Le radici del filo-islamismo cattolico

islamOgni qual volta un attentatore islamico compie un massacro, come recentemente avvenuto a Manchester nel Regno Unito, la prosopopea dei presunti esperti e dei sociologi di parte si mette in moto. E ci racconta alcune verità scientifiche altamente dimostrabili ed empiriche, come quelle inoppugnabili secondo cui “tutte le religioni sono uguali”, “i mussulmani mettono le bombe perché noi non li integriamo”, “se loro hanno i kamikaze, noi abbiamo le crociate”, “il Corano non insegna certe cose”, eccetera eccetera.

Su tutte queste affermazioni per fortuna, almeno in Italia, esiste ancora una stampa libera e vivace, che certuni fondamentalisti boldriniani vorrebbero zittire, la quale presenta un’altra versione dei fatti.

Bisogna dire però che la logica dell’accoglienza illimitata e delle religioni tutte uguali belle e sante, ha radici assai profonde, e non data certo da ieri, dall’avvento di Renzi o dalla funesta nascita della Unione Europea.

A partire almeno da Rousseau (1712-1778), il mito del buon selvaggio, è servito ai primi laicisti della storia per ipotizzare civiltà esotiche, lontane dalla nostra e segnate da purezza e bontà originarie, contrapposte artificiosamente all’Occidente cristiano e industriale, scientifico e imperialista, visto in sintesi come sentina di tutti i vizi, le violenze e i malaffari.

In chiave poi direttamente cattolica e teologica, il Concilio Vaticano II (1962-1965), fece fare, anche da questo punto di vista, un bel balzo in avanti alle masse cristiane, peraltro già in via di rimbambimento, nel senso dell’apertura indifferenziata al diverso e nel rifiutare ogni crociata, fosse pure meramente culturale, o come quelle medievali, frutto di evidente legittima difesa (sul punto, si veda il grande storico del cristianesimo e docente a Cambridge, Jonathan Riley-Smith, Breve storia delle crociate, Mondadori, 2009). Le crociate medievali dei secoli XI-XIII, ricorda Riley-Smith, furono approvate apertamente e convintamente da figure del calibro di san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), san Luigi Re di Francia (1214-1270), san Tommaso d’Aquino (1225-1274), santa Brigida di Svezia (1303-1373) e santa Caterina da Siena (1347-1380).

Ma torniamo all’attualità. Ebbene tra i 16 documenti promulgati dal Concilio ecumenico Vaticano II, il 28 ottobre 1965 venne approvata da papa Paolo VI la Dichiarazione Nostra Aetate la quale, in poche paginette e in 5 soli paragrafi, poneva le basi teologiche e pastorali, del nuovo rapporto tra cristianesimo da una parte ed ebraismo, islam e religioni-filosofie orientali dall’altra (vengono esplicitamente menzionati, con accenti positivi, il buddismo e l’induismo).

Riguardo alla religione fondata da Maometto (570-632), il documento conciliare dice: “La Chiesa guarda anche con stima i Mussulmani, i quali adorano Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra” (n. 3). La frase, per la sua forza e nettezza, risulta dirompente ed eccessivamente buonista. Davvero infatti i mussulmani, tutti i mussulmani senza eccezione di scuola e di teologia, adorano Dio come lo adorano i cristiani?

Senza ombra di dubbio, tutti i grandi classici della cristianità che parlarono dell’islam, da Giovanni Damasceno a Tommaso d’Aquino a Alfonso Maria de’ Liguori, sino all’autorevole Enciclopedia Cattolica, pubblicata sotto l’autorità di Pio XII, non usarono mai espressioni così nette e per il fatto stesso così potenzialmente gravide di interpretazioni abusive e strumentali.

