propri figli: “Io ho fatto tutto quello che ho potuto»

Vladimir K. Bukovskij, Il vento va e poi ritorna, 1978

«E sia, mettetemi dentro ma non posso rinunciare a dire quel che penso e devo dirlo a voce alta, la schiena diritta, se voglio continuare a mantenere il rispetto per me stesso»

Jurij Mal’cev

Nell’anno centenario della Rivoluzione d’Ottobre è morto, nella sua casa nelle prealpi bergamasche, uno dei più importanti studiosi del dissenso nell’Unione Sovietica: Juri Mal’cev. Nato nel 1932 a Rostov-na-Donu (Rostov sul Don) si laurea in filologia all’università di Leningrado e insegna lingua italiana all’università di Mosca traducendo in russo autori italiani tra i quali Moravia, E. De Filippo, Zavattini.

Il suo dissenso verso il regime comunista inizia nel 1967 fondando il «Gruppo di iniziativa» per i diritti dell’uomo che lo porta a sperimentare l’esperienza di essere, prima allontanato dall’università e poi internato in manicomio; nel 1974 riesce a lasciare l’Unione Sovietica. L’Italia lo accoglie e inizia a insegnare a Parma, Perugia e alla Cattolica di Milano testimoniando sempre la realtà del sistema sovietico.

Nel 1976 esce per i tipi de La Casa di Matriona di Milano, coraggiosa casa editrice che ha fondato assieme a Giovanni Codevilla e altri e diventa la voce del dissenso, L’«altra» letteratura (1957-1976). La letteratura del samizdat (dal russo “edito in proprio”) da Pasternak a Solzenicyn. Per la verità dagli anni sessanta il centro studi Russia Cristiana, fondata da un gruppo di sacerdoti tra i quali p. Romano Scalfi (1923-2016), porta in Italia le prime informazioni sul fenomeno russo, ma il volume di Mal’cev fa conoscere e cataloga questa realtà diffusa in Unione Sovietica: la letteratura del sottosuolo o la “seconda letteratura” (Andrej Sinjavskij) che si contrappone a quella ufficiale “nei suoi criteri artistici e nella forma come nelle sue posizioni filosofiche e nella sua visione del mondo”.

Il fenomeno samizdat “viene alla luce soltanto dopo la morte di Stalin e precisamente dopo il XX Congresso del PCUS”. Il Dottor Zivago (1957) “trascina dietro di sé un’intera valanga di letteratura sotterranea. Il fenomeno rapidamente si diffonde: (…) nel 1974, si potrebbe già mettere insieme con la produzione del samizdat un’intera biblioteca di grosse dimensioni”. Dattiloscritti che costavano l’arresto a chi li produceva, ma la catena non si interrompeva e le riviste continuavano ad uscire a getto continuo. Poi escono i romanzi, saggi, miscellanee e Mal’cev pubblica i nomi e i lavori di questi eroi della letteratura del sottosuolo che “riflette con grande precisione gli stati d’animo del popolo russo (…), e in ciò si distingue nettamente dalla letteratura ufficiale sovietica che è costruita per intero in ossequio alle convenzioni e ai modelli stereotipati e inanimi che il potere ha artificialmente imposto”.

Mal’cev lascia le tracce di questa letteratura iniziando da Il Dottor Zivago di Boris Pasternak definito “un evento storico”, “un ponte attraverso l’abisso del vuoto spirituale e del fatale inselvatichimento, tra la vecchia cultura russa e quella nuova, nascente e risorgente”. E poi ancora per più di trecento pagine ricche di storie e testimonianze. Ma il samizdat è anche la diffusione della letteratura proibita sia straniera che russa, da Orwell a Koestler, da Kafka a Camus e Musil, per ricordarne solo alcuni. E poi i russi Nabokov, Zamjatin, Cvetaeva fino a Osip Mandel’stam e Michail Bulgakov.

Mal’cev, da grande conoscitore della letteratura russa, entra anche nella descrizione dei lavori di scrittori meno noti che fa conoscere al pubblico italiano: fra tutti Andrej Platonov incompreso dalla critica occidentale che Mal’cev paragona a Gogol’.

Un capitolo del suo libro è dedicato alla satira in un paese dove si andava in carcere per una barzelletta e di barzellette ne scrive in abbondanza. C’è n’è una su Marx che cerca disperatamente di parlare ad una radio sovietica e, alla fine, gli viene concesso di dire una sola frase. E dice: «Proletari di tutto il mondo, perdonatemi!». O la vecchietta che trova sugli scaffali di un negozio la scritta “Il comunismo è agiatezza” e dice: «Pazienza! Abbiamo sopportato la fame, e bene o male sopporteremo anche l’agiatezza!». E così via soffermandosi e descrivendo numerose opere satiriche nelle quali comicità, sarcasmo “si mescolano alla mestizia e all’afflizione (…) e l’assurdo delle situazioni descritte è messo in rilievo dalle intonazioni e dalle espressioni grottesche”.

Mirabili le pagine che descrivono I Racconti di Kolima di Salamov, all’epoca conosciuti solo in parte, o le riflessioni di Grossman che descrivono “Lenin come un dittatore e un oppressore della libertà”.

Preziose infine le schede biografiche degli autori citati.

Mal’cev sapeva quello che scriveva perché lo aveva vissuto sulla sua pelle e lo regalava agli italiani perché non potessero dire di non conoscere la realtà, ma erano gli anni del compromesso storico e i nostri politici, ma soprattutto coloro che avevano in mano la cultura del nostro paese, erano impegnati in altro.

Comunque grazie Jurij Mal’cev

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