La morte di Albert Einstein e il suo cervello

index 

Gli ultimi anni della vita di Einstein sono segnati da vari rifiuti, ad esempio alla presidenza di Israele, e dal progressivo prendere familiarità con la morte. Einstein sembra prendere con serenità e ironia la prossima dipartita. All’amico Max Born, scrive di essere ormai considerato, dai colleghi, una “specie di fossile”. Ma la cosa non lo angustia: “Provo soltanto più gioia nel dare che nel ricevere, in ogni senso; non mi prendo sul serio, né prendo sul serio l’affaccendarsi dei più…”.

La morte sta prendendo, uno ad uno, amici e conoscenti, ed Einstein commenta: “Breve è questa esistenza, come una visita fugace in una casa sconosciuta… La via da seguire è scarsamente rischiarata dal lume tremolante della coscienza”. Ad un’amica scrive che “ci si sente trasposti nell’infinito, più o meno soli”. La passione per la musica non è cessata: Albert “suona insistentemente” la Missa solemnis di Beethoven1,

e come sempre si interessa alla scienza, all’arte e alle cose belle. In casa tiene un ritratto di Faraday e uno di Maxwell: “pare -scrive un visitatore – la casa d’un artista o di un erudito più che quella di un fisico teorico“. Ci sono due vetrine a muro che “contenevano vari pezzi d’arte sacra. Al centro, sopra un ripiano a baldacchino, c’era una Madonna col Bambino piuttosto pregevole; su un tavolino accanto la statuetta di un filosofo mendicante cinese e a una parete un quadro di scuola italiana, del primo periodo iconografico cristiano2

Nel marzo 1955, circa un mese prima della sua morte, che avverrà il 18 aprile, causa lo scoppio di un aneurisma, muore un carissimo amico, Michele Besso, un ingegnere italiano, di origini ebree, conosciuto negli anni di Zurigo, con cui ha condiviso passione per la fisica, la musica, la filosofia. Einstein scrive alla famiglia di Besso (21/3/1955), e in particolare alla di lui moglie (era stato Albert a presentarli l’uno all’altra) una lettera di condoglianze. Nella quale, con la schiettezza di chi sta facendo gli ultimi conti con la vita, si confida. Può farlo: Michele è stato per anni l’amico che lo ha aiutato a gestire i suoi rapporti con la prima moglie, Mileva, e con i figli. Lo ha fatto anche richiamando l’amico, ai suoi doveri, di marito e di padre, quando Albert, rifugiandosi nello studio, trascurava gli affetti e generava, nei suoi figli, rancori e rimostranze. Besso ha difeso Mileva, ricordando all’amico che “è difficile essere moglie di un genio”; ha richiamato Albert, invitandolo a dedicarsi con maggior impegno ai suoi vari figli.

Ora che Michele è morto, e che anche Albert sente l’imminenza della fine, scrive alla moglie dell’amico: “Ma quel che maggiormente ammiravo in Michele, in quanto persona, fu il fatto che seppe vivere per tanti anni con una donna, non soltanto in pace, ma soprattutto in continua concordia: fatto per il quale io ho impietosamente fallito per ben due volte… Ecco che ancora una volta mi ha preceduto, seppur di poco nell’abbandonare questo strano mondo. Tutto questo non ha nessun valore. Per noi fisici credenti (für uns glaubige Physiker) la distinzione tra passato, presente e futuro si equivale ad una illusione, per quanto essa sia ostinata”.

filosofia-religione-e-politica-in-albert-einstein

Il cervello di Einstein

Dopo la morte di Einstein, il 18 aprile 1955, all’ospedale di Princeton, per rottura di un aneurisma dell’aorta, il patologo di turno, dottor Thomas Harvey, preleva di propria iniziativa e senza alcun permesso, il cervello (che si rivelerà piuttosto piccolo, ma di peso nella media) di Einstein.

Il suo obiettivo, che persegue per decenni, è studiarlo e farlo studiare, per rintracciare in esso le cause della genialità del grande fisico.

Così facendo Harvey si colloca nel solco di quella tradizione materialista e riduzionista che Einstein ha sempre rifiutato, e che ha invece caratterizzato prima le cosiddette “pseudoscienze” positiviste, poi lo stesso nazismo: alla ricerca delle sole basi biologiche, anatomiche, materiali di ogni scelta e specificità umana.

Se l’anima non esiste, se l’uomo è in tutto determinato come “un ciottolo della strada”, come sosteneva Emile Zola, allora le sue attitudini e le sue scelte devono essere totalmente scritte nella materia: nell’ampiezza del cranio, nei suoi “bernoccoli” (il famoso bernoccolo, ad oggi introvabile, della matematica), nei geni, nelle pieghe e nel peso del cervello… da qualche parte nella materia, insomma.

images

L’ Ottocento e la prima metà del Novecento hanno visto la catalogazione dei crani “deficienti” o “criminali”; le classifiche degli individui o delle razze umane in base al numero dei pallini di piombo che possono stare nella calotta cranica di Tizio o di Caio, dei bianchi o dei neri, dei maschi o delle femmine; l’affermazione della superiorità o inferiorità di individui o razze a seconda delle misurazioni di questa o quella parte del corpo.

