Weinstein e quel velo di ipocrisia liberal che si squarcia

clinton-weinstein

di Nicola Porro.

Il caso di Harvey Weinstein è emerso proprio quando la rete di protezione «intellettuale» del produttore di Hollywood è venuta meno. Weinstein non era uno qualunque del giro cinematografaro.

Era un grande finanziatore del Partito Democratico, era l’uomo che non mancava mai alle cene di fundraising di Hillary Clinton. Era il grande amico della grande nemica proprio di Trump, Meryl Streep. Che in occasione dei Golden Globe lo aveva definito «god».

Lo stupratore seriale, secondo le accuse di decine di attrici, poteva presentarsi nella sede del New York Times e, ricordando la sua importanza come investitore pubblicitario, bloccare un pezzo rischiosissimo che una redattrice del quotidiano aveva messo in piedi.

La stessa giornalista, Sharon Waxman, racconta come Matt Damon e George Clooney, distolti per un attimo dalle loro battaglie ecologiste e contro le armi, avessero avuto il tempo di chiamarla per dissuaderla dal pubblicare le notti bollenti del loro produttore.

Weinstein da una parte finanziava Michael Moore, dall’altra spiegava alle sue amichette che se non avessero ceduto alle sue lusinghe non avrebbero più lavorato.

Tutti sapevano di Weinstein, ma nessuno scriveva.

Era ricco, la sua casa di produzione stellare, i suoi amici erano i big boss democratici. Con il trumpismo tutto ciò finisce. Un paradosso. Il presidente che da candidato inciampa sulla passione delle donne per il potere, è lì alla Casa Bianca che ora gode grazie ad un velo di ipocrisia liberal che si squarcia.

È come beccare Marco Travaglio che ruba un fustino di detersivo all’Esselunga.

La cappa liberal di stampo newyorkese si rompe anche su un altro fronte: i rapporti con Israele. Trump, come Reagan, ha avviato le pratiche per uscire dall’Unesco. Le posizioni dell’organismo internazionale sono state decisamente anti-israeliane, e il presidente sbatte la porta.

Il terzo fronte, che combacia perfettamente con i primi due, è quello aperto con le felpette della Silicon Valley.

L’agenda politica e quella fiscale non la dettano più loro. Google, Facebook, Amazon non sono più le reginette della Casa Bianca, così come Weinstein non è più il principe dei produttori.

Ci voleva Trump per cambiare aria. E si capisce bene per quale motivo la campagna elettorale prima e la sua presidenza poi siano state bersagliate da tante critiche. A Washington si sta assistendo ad un cambio di potere gigantesco.

E i segnali si vedono tutti.

Nicola Porro, Il Giornale 14 ottobre 2017

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