Ma poi il Dio cristiano, ovvero l’unico creatore di tutti che ci è stato rivelato da Cristo, non è contemporaneamente Uno e Trino, Padre Figlio e Spirito santo? E il monoteismo islamico, rigido e assoluto, non è incompatibile con la trinità cristiana? La cosa è quanto meno poco chiara. L’unica citazione d’appoggio fatta nel paragrafo 3, che vorrebbe giustificare quanto detto, è la nota 5, in cui si richiama una antica epistola di san Gregorio VII (1010-1085), pontefice celeberrimo per la lotta per le investiture e la riforma della Chiesa.

In questa epistola, citata dal Concilio come prova del fatto che cristiani e mussulmani si rivolgerebbero allo stesso Dio, attribuendogli per di più le stesse caratteristiche di misericordia e onnipotenza, Gregorio VII scriveva al re di Mauritania Anazir (a volte citato in altri modi). Il papa faceva un cenno rapido allo stesso Dio che avrebbero avuto i due, il pontefice e il re, che era mussulmano.

Ma questa citazione, in sé strabiliante, non prova nulla. Nel medioevo infatti e ancora fino a Dante incluso, esisteva una tradizione letteraria che vedeva in Maometto più un cattolico scismatico che il fondatore di una nuova religione, in nessun modo collegata al cristianesimo. Si veda in tal senso il canto XXVIII dell’Inferno in cui il Sommo Poeta colloca Maometto, come seminatore di discordie. Ossia come fosse uno scismatico. Gli scismatici sono cristiani che non obbediscono alla gerarchia della Chiesa, e che quindi adorano certamente lo stesso Dio dei cattolici regolari. Ecco spiegata la confusione in cui incappò il grande Gregorio VII.

Ma il testo conciliare continua in questa sorta di revisionismo teologico e dice: “Essi (ovvero i mussulmani) cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce”. Certo, l’accoglienza illimitata trova oggi le sue peggiori controindicazioni: il terrorismo, l’islamizzazione forzata dell’Europa (presto Eurabia) e i ghetti etnici di matrice araba. Ma già in queste righe, era filtrato, in modo silente e soft, molto del futuro buonismo intellettuale progressista, in cui si elogia tutto e il contrario di tutto.

Perché dovremmo respingere o anche solo evangelizzare dei popoli i quali “cercano di sottomettersi a Dio con tutto il cuore”? Non è questo l’atteggiamento che vivevano proprio i santi canonizzati dalla Chiesa? E se moltissimi cristiani, già al tempo del Concilio e tanto più ora, se ne fregano di sottomettersi ai “decreti di Dio”, vivaddio che ci siano i mussulmani, che almeno loro sì che ci credono…

Anzi, alla nostra non-fede di italiani secolarizzati, loro rispondono con una fede esemplare: chiamiamoli quindi nelle nostre terre così saranno loro ad evangelizzarci, o almeno a portarci a Dio. Il testo continua sulla stessa tonalità: “Benché non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta […]. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure essi hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”.

Tutto questo fraseggio, unito alla tradizionale apertura della Chiesa verso le migrazioni in genere (come spiega, criticandola, Laurent Dandrieu, L’Eglise et l’immigration, Presses de la Renaissance, 2017) e alla difesa della libertà religiosa con il documento Dignitatis humanae (1965), ha avuto delle immani ripercussioni sul pensiero comune dei cattolici. Ripercussioni oggi sfruttate dal sistema della globalizzazione per finalità in nessun modo ecumeniche e spirituali, ma politiche ideologiche e commerciali.

Ma questa stessa islamofilia recente, se è stata combattuta da taluni come Gianni Baget Bozzo (Di fronte all’islam, Marietti, 2001) e Jacques Ellul (Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile, Lindau, 2006), ha avuto dei precursori, oggi posti quasi sugli altari. Tra essi spicca il nome del sacerdote e teologo orientalista, Louis Massignon (1883-1962), che ha influito certamente sui padri del Concilio, influenzando e culturalmente disarmando così già varie generazioni cristiane.

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