Biopolitica. L’aborto e Jérôme Lejeune nelle recenti parole del cardinale Sarah

jerome-lejeune

di Silvio Brachetta.

Dal punto di vista umano e mondano, il genetista francese Jérôme Lejeune ha fallito. In quanto medico, avrebbe voluto guarire la Sindrome di Down. Non solo non l’ha guarita, ma dei suoi studi se ne sono impossessati gli abortisti, per individuare la malattia già nel feto, così da sopprimerlo prima della nascita. Quando però le azioni sono ordinate a Dio, il fallimento è solo temporaneo, primo tra tutti quello di Gesù Cristo, sconfitto sulla Croce, ma vittorioso sul trono del Padre. E le azioni di Lejeune sono state quelle di un grande testimone della fede: si oppose con decisione all’aborto, combatté per una medicina al servizio della vita, vide e sostenne il principio del Logos nella sequenza chimica del Dna, difese apertamente il Dio Creatore contro la visione di un darwinismo nichilista.

Medico prima che scienziato

Credente fervoroso e scienziato tra i più noti, Jérôme Lejeune nasce a Montrouge (Francia) il 13 giugno 1926. Dopo la laurea in medicina, si appassiona alla ricerca genetica, fondata sullo studio dell’acido desossiribonucleico (Dna), alla base dello sviluppo degli organismi viventi. Nel 1958, assieme alla sua equipe di ricerca, scopre l’esistenza di una relazione tra il ritardo mentale delle persone affette dalla Sindrome di Down (mongolismo) e la terza copia in eccesso del cromosoma 21. Per questo motivo, da quell’anno, la Sindrome inizia a essere conosciuta anche con il nome di Trisomia 21 e appare chiaro come la malattia sia scatenata da un’anomalia cromosomica. Pone così le basi della moderna citogenetica clinica.

Lejeune, però, non sarà mai interessato alla ricerca fine a se stessa ma, reputandosi sempre e solo un medico, cercherà di finalizzare gli studi all’identificazione di una cura per i suoi malati. Nel 1964 diventa professore di Genetica fondamentale all’Università di Parigi. L’anno successivo è nominato direttore del servizio di Genetica dell’Hôpital des Enfantes Malades cittadino. I risultati che stanno veramente a cuore del genetista, tuttavia, non arrivano. Una cura della Trisomia 21 non si trova. Arrivano invece le mortificazioni: il 27 luglio 1970 il deputato Peyret presenta al Parlamento francese una proposta di legge per la legalizzazione dell’aborto. E legale l’aborto lo diviene con la legge Veil, del 17 gennaio 1975. Per Lejeune la questione diventa un pretesto per dire che, di fronte all’evidenza scientifica, l’embrione è un uomo, fin dal concepimento. Lo ripete a New York, durante un’assemblea all’Onu, mettendo a nudo l’ipocrisia istituzionale dell’Organizzazione: «Ecco un’istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte».

Biasima con coraggio la “cultura di morte”

La risposta dei pro-aborto è rabbiosa. Sui muri compaiono le scritte del tipo: “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”, a proposito dei malati di Trisomia 21, tanto amati dal professore. S’interrompe, per lui, ogni possibilità di fare carriera in patria. Gli vengono tagliati i fondi per la ricerca, viene estromesso dai simposi, è fatto oggetto di scherno e deriso sui media. Forte però del consenso internazionale, non rinuncia a parlare in pubblico: «Dite piuttosto – scrive in quel periodo – che questo bambino vi disturba e perciò preferite ucciderlo, ma dite la verità. È un uomo la “cosa” in questione, non un ammasso di cellule, né un cucciolo di scimpanzé, né un potenziale individuo».

La sua voce si unisce così a quella della Chiesa che, specialmente dagli anni Settanta, si oppone in modo sempre più determinato a quella che sarà chiamata “cultura di morte”. Scrive e comunica apertamente le proprie convinzioni. Partecipa a dibattiti televisivi e fa largo uso dei media, anche se questo significa per lui la perdita della stima e della frequentazione di molti suoi colleghi ricercatori. Parla chiaro e non ha timore alcuno di affermare in pubblico l’autentica vocazione del medico: «Non è commettendo un crimine che si protegge qualcuno da una disgrazia. E uccidere un bambino è semplicemente omicidio. Non si dà sollievo al dolore di un essere umano uccidendone un altro. Quando la medicina perde tale consapevolezza, non è più medicina». Nel 1973 Lejeune riesce anche ad ottenere l’adesione di diciottomila medici, che firmano la “Dichiarazione dei medici di Parigi”, contro la fecondazione in vitro e la legalizzazione dell’aborto.

