Occhio che Macron, il superfavorito, può perdere

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Dopo la Brexit – che gli exit poll davano naufragata il giorno stesso della sua affermazione -, la vittoria di Trump – che ha trionfato sulla Clinton che a poche ore dalle urne data vincente con probabilità superiori al 90% -, e la vittoria del No al referendum costituzionale italiano, avvenuta con tutta la grande stampa per il Sì o falsamente equilibrata (eccettuati Il Fatto, La Verità o Il Manifesto, che non vendono le copie di certi quotidiani manco sommati), dopo tutto questo – dicevo – un concetto dovrebbe essere chiaro: nulla è scontato.

Soprattutto non è scontato ciò che tale sembra essere sondaggi realizzati magari in buona fede e seguendo criteri professionali, ma che devono fare sempre più i conti con cittadini diffidenti, che non rispondono o che forse, molto semplicemente, hanno capito il giochino secondo cui spacciare una situazione – in questo caso la vittoria di un candidato sull’altro – come fatto certo da un lato motiva gli elettori di quel candidato facendoli sentire parte di una maggioranza, ancorché solo virtuale a quel momento, e dall’altro scoraggia gli altri elettori, lasciando intendere il loro voto sia inutile.

E’ un trucco chiaramente, e non abbiamo elementi – per venire a noi – per sostenere che i sondaggisti francesi stiano tifando per Emmanuel Macron; tuttavia un aspetto è sempre più chiaro: la corsa verso l’Eliseo del giovane candidato contro Marine Le Pen non è affatto in discesa. Lo suggeriscono numerosi elementi, dai non pochi voti di Fillon che potrebbero finire alla Le Pen alle le parole di Jean-Luc Mélenchon, giunto al primo turno quasi al 20%, il quale (per quanto ieri il suo portavoce pare abbia detto altro) da una parte ha proclamato libertà di coscienza per i propri elettori e dall’altro, in una intervista rilasciata giorni fa, aveva fatto ben capire che pensa del fondatore di En Marche!

«Macron è un uomo di finanza. Per definizione – ha aggiunto – sono dei parassiti, non producono nulla». Proprio sicuri che tutto ciò sia un buon segno per Macron, sostanzialmente definito parassita? Non ne sarei così sicuro. D’altra parte, l’inizio della sua campagna elettorale per il ballottaggio è stato, per usare un eufemismo, leggermente sotto tono. Infatti ieri è stato fischiato operai della Whirpool di Amiens, città non esattamente casuale dato che è quella dov’è nato e cresciuto. Non solo: tra gli stessi operai – a sorpresa – si è fatta vedere Marine Le Pen, accolta in tutt’altro modo.

Un altro indizio del fatto che la vittoria di Macron – come quella di Hillary, ricordate? – potrebbe restare scolpita nei soli sondaggi sono state le parole del presidente François Hollande, il quale l’altro giorno, in un discorso a Laval, diffuso da Le Monde, è stato chiarissimo nel dire che il trionfo del trentanovenne è tutto fuorché certo: «Non è fatta […] nel paese non c’è stata una presa di coscienza vera di quel che è successo domenica». Parole che dicono come Hollande sia tutto fuorché tranquillo, ma che suonano anche come un avvertimento molto chiaro ai potenti sostenitori e promotori di Macron, che non sono certo i cittadini comuni.

O forse qualcuno è così ingenuo da non pensare che Hollande avrebbe avuto mille altri modi per invitare Macron a non illudersi? E’ del tutto evidente come dietro quel «non è fatta» si celi il timore di certi ambienti verso un esito elettorale per nulla sicuro. Del resto, la Le Pen si sta muovendo bene e nel giro di poche ore ha inanellato due mosse molto astute: le dimissioni dalla guida del Front National e lo sgambetto – riuscito bene – teso al rivale a Amiens; per due modi diversi e complementari per sbarazzarsi dallo stereotipo da anni cucitole addosso. Morale della favola: rischiamo di vederne delle belle. Macron non dorma tranquillo.

Giuliano Guzzo

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