L’ultimo affronto: la Vergine è una drag queen

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di Tommaso Scandroglio.

Due sono le costanti immancabili in ogni gay pride: nudità e blasfemia. Sulla seconda hanno messo l’accento gli organizzatori del Perugia Pride, previsto dal 23 al 25 giugno prossimo, confezionando una locandina in cui la Santissima Vergine è ritratta come se fosse una drag queen. L’espressione indica in genere un artista uomo, spesso omosessuale o transessuale, che balla, canta e recita vestito in modo appariscente da donna: trucco marcato, paillettes, piume, zeppe altissime, etc.

Scoppia per fortuna la polemica. “Non si può invocare il rispetto dei propri diritti, battagliare contro le discriminazioni e gli insulti e poi diffondere immagini come queste sulla Madonna che offendono chi crede”, ha scritto su Facebook Marco Squarta, consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Umbria. “Pessimo gusto… anzi disgustoso”.

Ribatte Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbt, una delle anime che hanno messo in piedi il pride: “Mi preoccupa che il consigliere Squarta non sappia riconoscere una Drag Queen da una Madonna”. Si fa osservare a Bucaioni che la donna nella locandina porta un velo bianco, il suo capo è cinto da un’aureola e tiene in mano un cuore circondato da alcuni raggi. In breve la classica iconografia del Cuore Immacolato di Maria.

L’amministrazione comunale, che aveva dato il patrocinio, in una nota fa sapere: “Il messaggio evocato dall’immagine e le reazioni che ne stanno scaturendo appaiono peraltro in contraddizione proprio con quanto pubblicato nel manifesto dell’edizione 2017, laddove si legge che il “Perugia Pride Village torna a scardinare le gabbie di odio che opprimono le nostre identità”. Si invitano pertanto gli organizzatori dell’iniziativa a rimuovere l’immagine in questione, così da ripristinare un clima sereno di dialogo e confronto. La libertà non può mai prescindere dal rispetto”.

Contro nota di Omphalos di cui offriamo un ampio stralcio perché assai interessante: “I nostri pride sono continui atti di ribellione, momenti di riflessione prorompente, che non possono essere ignorati. I nostri pride hanno il preciso scopo di rivendicare e portare in piazza ciò che la società ancora non vuole accettare, ponendo con forza temi e discussioni anche con metodi non convenzionali e provocatori. I nostri pride scandalizzano, irritano, destabilizzano. E lo fanno di proposito. E allora ecco – prosegue la nota – che anche l’omofobia più nascosta, il pensiero discriminatorio che spesso si pensa di aver superato, viene smascherato con un po’ di trucco e uno scatto fotografico ben fatto. Ci si scandalizza alla percezione di qualcosa di sacro accostato a qualcosa che si ritiene sbagliato, non degno di rispetto. Dimostrando nei fatti che ciò che di sbagliato si vede sono semplicemente le nostre drag queen, le nostre persone transessuali, i gay, le lesbiche o le persone intersex. E così come per le vignette satiriche e provocatorie di Charlie Hebdo o per le raffigurazioni del Gesù migrante con la pelle nera. Tutte gabbie che si costruiscono attorno a ciò che viene ritenuto accettabile in nome di un credo religioso, obbligando l’intera società a conformarcisi. Viviamo in un paese che si dice laico, ma in cui l’opinione di un’istituzione religiosa è capofila di ogni telegiornale. Un paese in cui la discussione sui diritti umani deve passare attraverso un contraddittorio di persone che seminano odio in virtù di un credo. Un paese nelle cui scuole i simboli di culto sono difesi in nome della tradizione e di una storpiata libertà d’espressione, e rimangono lì, appesi, saldamente ancorati a quegli stessi muri che poi negano un’educazione rispettosa di tutte le differenze. In questa quinta edizione del Perugia Pride Village – conclude la nota – ci troviamo ancora una volta a fare i conti con istituzioni che legittimano l’opinione di una religione più del rispetto delle identità e di diritti uguali per tutte le persone. È il momento che il movimento LGBTI e la società tutta diventino bandiere di un pensiero libero e laico, in cui atei e credenti di ogni religione trovino la capacità di separare la devozione individuale dalla discriminazione”.

Alla nota di Omphalos seguono alcune nostre di note. L’aspetto dissacratorio nei pride e in qualsiasi manifestazione arcobaleno ha due intenti. Il primo è far parlare di sé. E in questo senso i gay perugini sono riusciti nell’intento. Il secondo scopo è quello non di rivendicare una propria identità sessuale bensì di negare l’identità cristiana per liberarsi dalla Chiesa, ultima agenzia morale che nel suo Magistero ancora resiste al monopolio della coscienza collettiva da parte dell’ideologia LGBT.

Nella nota dell’associazione gay si afferma infatti in modo esplicito che in primo luogo è un diritto la blasfemia perché legittimamente si possono interpretare in chiave gender le immagini sacre. Tra omosessualità-transessualità e cristianesimo non c’è incompatibilità (tesi omoeretica presente anche nella Chiesa). Bene hanno fatto – sostengono quelli di Omphalos – i vignettisti di Charlie Hebdo a insultare mussulmani e cristiani.

In secondo luogo i principi e le idee di una comunità di credenti devono essere espropriate a favore del collettivo arcobaleno, perché il solo desiderio di difenderle è costruire gabbie culturali dove recludere le persone e rappresenta un’espressione di odio. I credenti non solo devono tacere, ma devono scomparire: via quindi i crocefissi dalle scuole, via quel Cristo la cui vista per i militanti gay è insopportabile perché silenzioso ma potente monito alle loro coscienze. E’ il famigerato pensiero unico che non tollera posizioni diverse dalle proprie. La libertà di espressione ai gay comporta l’azzeramento delle idee degli altri, altrimenti sarebbe ingiusta compressione del loro ruolo sociale. Tuttalpiù che si confinino i credenti in zone dove possano esercitare una mera “devozione individuale”. Niente spazi pubblici per loro. Le piazze dovranno solo ospitare gay pride 365 giorni all’anno.

In terzo luogo, ormai dipendenti dal fantastico e dall’iperbolico, si disegna una Italia dalle tinte teocratiche in cui le posizioni della Chiesa dettano le linee editoriali dei telegiornali. Un Paese che sarebbe quindi schiacciato su posizioni fideistiche e non laico. Tanto cattolico, aggiungiamo noi, che ha leggi sull’aborto, sulla fecondazione artificiale, sulle unioni civili, sul divorzio, sull’indottrinamento gender nelle scuole e presto sull’eutanasia.

Lo slogan di questa edizione del Perugia Pride sintetizza bene tutti questi principi: “Si scrive laico si legge libero”. La laicità vera voluta dagli omosessualisti è quella che predica una libertà assoluta da ogni regola morale, da ogni principio, da ogni istituzione. E’ la libertà negativa, non positiva. Liberi non tanto di essere omosessuali e transessuali, bensì liberi dalla Chiesa e dai credenti. In tal senso la Madonna drag queen vuole esprimere l’intento di uccidere il senso del sacro e la fede in ogni credente. La Vergine della locandina del Perugia pride è in definitiva deturpata dall’odio arcobaleno.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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