Quando i «migranti» eravamo noi…

 

Oh, no. Neppure quello. Neppure il disastro di Marcinelle, che la mattina dell’8 agosto 1956 costò la vita a 262 persone – di cui 136 italiani – è stato risparmiato dal ritornello che il fronte progressista, non appena può, agita per legittimare gli sbarchi sulle nostre coste. Sto naturalmente parlando del «quando gli immigrati eravamo noi», tormentone che viene rilanciato, a ben vedere, sempre con due speranze. La prima è quella vagamente ricattatoria tale cui, se ai nostri avi è stato concesso di emigrare, allora è giusto che anche ad altri sia concesso quel diritto. La seconda speranza, invece, è che l’interlocutore di turno – a cui il «quando gli immigrati eravamo noi» viene rivolto –  sia totalmente a digiuno di letture e conoscenza storica.

Sì, perché altrimenti capirebbe che il paragone tra quanto sta avvenendo sulle nostre coste e la pur cospicua immigrazione italiana, non regge. Lo dimostra lo stesso caso di Marcinelle. Vero, per esempio, che nostri compatrioti morirono in terra straniera, ma lo fecero lavorando a 945 metri sotto terra – profondità alla quale non risulta nessun migrante, in Italia, sia oggi ospitato. Va inoltre rimarcato che gli italiani a quel tempo al lavoro come minatori – i quali raggiungevano il Belgio con massacranti viaggi in treno, lunghi anche 52 ore – lo erano perché erano le autorità belghe a richiedere manodopera al nostro Paese, garantendo in cambio fornitura di combustibile fossile e la possibilità di godere delle rimesse degli emigranti.

Non risulta, viceversa, l’Italia abbia richiesto alcuna manodopera agli attuali migranti, i quali peraltro spesso rifiutano l’identificazione, mentre – per tornare a Marcinelle – gli italiani diretti in Belgio viaggiavano su convogli con a bordo numerosi agenti di polizia. Non solo: era allora vigente un Protocollo italo-belga, noto anche come «accordo minatore-carbone», in base al quale era fatto presente che gli italiani in Belgio – oltre ad essere sottoposti ad un esame di un medico belga – dovevano essere al massimo 50.000, non uno di più, di età non superiore ai 35 anni e incensurati o, al massimo, con condanne lievi, e chiaramente tutti al lavoro. Tutta un’altra storia, dunque, rispetto a quanto avviene oggi.

Le differenze tra i migranti di oggi e i nostri compatrioti immigranti – enormi, come si vede, considerando il caso del Belgio – sussistono anche se si guarda a quanto accadeva a fine Ottocento, quando molti italiani partirono alla volta delle Americhe. Ad evidenziarlo con precisione storica è, in particolare, il voluminoso Tutti in America (Casati editore, 2017) a cura del prof. Hermann W. Haller, dalle cui pagine apprendiamo come agli Italiani intenzionati a cercare fortuna all’estero venivano distribuiti manuali, le cosiddette Guide e Avvertenze, nei quali venivano dettagliatamente illustrati sia le leggi sia le usanze degli Stati esteri, con l’esortazione al pieno rispetto di esse.

In alcuni di questi testi, poi, si invitava esplicitamente il migrante italiano non solo a «evitare l’osteria, i luoghi malfamati, il gioco d’azzardo», ma a «trovare un lavoro prima della partenza», in modo tale da «non andar là così alla cieca» perché – veniva aggiunto – «non vi è vita più dura di quella di un povero operaio che si trova via pel mondo disoccupato». Ma c’è di più. In dette Guide veniva intimato, a chi volesse dirigersi negli Stati Uniti, a prepararsi alla severa visita di un medico americano, perché da «tale visita deve risultare che l’emigrante non è affetto da malattie contagiose o da difetti fisici deturpanti la persona, giacché l’emigrante che si trovi a sbarcare in queste condizioni non è ammesso negli Stati Uniti».

Nessuna cooperativa all’opera, dunque, nessun pasto caldo garantito a priori e a tempo indeterminato, ma solo avvertenze scoraggianti e, a tratti, quasi minacciose. «Quando gli immigrati eravamo noi» era così. E a chi fosse pronto – certe obiezioni sono fin troppo prevedibili – a ricordare che gli Italiani, negli Usa e non solo, hanno esportato anche l’organizzazione mafiosa, vale semplicemente la pena ricordare che, negli ultimi anni e solo in Europa, la furia terroristica jihadista (di origine non europea, evidentemente) ha fatto oltre 570 vittime. Senza contare la delinquenza che, comunque, i flussi migratori alimentano. Meglio dunque lasciar perdere certi paragoni e ammettere che «quando gli immigrati eravamo noi», beh, era tutto assai diverso.

Giuliano Guzzo 

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