Apostolo della vita

Tutto questo impegno non poteva non essere apprezzato dal pontefice Giovani Paolo II, anch’egli sostenitore zelante della sacralità della vita. Tra il papa polacco e il genetista nasce così un’amicizia spontanea e una stima reciproca, che nel tempo si è rafforzata. Già dal 1978, anno dell’elezione al soglio di Pietro, Karol Wojtyła chiede a Lejeune di far parte della Pontificia accademia delle scienze e del Pontificio consiglio della pastorale per gli operatori sanitari. Quando poi, nel 1994, Giovani Paolo II istituisce la Pontificia accademia per la vita, nomina presidente proprio Lejeune, benché gravemente malato. Il genetista, infatti, è già sofferente del cancro polmonare che lo porterà alla morte proprio in quello stesso anno.

Alcuni mesi prima (a fine 1993) aveva cercato di tranquillizzare tutti, nonostante le sofferenze: «Non dovete preoccuparvi fino a Pasqua: vivrò almeno fino ad allora». E la profezia si avverò. Morì il 3 aprile del 1994, il giorno della Pasqua di resurrezione. In occasione della morte, il papa ebbe a dire al card. Jean-Marie Lustiger che «il professor Jérôme Lejeune si è assunto pienamente la responsabilità specifica dello scienziato, pronto a diventare un “segno di contraddizione” senza tener conto di pressioni esercitate dalla società permissiva né dell’ostracismo di cui era oggetto». Per questo motivo – aggiunse – «siamo oggi di fronte alla morte di un grande cristiano del XX secolo, di un uomo per il quale la difesa della vita è diventata un apostolato». Per iniziativa del card. André Vingt-Trois, dal 2007 è in corso la causa di beatificazione e canonizzazione dello scienziato, la cui fase diocesana si è conclusa nel 2012.

Davide vince Golia

In sua memoria, nel 1996, si è costituita la Fondazione Jérôme-Lejeune, in favore della ricerca sulle malattie mentali. In occasione della messa annuale della Fondazione, il 24 marzo di quest’anno, il card. Robert Sarah – prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – ha voluto ricordare la figura del genetista. La lotta di Lejeune – ha detto Sarah – «s’inscrive nella battaglia finale, evocata nell’apocalisse di san Giovanni, tra Dio e Satana». Non sembra esagerata l’affermazione del cardinale, anche perché la Chiesa odierna può somigliare a volte ad un «piccolo resto», contrapposto «all’arroganza del Golia delle potenze finanziarie e mediatiche». Questo gigante del male è «pesantemente armato e protetto dalla corazza delle sue false certezze e dalle nuove leggi contro la vita». Il potere tirannico di quelle che un tempo sembravano pacifiche democrazie sta ora cercando d’imporre leggi e costumi disumani.

Così come Davide ha combattuto contro Golia, oggi la Chiesa è chiamata a combattere contro l’anticristo dell’egoismo, disponendo soltanto «del piccolo ciottolo del Vangelo della Vita e della Verità». Tale fu l’impegno di Lejeune, il quale tentò di porre un argine alla «barbarie sterilizzata in laboratorio», che «l’opinione pubblica praticamente non percepisce, perché è anestetizzata dai Golia delle potenze» mondiali, laiciste e totalitarie.

Il prolungamento dell’Incarnazione

Il card. Sarah ha usato toni assai duri contro la “cultura di morte” globale e presente nel suo paese, la Francia. Si tratta «proprio di un combattimento all’ultimo sangue» e non tanto da parte dei cattolici, ma per via dei poteri pubblici francesi che, negli ultimi mesi, si sono inventati il «reato d’intralcio informatico all’aborto», contro l’attività mediatica dei movimenti “pro vita”. Nel corso della discussione parlamentare «i difensori della vita sono stati linciati verbalmente per aver osato ricordare che l’aborto non è un diritto, ma un crimine». E in modo analogo, nel passato, «piuttosto che cadere tra i vigliacchi votati al compromesso, il professor Lejeune ha rinunciato agli onori e alla ricchezza, accettando l’umiliazione e l’esilio stesso», specialmente interiore.

Non c’è dunque da fare, secondo Sarah, nessun compromesso con chi organizza il male «in odium fidei, in odio alla fede», ma è necessaria la testimonianza schietta delle ragioni della fede, senza troppo curarsi della propria reputazione e del proprio onore. In Lejeune, inoltre, agiva una carità disinteressata verso il malato, che produceva in lui una sintesi tra ricerca scientifica e medicina. Non vi è dubbio, per Sarah, che «la vita del professore Lejeune sia stata», tra l’altro, «un prolungamento dell’incarnazione del Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, venuto in mezzo a noi per guarirci e salvarci». In tal modo si può considerare la vicenda del medico francese una sorta di «spiritualità dell’Incarnazione», soprattutto per il suo aspetto pratico, che lo avvicina a quello del nostro Salvatore.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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