I nazisti hanno percorso il mondo per misurare arti, angolazione facciale, ecc. alla ricerca delle loro nobili origini ariane, mentre gli scienziati sovietici hanno raccolto e studiato i cervelli di Lenin3, di Stalin4 e degli altri “geni” di tal fatta, convinti di poter un giorno annunciare al mondo le prove del materialismo e della superiorità degli ideologi comunisti

Anche Harvey si attarderà per decenni in questa direzione – incapace di comprendere l’impossibilità di giungere ad una spiegazione materialistica e meccanicistica della soggettività cosciente –, dissezionando e analizzando il cervello di Einstein, senza molti risultati.

Nel 1985 Marian C. Diamond, dell’Università della California a Berkley, studierà del materiale inviatole da Harvey e troverà nel tessuto analizzato una maggior proporzione di cellule gliali, derivante, a suo dire, “dal più intenso uso, da parte di Einstein, di quel tessuto”.

Un risultato discusso e contestato da molti colleghi, cui si aggiungerà la errata interpretazione dei media: “nel bailamme scatenato dai media intorno al suo studio, i giornalisti diedero l’impressione che l’eccesso di cellule della glia non fosse il risultato, bensì la causa della profondità del pensiero5.

Come è chiaro, predisposizioni a parte, Albert Einstein è stato ciò che è stato per un insieme di fattori: la sua fiducia filosofico-religiosa nell’esistenza di poche leggi semplici che unificano i fenomeni, la sua personale curiosità, la sua vena contemplativa, la tenacia con cui perseguiva i suoi obiettivi, sino a dimenticarsi, nei momenti di maggior concentrazione, persino di mangiare…

Einstein non era insomma “condannato”- nè a suonare il violino, né a fuggire dalla Germania nazista, nè a fare le scoperte che fece- da qualche “scherzo” del suo cervello o da qualche vezzo dei suoi neuroni.

Analogamente, chi ha scritto queste pagine, avrebbe potuto non farlo affatto; oppure farlo meglio…

da: Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, Bologna, 2016.

cattura

1 W. Isaacson, cit., p. 501, 516, 517.

2Rondald W. Clark, cit., p. 634.

3 Stalin, nell’intento di provare l’appartenenza del fondatore del comunismo sovietico ad una sorta di razza mentale superiore, chiamò a Mosca il celebre medico tedesco Oskar Vogt, che fece più di trentamila sezioni del cervello di Lenin (il quale era stato colpito da ictus). La conclusione di Vogt, nel 1925, fu: “nel III strato corticale, specie nella parte profonda di molte aree cerebrali, ho trovato neuroni piramidali di straordinaria grandezza e numero, mai visti prima da me. Il reperto anatomico ci permette di identificare Lenin come un atleta del cervello e un gigante delle associazioni”. I sovietici, che tennero nascosta la neurosifilide del loro idolo politico, per non comprometterne l’immagine, premiarono Vogt con un milione di rubli. Più recentemente “Oleg Adrianov, direttore dell’ Istituto del cervello, il santuario moscovita dove da quasi sette decenni, sezionato in 31 mila pezzi, viene gelosamente custodito e studiato il contenuto della scatola cranica di Vladimir Ilich Lenin”, ha dichiarato che “nella sua materia cerebrale non abbiamo trovato alcuna caratteristica speciale” (Corriere della sera, 19/1/1994)

4 Riguardo al cervello di Stalin, finiti i tempi della divinizzazione, qualcuno ha cercato di rintracciare nella sua malattia le cause della crudeltà del dittatore. Con una evidente forzatura, notata da Fabrizio Dragosei: “Si sa da tempo che il cervello di Stalin era malato e che almeno negli ultimi tempi non funzionava a dovere. Il diario di uno dei suoi medici pubblicato in questi giorni ci dice ora che l’ arteriosclerosi non solo lo portò alla morte ma lo rese anche particolarmente crudele e sospettoso. Il Piccolo Padre dunque perseguitò e fece uccidere milioni di persone solo perché malato? No, visto che la sua crudeltà e mancanza di scrupoli era evidente già in gioventù, quando prima della rivoluzione era noto come Koba il sanguinario…” (Corriere della Sera, 23/4/2011).

5 Brian Burrell, Il genio in un barattolo, in Le Scienze, novembre 2015. Burrell nota tra l’altro che la svariate analisi del cervello di Einstein sono state “inficiate da analoghi difetti metodologici”, in particolare la “tendenza a favorire le osservazioni che confermano i preconcetti” dell’osservatore, “trascurando gli aspetti in cui il cervello di Einstein ricade nei limiti normali o addirittura al di sotto di essi”.

Print Friendly
Be Sociable, Share!
    News dalla rete