In morte di mons. Brunero Gherardini (1925-2017)

mons-brunero-gherardiniIl 22 settembre 2017 è venuto a mancare, alla veneranda età di 92 anni, mons. Brunero Gherardini, illustre teologo ed ecclesiologo italiano, docente universitario di lungo corso, autore prolifico e poliedrico, guida spirituale apprezzatissima e, sinteticamente, degna figura di sacerdote cattolico, pio e fedele.

Inutile in questa breve rievocazione personale ricordare tutte le cattedre ricoperte dal prelato pratense, o tutti i volumi e i saggi che hanno avuto il Nostro come autore, coautore, ispiratore o promotore.

Personalmente lo ho incontrato varie volte. Una prima volta, parecchi anni fa, mentre ero intento allo studio della grande figura del Pontefice Pio IX per una tesi dottorale (da cui nacque poi il libro Fabrizio Cannone, Pio IX il papa scomodo, Ares, 2012, recensito con lode da Avvenire, Il Foglio, L’Homme Nouveau, etc.

etc.). Gherardini fu il postulatore di Papa Mastai e l’ardente difensore, contro la schiera indecente degli ermeneuti della discontinuità, che volevano e vogliono azzerare il lucidissimo Magistero piano (specie il provvidenziale Syllabus), in nome della cosiddetta Tradizione vivente e dello spirito del Concilio (letto nel modo più acritico e settario).

Una seconda volta ebbi la fortuna di poterlo intervistare e parlarci diffusamente. Più che il suo sapere e la sua invidiabilissima scienza teologica, rara soprattutto in ecclesiologia, patristica, dogmatica e in mariologia, mi colpì la sua bonomia, la sua pacatezza e la sua dignità. Sapeva ascoltare ed aveva una comprensione sincera e non affettata del punto di vista altrui, perfino di chi era una nullità al suo confronto.

Negli ultimi anni Gherardini fece molto parlare di sé per i suoi studi critici sul Magistero in genere e sul magistero conciliare e post-conciliare in specie. Studi critici, non nel senso protestante ed eterodosso del termine, ma nel senso cattolico, nello stesso senso per il quale anche la Bibbia può essere affrontata, oltre che dogmaticamente, altresì “criticamente”.

I suoi testi sul Concilio Vaticano II (specie Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, 2009 e Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, 2011) resteranno nei prossimi decenni dei punti di riferimento per la soluzione della spinosa questione dell’ermeneutica conciliare, ovvero del rapporto di correlazione tra i documenti di un Concilio pastorale e la pregressa dogmatica cattolica. Il riconoscimento esplicito della differente e diseguale autorevolezza dei testi della XXI assise ecumenica – che vanno dalla assolutezza del definitivo alla incertezza dell’orientativo e dell’esortativo – sarà il primo passo per un recupero della legge cattolica sull’adesione al Depositum Fidei.

In questi periodi di apostasia silenziosa (Giovanni Paolo II) e dittatura del relativismo (Benedetto XVI) anche interna al mondo ecclesiale, molti libri, anche a prescindere dalla questione del Concilio e della sua interpretazione, sono venuti in soccorso dei cattolici fedeli, anzitutto in ordine alla distinzione tra la teologia come adesione di fede e di ragione, e la “teologia” come filosofia religiosa autonoma e indipendente (dalla Rivelazione).

La sintesi più corposa di questa corrente luminosa e chiarificatrice, a cui Gherardini partecipò da par suo, sta nel testo appena ripubblicato di Antonio Livi (Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa, Leonardo da Vinci, 2017, pp. 402, euro 25).

Il miglior modo per onorare un teologo grande per la sua umiltà di servire la Scrittura e non servirsi di Essa alla Gherardini sta nell’approfondire le nostre fondatissime ragioni per aderire alla Rivelazione di Cristo, preservando detta Rivelazione da ogni deviazione, abbassamento, estrapolazione e inculturazione con pensieri esterni ed estranei a quelli del divino Rivelatore.

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