Giustizia e verità in democrazia

sc25E’ evidente che la presente realtà politica e culturale attraversa una delle più gravi crisi di civiltà che si siano mai registrate nell’intera storia moderna e contemporanea. Storia ricchissima di fughe in avanti e di sterzate improvvise (si pensi al triennio 19-21), rivoluzioni e violenze a sinistra, autoritarismi e militarismi a destra. Ma una storia che comunque da Colombo in qua sembrava avere un senso, un telos, una linea già tracciata ed una evoluzione parzialmente intuibile e decifrabile, seppur miscelata di nobili aspirazioni con dubbie e fragili realizzazioni.

La crisi odierna, quale crisi della modernità politica proprio in quanto moderna, è sicuramente una crisi di fondo, e non una crisi di crescita, congiunturale e passeggera. La “dittatura del relativismo” denunciata con fermezza e chiarezza da Benedetto XVI (2005-2012) coinvolge nella sua ondata limacciosa e distruttiva tutti gli aspetti del vivere civile: la politica certo, ma anche il diritto, l’idea e la nozione di legge, ed ovviamente l’etica la quale dovrebbe essere a fondamento della legge positiva e della retta organizzazione della società.

Un gruppo scelto di studiosi cattolici – fedeli come dovrebbe essere ogni giurista al concetto insuperabile di diritto naturale – ha pubblicato un libro chiarificatore sul rapporto tra politica ed etica, tra diritto positivo e legge morale, mostrando le virtualità sociali e le carenze abissali di una democrazia senza assoluti, ovvero in ultima analisi senza Dio: Giovanni Covino (a cura di), Giustizia e verità in democrazia, casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 160, euro 20.

Il saggio introduttivo del prof. Covino (pp. 11-30), assieme a quello più breve ma non meno intenso di Antonio Livi (pp. 31-39), dà il tono alla pubblicazione. Ovvero, non può esistere, neppure in astratto, una politica senza morale, così come nessun uomo può condurre un’intera vita, senza mai compiere atti buoni o cattivi, meritori o disordinati. Si tratta di una impossibilità metafisica. Se domattina prendo il tè invece del cappuccino, compio una scelta certamente neutra sul piano dei valori, e moltissime scelte e azioni umane non sono soggette al giudizio morale. Ma una intera esistenza “al di là del bene e del male” (Nietzsche) è impossibile e inconcepibile: l’uomo infatti per divenire un essere del tutto a-morale dovrebbe trasformarsi in una bestia! E questo, malgrado l’imbestialimento progressivo delle masse, è tecnicamente impossibile.

La politica poi, oltre che “arte del possibile” (p. 35), è governo di uomini liberi e solidali, proteso al “bene comune di tutti”, come insegna l’Angelico (citato a p. 10). “Il legiferare presuppone già un giudizio morale e una lex anteriore” (p. 22). Se esiste il reato, è perché esiste il peccato; se esiste il premio la lode la promozione e il riconoscimento, è perché esiste la virtù. Non è possibile quindi separare totalmente la politica dalla morale, come voleva, almeno fino ad un certo punto, l’acuto sofista Niccolò Machiavelli (1469-1527), stimato da molti come l’iniziatore della modernità politica e dei suoi drammi.

Se quindi la polis, composta in democrazia da mille voci diverse e antitetiche, deve riflettere per forza una norma etica soggiacente (la quale non è disgiunta da una metafisica almeno implicita), dove la si troverà questa norma etica fondamentale? Il pensiero debole contemporaneo, attraverso la voce fascinosa e inconsistente di Rorty, Vattimo, Kelsen, Enzo Bianchi e mille altri dice: nel relativismo! Il pensiero realista antico (Cicerone e gli stoici), medievale (Tommaso d’Aquino), moderno (Leibniz, Rosmini) e contemporaneo (Livi, Caffarra, Sgreccia e il magistero ecclesiastico dalla Rerum novarum alla Fides et ratio) afferma invece: nella legge naturale!

O Dio c’è o Dio non c’è: tertium non datur. Questo tipo di opposizioni apodittiche si riproducono facilmente quando si tratta delle questioni centrali e fondative della socialità umana. Certo, resta lecito operare all’interno del panorama attuale, come ricorda Livi, “in base al principio morale del male minore o anche in base alla legge della gradualità” (p. 36), così come insegna la migliore teologia morale (Jone, Prümmer, etc.) non senza l’avvallo dell’insegnamento della Chiesa (cfr. Evangelium vitae, 73). Ma senza mai “scendere a compromessi inaccettabili sul piano dei principi” (p. 35). Un conto è dare il voto ad un candidato imperfetto e deficitario, un conto è negare il nesso di dipendenza tra morale e politica: né l’integrismo dell’assorbimento della politica nella morale, né il laicismo della separazione tra le due sfere.

Così, ad esempio giova notare che l’aborto o è un delitto (posizione razionale difesa dalla Chiesa e dalla medicina) o è un diritto (posizione relativista, idealista, irrazionalista, pluralista): tertium non datur. D’altra parte, nella società democratica, l’aborto è permesso, o è vietato. I signori del relativismo assoluto saranno così bravi da scavalcare le categorie dell’essere, come il principio di identità e di non contraddizione, e darci una terza via tra il permesso e il vietato?

Nell’attesa, con l’epistemologo Livi notiamo che nella temperie culturale dell’odierno nichilismo, “il consenso politico viene cercato in aree ideologiche marginali, accantonando (…) i temi di fondo, quelli che richiedono convinzioni forti, addirittura metafisiche (statuto ontologico dell’embrione, dignità della vita anche nello stato di sofferenza, diritto di disporre della vita altrui con la pena capitale, o con l’eutanasia […])” (p. 32).

Ma senza legame con la verità che libera (Gv 8,32), ogni società ed ogni civiltà, tende a trasformarsi in quella città dell’uomo (o del diavolo) che sant’Agostino contrapponeva per diametrum alla Città di Dio. D’altra parte, “se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia” (Veritatis splendor, 101). E oggi la stessa attualità…

Ma a fronte di questa decadenza e di questo scivolamento nel nulla valoriale, gli autori del libro (Massimo Roncoroni, Claudio Vasale, Paul Johnson, Ignacio Acéchaga, Maria Elósegui, Salvador Bernal, Franco Damaso Marengo e Peppino Zoia), contrappongono, pur con accenti diversi, il monito sempre da meditare di Giovanni Paolo II: “La democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente essa è un ordinamento e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere morale non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare (…). Il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove” (Evangelium vitae, n. 70).

Incarnando e promuovendo i valori forti del Vangelo e quelli della legge naturale, certamente stiamo edificando nel silenzio (e nel disprezzo) quella civiltà dell’amore e della giustizia che, come il bene, è aspirazione e anelito universale.

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