Il senso morale

Il mondo contemporaneo, quel mondo cioè che a nostro giudizio si afferma definitivamente solo sulle macerie della seconda guerra mondiale (1945), è un mondo carico di paradossi e di cocenti contraddizioni. Il paradosso sembra essere la sua cifra più tipica e il suo dna specifico.

Tra i molti possibili vogliamo notare questo: nell’intero Occidente la parola cultura sembra essere perfino inflazionata, tanto essa ritorna sovente sulla bocca di tutti, o della maggioranza. Ma tra tanti abusi, ciò che fa difetto è proprio la stima, specie nelle giovani generazioni, dei valori che costituiscono il cuore della cultura, cioè la saggezza, il sapere, l’elevazione verso l’alto e la curiosità intellettuale.

Mai così tanti giovani universitari in Europa, e mai così tanti – giovani e meno giovani – lungi le mille miglia dal desiderio di sapere, dal (vero…) spirito critico, dal gusto dello sforzo intellettuale e dall’apprezzamento del gaudium de veritate.

Una cosa simile accade con la morale, oggi rinominata, con termine che sa più di neutralità e di imparzialità teorica, etica. Tutti così a parlare di etica del lavoro, di etica nella politica, di etica nella finanza perfino. Ma poi una percentuale infima dei contemporanei sembra voler intraprendere una vita secondo l’etica: una vita secondo la Norma.

Un saggio da poco pubblicato aiuta lo studioso e lo studente di oggi, a veder chiaro all’interno del bailamme delle proposte etiche contemporanee, tutte o quasi tutte contrassegnate da relativismo, soggettivismo, utilitarismo o kantismo dogmatico (cf. Giovanni Covino, Il senso morale. Avviamento allo studio dell’etica filosofica, Casa editrice Leonardo da Vinci, 2017, pp. 162, euro 20).

Il saggio, teoreticamente ben sostenuto, si fonda sulla logica aletica così come formulata da Antonio Livi, il quale, nell’introduzione dell’opera, collega pur nella distinzione la morale alla metafisica, sebbene il filosofo moralista “non deve ambire al grado di precisione degli assiomi e all’incontrovertibilità dei procedimenti deduttivi” (p. 11). Le verità della matematica (1+1=2) o della metafisica (dal nulla non deriva nulla) sono su un piano più alto e posseggono la certezze dei principi primi assoluti che fondano le verità seconde, come quelle della morale umana. Se esistono infatti degli imperativi categorici assoluti e incontrovertibili (il bene si fa, il male si evita) è chiaro che la colpevolezza del male e il merito del bene non sono immediati, ma dipendono da altri fattori variabili (piena avvertenza, deliberato consenso, lucidità mentale, ignoranza etc.).

Lo stesso Aristotele infatti, tra i fondatori del pensiero etico universale, bilanciava il metodo deduttivo (ex alto) con il metodo induttivo, quello “che muove cioè dai dati dell’esperienza per arrivare a un’ipotesi di legge universale” (ibid.).

Ovviamente, lo sguardo realistico e scientifico sulla natura umana e sul mondo, non deve mettere tra parentesi l’apporto teologico cristiano, se cristiani si è. Soprattutto per i cosiddetti preambula fidei, confermati dalla Rivelazione, ma intuibili anche mediante il senso comune condiviso da tutti gli esseri pensanti.

Giovanni Covino vuole in qualche modo rilanciare la nozione di senso morale, confuso e intorbidito dal pensiero debole della contemporaneità, e definito rigorosamente come un “insieme di certezze percepite dall’uomo circa la presenza di un ordine nella realtà che travalica il piano meramente fisico: l’ordine morale” (p. 23).

Tutta l’ascesa storica della modernità dal deismo e dall’Illuminismo ad oggi ha sabotato la moralità classica e cristiana, senza negarne però l’esigenza in radice (si vedano le stesse opere letterarie e teatrali sette-ottocentesche, e i celebri moralisti moderni come La Rochefoucauld, Manzoni, Leopardi, Nietzsche perfino).

Ma è stata la contemporaneità a dichiarare insensata la norma morale, liquidandola come reliquia della storia, di parte, relativa, contingente, inutile, eccessivamente anti-edonistica, etc. etc.

Il Covino mentre confuta il relativismo dei contemporanei (usando il moralista Woytjla, Garrigou-Lagrange, Gilson, il miglior Maritain), rivaluta altresì il valore dell’esperienza. Ovviamente non l’esperienza come la intende il minus habens laico-cattolico odierno che accompagnando la figlia quindicenne all’aeroporto per il week end cool a Barcellona col fidanzatino, afferma: “è bene che facciano le loro esperienze”!

Ma si tratta qui del valore assiologico dell’esperienza morale universale, che principia con la conoscenza basilare del fatto che l’uomo essendo libero di agire e di autodeterminarsi, è quindi responsabile ultimo delle sue azioni. L’esperienza morale è una “conoscenza primaria o immediata” (p. 32) che fonda quella secondaria, filosofica e critica. Il che conferma l’assunto tomista sulla “conoscenza della verità senza ricerca sia in campo speculativo sia in campo pratico” (p. 35). Altrimenti non si darebbe l’universalmente noto da cui trarre, per deduzione per induzione e per analogia, il meno noto.

Ancora una volta un paradosso della contemporaneità. Coloro che affermano che l’intelligenza umana, proprio in quanto umana, può riconoscere i cardini dell’ordine morale, sono coloro che non assolutizzano l’intelligenza e la ragione (razionalismo assoluto), ma pongono la ragione in sintonia e in sinfonia con la fede nell’invisibile Creatore dell’uomo e delle stesse norme per vivere.

Il testo di Covino aiuterà tutti i lettori a cogliere la bellezza e la profondità delle norme etiche universali (sul bene e sul male, sul dovere morale, sulla famiglia, sulle ragioni di limitare gli appetiti, e così via). E spingerà i più convinti fruitori del coraggioso saggio a rinnovare in sé una scelta etica di fondo: ordinare la vita secondo giustizia.

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