Malnati: il dialogo non è disputa. Fontana: il dialogo è disputa

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di Vita Nuova Trieste.

Scambio di vedute sul dialogo tra Mons. Ettore Malnati e Stefano Fontana, direttore di Vita Nuova Trieste: il dialogo è disputa oppure no?

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Unum facere et aliud non omittere: dialogo e disputa

Mons. Ettore Malnati

vicario episcopale per il laicato e la cultura diocesi di Trieste

Dialogo e disputa sono due realtà diverse, sia come metodo che come obiettivo.

La disputa offre con competenza reciproca la bontà delle tesi formulando il proprio giudizio, offrendo agli uditori, affinché valutino dalla dialettica, la ragione migliore.

Il dialogo cerca di comprendere la ragione del contendere e guarda i punti di convergenza per creare una piattaforma di intesa senza alterare la verità. Già ai tempi di Gesù Egli disputò con i Dottori della Legge e dialogò con la Samaritana, con Nicodemo e con gli ultimi.

La disputa é uno strumento positivo e valido nell’esposizione delle tesi nei vari ambiti del pensiero, delle scienze e della stessa teologia, ieri come oggi.

Il dialogo è quella possibilità di reciproca conoscenza per individuare ciò che si differenzia e ciò che può essere simile in diversi percorsi delle varie discipline e delle varie religioni.

L’obiettivo della disputa è il far prevalere una tesi sull’altra nella ricerca di un criterio di verità.

L’obiettivo del dialogo è quello di trovare dei punti in comune per la rilettura di posizioni conflittuali. Già Pietro Abelardo, agli arbori della Scolastica, ci ha lasciato l’opera Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano.

Paolo VI, il Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II e gli stessi Benedetto XVI e Francesco ci indicano, senza cadere in irenismi o relativismi, di porci in dialogo come cattolici con gli altri fratelli cristiani, con le altre fedi e con  la realtà  post moderna, senza mortificare la verità  ma ponendosi in attenzione di quella gerarchia delle verità che dà a ciascuno l’obbligo morale di andar oltre a rigorismi o lassismi vetusti per ricercare nella verità  e nella carità  ciò che è oggettivo e foriero di ulteriori momenti di verifica spirituale, dottrinale e comunionale oltre le differenze.

Se il dialogo non è disputa si converte in irenismo e concordismo

Stefano Fontana

Poichè secondo me il dialogo o è disputa o non è, vorrei entrare in amichevole colloquio con Mons. Malnati. Naturalmente qui stiamo parlando del dialogo intellettuale, sia di ordine filosofico che teologico. Non stiamo parlando della conversazione, o del dialogo esistenziale o amichevole. C’è un musulmano che mi abita vicino. Con lui io dialogo, gli chiedo come sta, se il bambino è guarito, mi informo su cosa hanno mangiato ieri sera dato che sentivo un buon profumino nell’aria, gli chiedo anche come mai non porti mai la cravatta e così via. Questo è il dialogo della convivenza. Ma quando discutiamo di dottrina della fede, o se sia giusto avere molte mogli, o se Dio sia Volontà o Sapienza e così via, allora il dialogo prima o dopo diventa inevitabilmente disputa. E, ripeto, non può essere che così per il dialogo filosofico o teologico.

Disputa non vuol dire scontro. Vuol dire incontro argomentato. Vinca il migliore, nel senso della ragione più forte, quella che maggiormente rivela la verità. Nella disputa non vince mai un’opinione, vince la verità, nel dialogo esistenziale e conviviale invece ci si muove nel campo delle opinioni. Con il dialogo esistenziale ci si vuole conoscere l’un l’altro, con la disputa si vuole conoscere la verità, in base alla quale poi valutare l’uno e l’altro. Se il dialogo vuole misurarsi con la verità deve diventare disputa.

Il dialogo vero –  quindi come disputa – non verte mai sulle cose che abbiamo in comune, come invece fa il dialogo esistenziale della conoscenza reciproca. Sulle cose sulle quali già concordiamo perché dovremmo discutere? Fondare il dialogo sulle cose in comune uccide il dialogo e ne impedisce il carattere di disputa. Ma il rifiuto del carattere di disputa, come sembra fare Mons. Malnati, indebolisce il dialogo a concordismo o, come egli dice, a irenismo. Quando il dialogo non è disputa diventa irenismo. Non si può evitare l’irenismo nel dialogo quando non lo si fa lievitare a disputa.

Il cattolico è certamente interessato a sapere cosa ha in comune con le altre religioni. Questo è motivato dall’interesse a sapere se la sua religione ha una base umana e naturale. Quando io vedo che alcuni temi della mia religione sono presenti anche in altre non devo pensare che la mia religione valga le altre, ma devo pensare che essa è umana, si basa su una naturalità frutto della creazione, e questo anziché allarmarmi mi rassicura. Quindi anche cercare gli elementi in comune ha un senso. Ma è certo che il dialogo non si ferma qui, esso esprime veramente se stesso quando mette a tema le differenze. E allora è disputa. Se le differenze sono talmente forti da non permettere nemmeno la disputa (anche per la disputa serve qualcosa in comune, e perfino due pugilatori devono condividere lo stesso ring e le stesse regole) allora anche il dialogo cade dalla sua forma più esigente a quella di dialogo irenico o esistenziale.

Il dialogo non è nemmeno la reciproca narrazione di sé: organizzo un convegno e chiamo un cattolico e un musulmano, ognuno parla di come la propria religione vede Cristo. Questo non é dialogo. Il dialogo non si fonda su quanto abbiamo in comune ma sulle differenze, le quali perciò non devono solo essere giustapposte ma devono entrare in disputa.

Per il cattolico, inoltre, il dialogo interreligioso non può, come sembra sostenere Mons. Malnati, tendere a ciò che va oltre le differenze e le appartenenze. Il dialogo interreligioso non può e non deve puntare ad una super-religione oltre le religioni. Tanto che anche nel dialogo interreligioso deve essere presente l’annuncio e – nonostante oggi lo si neghi – l’intento di evangelizzare l’altro.

Vorrei fare anch’io un accenno alla Scolastica. Tutti i grandi autori medievali hanno scritto le Quaestiones disputatae, testi ove raccoglievano appunto le dispute su determinati problemi, dispute che i dottori medievali tenevano anche in pubblico nelle università del tempo. Il vero dialogo era la disputa.

Un esempio di dialogo é quello riportato da Benedetto XVI nel famoso discorso di Regensburg del 2006, tra l’Imperatore Michele Paleologo e un Pensatore Musulmano. Quel dialogo era una vera e propria disputa e solo per questo era vero dialogo. La disputa mette davanti ai dialoganti un aut-aut: Ciò che è contrario alla ragione viene dal vero Dio o no? Il cattolico e il musulmano danno risposte diverse: quindi disputano con argomenti e quando la differenza é tale da non poter nemmeno fare questo, se ne vanno ognuno per la propria strada, continuando magari poi a chiedersi come sta il bambino o perché non porti la cravatta. Ma questo non li risarcirà dall’aver rinunciato al dialogo vero che è disputa.

Fonte: Vita Nuova Trieste

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