Ma cosa dici, Renzi? Il primo populista, a ben vedere, sei tu

renzi-il-bomba

di Marcello Foa.

Sembra un decennio fa e invece sono trascorsi, in fondo, pochi mesi. Perché di quel Renzi non c’è più traccia nell’immaginario collettivo. Ora lo giudicano come uno che parla bene ma per spararle grosse, uno la cui mimica facciale è senza mistero, perché riflette quella del “bomba”, del fanfarone che pensa sempre di essere più furbo degli altri e di poter “intortare” chiunque con la sua parlantina e la sua giovialità tanto esuberante quanto falsa.

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Oddio, Matteo Renzi in tv. Ieri sera ho provato a seguirlo dalla Berlinguer, facendo violenza a me stesso. E Renzi si è dimostrato ancora una volta un buon comunicatore; anzi, tecnicamente un ottimo comunicatore. Si vede che ha uno spin doctor alle spalle, il quale gli ha fornito gli elementi per attaccare i rivali, ricorrendo a una tecnica ben nota: screditare la persona anziché contrastarne le idee.

I nemici sono Di Maio e Salvini e per l’occasione ha aggiunto anche Di Battista; di tutti e tre ha ricordato battute controverse o gaffe del passato al fine di etichettarli come inaffidabili populisti. Era molto preciso Renzi, si vede che si era preparato e ha di fatto indicato quella che sarà, molto verosimilmente, la strategia del Pd durante la prossima campagna elettorale. Preparatevi al tormentone! “Il Pd non è perfetto e ha commesso qualche errore ma per il bene dell’Italia è sempre meglio di questi qualunquisti”. Il senso delle sue parole era questo.

Parallelamente bassa conflittualità nei confronti di Berlusconi, descritto come un rivale ma da rispettare. Lo scopo recondito è evidente: se nessun partito o nessuna coalizione otterrà la maggioranza, bisogna preparare il terreno a nuove alleanze, anzi vecchie; dunque a una riedizione del Patto del Nazzareno ovviamente con Forza Italia. Che tutti oggi negano ma a cui molti pensano.

E poi tante promesse sul futuro dell’Italia, sulla necessità di ridurre le tasse, rivendicazioni sulla ripresa, sull’Italia che riparte. Sì, Matteo Renzi è tornato! Un po’ sovrappeso, ce ne siamo accorti, ma sempre lo stesso. Con tanti nemici fuori e uno dentro al partito. Colui che nelle sue intenzioni doveva essere un innocuo uomo di paglia, Paolo Gentiloni, e che, per quanto insipido, è diventato il suo primo rivale, proprio perché uomo per tutte le stagioni.

Retorica e strategia perfetta, non c’è che dire. Eppure poco convincente, perché le idee contano, ma in politica conta anche, anzi soprattutto, la percezione degli elettori. E più è radicata e più è difficile cambiarla. Ne conveniamo: era un campione, Renzi. All’inizio vedevano in lui il quarantenne moderno e rottamatore, tanto auspicato, che governava sulle ali della popolarità. Anche chi non era convinto diceva: senza di lui non c’è alternativa! E tutti si allineavano.

Sembra un decennio fa e invece sono trascorsi, in fondo, pochi mesi. Perché di quel Renzi non c’è più traccia nell’immaginario collettivo. Ora lo giudicano come uno che parla bene ma per spararle grosse, uno la cui mimica facciale è senza mistero, perché riflette quella del “bomba”, del fanfarone che pensa sempre di essere più furbo degli altri e di poter “intortare” chiunque con la sua parlantina e la sua giovialità tanto esuberante quanto falsa.

Non gli credono più. Men che meno quando accusa gli altri di essere populisti: basta fare una ricerca su internet per rintracciare tutte le promesse immaginifiche annunciate in questi anni e regolarmente disattese. Perché, diciamola tutta, a ben vedere, il primo populista è lui.
E non basterà una campagna di immagine, per quanto ben congegnata, a sradicare un giudizio scolpito nel cuore e nella mente degli elettori.

Vogliono altro e non sono più disposti a dargli credito. Non come prima. Quei tempi non torneranno più, Matteo.

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